Del ritorno del Tago Fest vi avevamo informati. Quello che è successo cercherò di comunicarvelo in queste righe, scritte di getto dopo la prima giornata, l’unica a cui ho potuto assistere per via di impegni pregressi.
Rispetto a quello che il Tago Fest “storico” è stato, le premesse di questa nuova edizione non potevano essere più diverse: la provincia mantovana anziché Massa, la campagna sconfinata al posto del mare, l’autunno inoltrato – e che comincia a farsi freddino – anziché l’estate.
Ciò che ritorna – e che davvero importa – è l’incontrarsi senza pose (raramente ho visto tanti musicisti assistere alle esibizioni dei colleghi) e il proporre musiche in gran parte non convenzionali, tenendo vivo quello spirito di ricerca che, in fin dei conti e in senso ampio, è quello che dà senso a iniziative del genere.
Il luogo scelto è una splendida corte agricola a distanza di sicurezza dal paese di Roncoferraro, nella quale vengono allestiti due palchi: nell’ex stalla al pianterreno dell’abitazione quello per gli artisti – me lo si conceda – meno chiassosi, in quella più recente, staccata dal corpo di fabbrica principale, per le proposte più rock; categorie, vedremo, quanto mai labili. È comunque in quest’ultimo ambiente che mi accolgono i Weekend Martyr, dopo che, a causa di una partenza in ritardo, mi sono perso Me Boys (aka Tizio ex Bob Corn). Il loro rock’n’roll, che non nasconde le radici blues e folk, è quanto mai adatto a farci ambientare nel paesaggio agricolo che ci circonda. Chiudono con un’energica versione di di It’s a Rainy Day, Sunshine Girl dei Faust, ed è già tempo di trasferirsi al Palco A, uno suggestivo spazio con colonne e volte a crociera in mattoni, dove Adriano Zanni alterna droni misurati, field recordings e voci eteree a brani del Bushido campionati da Ghost Dog di Jarmusch.Un improvviso blackout interrompe il flusso sonoro poco oltre la metà, ma il nostro è bravo a ricreare l’atmosfera entro cui ci eravamo immersi e a portare a termine l’esibizione.
Le vibrazioni telluriche che sentiamo a questo punto sono i Dievel che evocano i fantasmi, quanto mai concreti, di Isis e compagnia post-hardcore. Questo genere, nella sua versione strumentale, è forse quello invecchiati peggio, fra le proposte della giornata, ma il quartetto reggiano lo interpreta con una convinzione che me lo fa apprezzare e tornare ai tempi della gioventù. Altro trasferimento per uno delle proposte più convincenti del festival: Zerogroove, in versione duo, si serve di basso, voce, elettronica e effetti per dar vita a una sorta di post-punk futuristico sporcato a tatti da del funk storto e pulsante; potremmo essere in un loft newyorkese invece che al piano terra di una casa colonica padana, ma la data è imprecisata e l’effetto di straniamento assoluto.
Il disco dei Bosco Sacro non mi aveva colpito particolarmente, ma, vista la quasi unanime approvazione, ero curioso di vederli su un palco. La mezz’ora a loro disposizione se la giocano alla grande: wave-shoegaze scuro e pesante come si deve, con una The Future Past finale che lascia il segno. Probabilmente quella dal vivo è una dimensione che si addice loro, ma andrò comunque a riascoltarmi l’album.
Il momento della cena mi fa apprezzare il riso al curry e ceci, ma mi dicono bene anche della proposta salamina, polenta e fagioli al sugo e della pizza. Davvero buono il vino rosso, fuori categoria le torte. Tutto questo per giustificare il fatto che mi perdo quasi del tutto l’esibizione di Druga, cantautorato off per voce, chitarra ed effetti: genere sempreverde, qui interpretato, mi pare, con buone capacità.
Altro picco della serata è, senza dubbio, il concerto di Lavorazioni Carni Rosse: avant-jazz scorbutico, disarticolato e minimale per vocalizzi rochi, elettronica, contrabbasso e tromba, capace di creare uno spazio teatrale fatto di tensione e attesa drammatica. Degno di nota, nei momenti meno rumorosi, l’involontario duettare con le lallazioni di un bambino in fondo alla sala.
A smentire che il Palco A sia destinato agli artisti meno chiassosi, è l’inizio del concerto di Bad Pritt, che attraversa poi una varietà di atmosfere fra poetici passaggi pianistici, post-rock trasfigurato e dilatazioni pop. Il finale è comunque ancora appannaggio del rumore, che riporta bruscamente alla realtà una platea che si era fatta totalmente trasportare. I Satan Is My Brother li ricordavo più classicamente post-rock/ambient, ma forse mi inganno io. In questa versione musicalmente scarna e con la formazione in assetto continuamente variabile – che fa ruotare basso, trombone, clarino sax ed elettronica – mi appaiono più interessanti, anche se, sulla distanza accuso la fatica dell’ascolto: si è tra l’altro fatta una certa ora. Per gli ultimi due artisti ci si sposta definitivamente al chiuso della casa padronale: Heimito Kunst propone un concerto in tre movimenti che tiene viva l’attenzione, partendo con sonorità quasi dark ambient e tocchi di synth che sanno di colonna sonora horror, passando per un lungo intermezzo dove le sonorità pianistiche si combinano all’elettronica e terminando con una sezione finale potentemente ritmica. E sempre coi ritmi, qui di matrice brutalmente industriale, si chiude la serata: Massimo Pupillo, armato del suo basso e di una discreta serie di macchinari, mi tiene sveglio nonostante sia assiso su una comoda poltroncina e immerso nel buio totale della sala.
Non è ancora il momento dei bilanci (che comunque non stanno a me), ma l’unico aspetto negativo che ho potuto riscontrare in questa prima giornata è stato la scarsa affluenza del pubblico, segno forse di una strategia comunicativa che va rivista: il Tago Fest è sempre stato, per sua natura, un festival popolato da addetti ai lavori, ma il fatto che qui fossero la maggioranza assoluta ha fatto sì che, tra le altre cose, lo spazio del banchetti risultasse pressoché deserto di appassionati e compratori. Ma la necessità di avere un pubblico più consistente sarebbe stata auspicabile soprattutto per valorizzare il gran lavoro fatto dagli organizzatori, dal punto di vista tecnico (suoni ottimi, tempi dei cambi palco perfettamente coordinati, interventi tempestivi in occasione dei rari problemi) e della direzione artistica (un cartellone vario e di qualità, con alcuni picchi notevoli), nonché per dare al maggior numero di persone possibile l’occasione di godere di un’atmosfera accogliente, realmente aperta alla condivisione e allo scambio di idee: questa, fra tutte le belle cose viste stasera, è davvero la più rara e impagabile.
Tago Fest 11 – 18/10/2025 Roncoferraro (MN)
