Superdeva – Imperdonabile (Autoprodotto, 2025)

Ci sono dischi che si sentono dentro come un graffio che non può rimarginarsi.
Imperdonabile di Supedreva è così: musica schietta fino a esser sanguinaria.
Ma, per chi scrive, è anche oltre: un’emorragia, per correità.
Scrivere di questo primo album solista di Roberto Addeo – che capirete avanti, conosco persino troppo bene – implica esporsi e ammettere che ogni giudizio è già contaminato. E il mio, di fatto, lo è.
Mai stati neutrali. Mai stati posizionabili. Si confida che questo ce lo riconosciate.
Così come lo si deve riconoscere a questo lavoro, così cupo eppure così vivo, fresco come l’ombra d’un agrumeto dove ci si ristora dopo una lunga erranza sotto il sole più bastardo della vita.

È in quest’ombra che si plasma un cantautorato che ignora deliberatamente le frontiere, riuscendo a far abbracciare Massimo Morsello e Francesco De Gregori, Death in June e CCCP, Bugo e Iosonouncane, senza preoccuparsi di rendere conto a nessuno.
Ma non è eclettismo. Ce ne sbattiamo dell’eclettismo. Tutte le controverse, contraddittorie e ineluttabili necessità dell’esistenza – che altrove verrebbero separate per ragioni ideologiche o di mercato – dentro Imperdonabile sono tenute insieme da un dolcissimo quanto tenacissimo fil noir.

Anche sul piano lirico c’è la stessa strafottente tensione che concilia Bukowski e Celine in un poetare ferocemente contemporaneo, che assume la vita come superficie traboccante di bellezza e profondità.
Per riassumere in un sol passaggio le tematiche del disco, prendo a prestito i versi dal brano Tempio del sole: «Ansie e luoghi comuni / alle patologie del macchinario / e giubili selvatici zampillano / da un fiato di miseria / a un alito di buio».
Non c’è verticalità spiritualista – perfino di questo ce ne sbattiamo –, ma «solo un bagno di sangue» che scivola su un piano inclinato, trasversale, dove lo spirito s’addensa per gravità, fino a raggrumarsi in suono.

Il massiccio ricorso alla coralità – giammai armonia pacificata, ma sempre difficile coesione – permea questo primo lavoro solista di Addeo, che imbraccia con naturalezza un’acustica a dodici corde e se la suona e canta per ben 9 tracce – outro a parte –, lasciando slittare i cori a plettrate piene, che s’inseguono e si mancano di così poco da generare micro-dissonanze d’una bellezza instabile, che si commuove della sua stessa precarietà.
La chiamerei “musica del nonostante tutto” – «Nonostante tutto / i bimbi a Gaza in pasto ai porci», come canta in Gerico insieme a Petra –, dilaniante nel suo essere autentica e mai perfettamente allineata. Anzi, sempre disallineata.
Lo stesso accade per la voce, profonda, talvolta roca, di colpo soave, stratificata in doppie e triple linee che, sature d’echi e riverberi, si staccano dalla gravità e s’irradiano come un’aura acustica.
Le coordinate stilistiche restano sullo sfondo rispetto al modo in cui il disco lavora sui passaggi emotivi. Il drumming raffinato e il groove del cantato lambiscono i territori del post-rock, del folk, della new wave e persino del grunge, ma senza mai ricadervi. I cambi da maggiore a minore arrivano come pugni nello stomaco, none aggiunte e terze sottratte, corde a vuoto che rendono gli accordi instabili (Il filo), a piccoli tradimenti armonici producono crescenti vertigini.

Ma, questioni di analisi musicale a parte, in conclusione ho l’obbligo di alcune ammissioni.
Ammetto, per esempio, che nell’ultima traccia del disco (Puoi) c’è una mia chitarra classica vecchia forse di quindici anni che s’intreccia al piano di Addeo. Confesso, inoltre, che l’artwork del disco è firmato da me. Ma questo è nulla.
Addeo è stato uno dei miei ‘fratelli nel caos’ al tempo dei POYESIS. Abbiamo condiviso una stagione di ricerca e sperimentazione tra poesia, teatro, pittura e ricerca elettroacustica. Ha girato naufrago l’Italia, è scomparso per anni, poi è riapparso abbracciandomi, e in qualche spezzone di questo film forse avrebbe desiderato odiarmi – «Non abbastanza uomo da innalzare un muro / ma abbastanza per tirartelo addosso» (Avanti!). Abbiamo fatto a pugni in 2 contro 20 – letteralmente –, ci siamo sbronzati fino a dimenticare i nostri nomi – letteralmente –, abbiamo pisciato da ogni cavalcavia dell’esistenza – letteralmente.
Ciò che eravamo ormai si sovrappone a ciò che siamo, pertanto «faremo finta che il passato sia il presente che lo saluta» (Sottoboschi).
Faccio dunque ciao a ogni cosa che ci ha fatto piangere, ridere, urlare, spezzare denti e fottere, sempre ineluttabilmente come SUPERDEVA… in fondo, disperate bestie indomabili.
Ed è per questo che mi dichiaro colpevole. Profondamente colpevole.
Complice dell’imperdonabile.