Suono, parola, viaggio. Cosimo Querci rimane.

Rimane di Cosimo Querci è un incrocio bastardo e naturale di canzone, dub e psichedelia. Questo perché la sua voce ci cattura e ci viene facile ripetere le parole che vengono messe sopra ad un ritmo incessante, che sembra partire da bassi che scelgono una via cosmica, creando di fatto un mondo antico ed attualissimo. Uscito per una Quindi Records sempre più presente nelle produzioni che contano e che mostrano vie più che seguirle è una fotografia in cinque brani che disegnano il primo mondo registrato dal suo autore. Un esordio che non poteva passare inosservato e proprio per questo abbiamo raggiunto Cosimo Querci per uno scambio telefonico.

Ciao Cosimo, grazie mille per la tua disponibilità, è un piacere conoscerti! Da quando ho sentito il primo estratto dal tuo album, Manina Nera, poi il resto del nastro sono rimasto veramente affascinato e ci tenevo a scambiare qualche parola con te.

Grazie mille! Tu già conoscevi Niccolò (Rufo, boss dell’etichetta fiorentina, ndr.)?

Beh, è da diverso tempo che Quindi Records è una sicurezza come etichetta, ci trovo cura e buon gusto e quindi sono sempre felice di ascoltare le sue uscite. Ma tu invece? Fatti catalogare un pochino, di che anno sei?

Ho ventinove anni!

Sei un toscano in Piemonte, corretto?

Esatto, vivo a Torino, dove ho finito gli studi non molto tempo fa e niente. Sono di Prato, nella piana, tutto qui.

La musica che percorso ha avuto? Inizia in Toscana per poi seguirti?

Sì, anche se in realtà quello che hai ascoltato è nato qui a Torino. La musica, l’ho seguita fin dalla prima adolescenza, come un po’ tutti. A Prato abbiamo avuto una band, un gruppo strumentale che si chiamava Ioni, abbiamo fatto tantissime prove e pochi concerti, poi insomma. Abbiamo preso strade diverse tra di noi smettendo di suonare, ma io avevo in mente di fare delle robe un po’ più autogestite. Ci ho messo un po’ a scegliere cosa fissare e cosa no e ne è uscito fuori il disco che hai sentito.

Ed a Torino invece? Per me è abbastanza un’eccellenza e raramente escono cose meno che interessanti. Tu sei inserito nella scena o la vivi un po’ da straniero toscano?

Allora, dipende cosa intendi con inserito nella scena: sono sempre stato laterale ma un assiduo frequentatore. Le persone che organizzano e che suonano un po’ le conosco, soprattutto perché vado a sentirle e magari ci faccio due chiacchiere prima e dopo i concerti. A Torino non ce la passiamo malissimo da questo punto di vista ad esser sincero, è difficile com’è difficile un po’ dappertutto immagino, ma credo sia meglio di altri luoghi. Non che ne abbia conosciuti moltissimi e sì, conosco un po’ di scena musicale torinese insomma.

Quasi, trentenne ed ascoltatore dalla prima adolescenza. Ma se dovessi pensare ad un disco o ad un concerto che improvvisamente ti abbia fatto dire: “Vorrei suonare così!”, quale sarebbe? C’è stato questo un momento?

C’è stato, credo intorno al primo anno delle superiori. Io ascoltavo già tanta musica prima però un po’ con meno focus e meno ricerca dietro, è normale. C’è stato questo periodo invece dove ho riscoperto la psichedelia tedesca, il kraut se vogliam chiamarlo così. Ricordo un paio di dischi dei Can che mi hanno flashato davvero e che son rimasti con me fino ad oggi fra le cose che continuano ad ispiraziormi di più. Di ricordi precisi ho in mente un buffo episodio: io che ritrovo a casa un CD di Hosianna Mantra dei Popol Vuh, proprio nel momento in cui sapevo chi fossero i Popol Vuh. Mi ero completamente dimenticato che tipo dieci anni prima, in tempi non sospetti, il mio vicino di casa mi regalò questo disco. Ovviamente all’epoca non ci capii un cazzo!


Popol Vuh – Hosianna Mantra

Vabbè, un gran bel gesto!

Sì, sì, scopro quel tipo di musica e mi ritrovo già tra le mani questo pezzo dal passato, questo è quel che mi è rimasto in mente diciamo.

Beh, avrebbe potuto regalarti un disco di Joe Satriani e non saremmo stati qui ora!

Eh, capito!? Grazie a Giuseppe, che non ho mai più visto in vita mia, grazie!

Diamogliene merito! Il tuo disco esce su nastro. Come mai questa scelta?

È stata una scelta dell’etichetta, Quindi Records, che tiene molto al formato fisico. A livello estetico mi è sembrata una scelta coerente con la musica di questo disco. È stato bello anche avere la possibilità di lavorare sul packaging del supporto fisico, che è stato curato da Giulia Roberto, di cui sono molto contento. Era la mia prima volta, e ne sono stato davvero felice. Ne abbiamo stampato per ora 50 copie, per ora.

Sono sempre stato appassionato di nastri e credo sia il supporto ideale per un primo passo, andando per gradi senza saltare troppo in lungo. Uscendo in 300 copie di vinile forse sarebbe stata una pressione non proprio consona..

Certo, esatto!

Mi ha sorpreso trovare del materiale così libero insieme ad un cantato in italiano. Come ci sei arrivato?

Non c’è stato un grande ragionamento, non ho mai avuto grandi dubbi al riguardo e non mi sono mai sentito particolarmente interessato né davvero in grado di cantare in un’altra lingua, in inglese ad esempio. Penso che il mio approccio al canto sia piuttosto istintivo, quando affronto una melodia, le parole che mi vengono in mente sono quasi sempre in italiano. Era ciò che volevo fare comunque, mi piace ascoltare musica in italiano che abbia delle particolarità, che abbia un sound non per forza legato in modo canonico alla lingua. Poi non è che nemmeno del tutto vero che non sia una caratteristica anche italiana, anche perché di esempi del genere ce ne sono, alcuni anche storici…

Esatto, andando a cercare riferimenti comunque son tutti dietro al secolo scorso, non è roba odierna! Anche se, forse, a tratti ho trovato attinenze con le cose più out dei Camillas…in inglese comunque questa musica perderebbe molto del suo fascino la tua musica. Come ti ritrovi nel presente musicale? Rimane è un disco del 2025?

Mah, questo non lo posso sapere! Spero di sì, ma credo sia anche una questione abbastanza relativa al modo in cui fruiamo la musica, quanto sia ormai naturale accostare qualcosa di vecchio a qualcosa di contemporaneo. Non ho mai pensato né penso di aver fatto un disco vintage però mi rendo conto di aver utilizzato dei mezzi che rimandando ad un certo modo di far musica, un po’ vecchio forse, però è stato per necessità ed attitudine, non so nemmeno se è così esplicito, non per una ricerca filologica o qualcosa di simile..

Me lo chiedevo perché effettivamente c’è l’attualità e la validità. Si può fare un disco (non che segua i trend) in maniera pacchiana od elementare che sia comunque inserito in un presente che sta evolvendo e farne uno che poteva essere bello nel 1972 come nel 2025. Rimane avrebbe senso in programmazione dopo un disco di Alan Sorrenti così come oggi per dire..

Beh, lo prendo come un grande complimento!

Mi ha colpito il titolo, Rimane. È importante lasciare qualcosa di sé?

Questa è una domanda…beh, penso sia importante anche cosa si perde. Il titolo per me ha più una dimensione musicale e formale che di significato filosofico come l’hai messa tu, però mi rendo conto di come possa avere un’accezione più esistenziale.

Quindi tu come l’hai inteso?

È una cosa che dico spesso nei testi, ci son delle parole che ritornano…diciamo che le melodie ed i testi spesso sono nati in contemporanea, se sono alla chitarra e sto tirando fuori una melodia difficilmente faccio na-na-na, spesso cerco di usare parole. Questa parola, RIMANE, era un po’ una cellula ritmica, una forma che mi aiutava a tirar giù ed a cristallizzare delle idee melodiche e ritmiche. A volte l’ho tolta sostituendola, prima ce n’erano molti di più. Quando ho risentito il disco, a livello di percezione mi sembrava avesse a che fare molto con questo RIMANE, a come fossero scandite queste tre sillabe: ri-ma-ne, e mi rendo conto di quanto sia una cosa così personale, di come possa assumere anche altre accezioni e va benissimo così.

Questa cosa che la musica cambi e prenda un senso differente per ogni ascoltatore ti piace o ti spaventa?

No, mi piace molto, è anche confortante! Adesso il disco è fuori e dal mio punto di vista ognuno ne fa quel che vuole. Avere la fissazione di pretendere che sia percepito così come io l’ho percepito ho paura sia un po’ deleterio, legato ad un sacco di ansie. Per fortuna non mi pongo il problema e mi fa piacere che rimandi a delle estetiche anche diverse da persona a persona.

Ascoltando il disco ho trovato la voce, la psichedelia ed il dub come tre forze importanti nel tuo lavoro. Un test: se nel secondo disco dovessi rinunciare ad una di queste componenti quale sarebbe?

Oddio! Per me stanno tutte un po’ in un’idea unica, probabilmente ne cambierei l’approccio tenendole tutte tre in mente ma rendendole meno esplicite, questo sì. Spero di ampliarle diciamo…

Rimane è un esordio, lavoro che di solito è pieno di pezzetti e di idee che hanno anche diverso tempo. Per te com’è andata? Progettavi questi brani da un po’?

Alcuni sì, c’erano poi anche altre bozze ed idee che non son finite nel disco e non son state nemmeno registrate, anche perché sembrava che Rimane avesse già una sua presenza con cinque brani in realtà. Ad esempio Nina Ferale parte da un giro di chitarra che avevo da tempo e che è rimasto sempre lì nel cassetto, le melodie e gli arrangiamenti nel disco son tutti comunque del periodo di registrazione. Molte cose le ho tenute aperte fin dall’inizio, del tipo “Ok, parto dallo scheletro, mi scelgo delle limitazioni di strumentazione e l’arrangiamento arriva suonando sopra ad una base scheletrica.” Ci sono pezzi che invece sono nati proprio con le registrazioni, come Manina Nera che è stata la prima cosa composta su un organo che ho comprato per fare il disco, quindi ci sono entrambe le cose.

A livello di persone e come musicisti com’è funzionata invece con Walter Bellini ed Enrico Corsi? Tu inizi come solista e poi ti sei allargato o com’è andata?

Allora, sia Walter che Enrico sono dei miei amici storici: entrambi pratesi, due delle persone con cui ho sempre condiviso la passione della musica, con Walter anche suonando (era il batterista del gruppo che citavo inizialmente) mentre Enrico aveva la prima sala prova che utilizzavamo. Non avrei potuto fare questo disco così com’è senza di loro, sicuramente. Anche Lorenzo Frosini, che suonerà il basso nei live, fa parte dello stesso giro. Sono stati fondamentali nel darmi una mano: ovviamente Walter anche come musicista, non avrei potuto suonare la batteria, mentre Enrico mi ha dato un gran supporto ed un aiuto pratico nella prima fase di registrazione.

Vedo che il disco è stato masterizzato da Giuseppe Ielasi, nome tutelare vero e proprio. Cosa volevate ottenere, che obiettivo avevate?

È stata una decisione dell’etichetta, rispetto alla quale mi sono sentito molto onorato. Abbiamo pensato che il gusto e la competewnza di Ielasi potesse sposarsi bene con i brani. Fondamentale è stato anche il mixaggio di Nicola Cocco (musicista e produttore con Trampa e Tresca y Tigre).

Le droghe influenzano la musica? A volte quando la sento la riconosco, è musica da droga, da ampliamento e da viaggio. A volte invece ad essere droga è la musica stessa. Tu come la vivi? La musica serve per uscire dall’ordinario o ne è naturalmente parte?

Mah, oddio…non so bene come rispondere a questo tipo di cosa. Penso che siano probabili entrambi gli scenari, è una questione naturale quanto culturale, quindi forse da questi punti di vista la musica può effettivamente avere quel tipo di effetto e di risposta, anche fisica e neurologica. Certe culture musicali si sono basate anche su quel tipo di sperimentazione e sì, immagino le avrà influenzate sicuramente. Non sempre si sa come le persone riescano a fare delle cose, il resto poi son congetture. Poi chiaro, dipende chi ne parla, senz’altro nella storia della musica c’è stato chi questa cosa è stato molto più interessato a dirlo di altri diciamo…

Anche perché è vero che poi la fruizione della musica dipende anche dal contesto e dalla situazione: posso ascoltare RIMANE in una condizione perfettamente ascoltandolo imbottigliato nel traffico fra i clacson stride. Quando si trova la condizione fra situazione, suono e benessere il viaggio poi è perfetto. Ultima domanda, in due parti: hai un sogno artistico realizzabile ed uno irrealizzabile?

Allora, obiettivi precisi non ce ne sono al momento, spero di riuscire a continuare a fare questa cosa e a mantenere un’idea. Spero di riuscire a ritagliarmi del tempo e spero di avere dello spazio. Non tendo a degli obiettivi specifici, quello che viene toccherà accettarlo o meno.

Perfetto. Suonerai in giro Rimane?

Sì! Succederà, abbiamo già suonato in quattro con Walter, Lorenzo ed Enrico, ho intenzione anche di portarlo in duo od in solo viste le diversità nelle situazioni. Al momento il focus sono proprio le prove per i live in quartetto, abbiamo voglia di sentire come uscirà dal vivo con più o meno la stessa strumentazione utilizzata nel disco e per ora sembra funzionare bene. Io suonerò principalmente la chitarra oltre a cantare.

Fantastico, spero di aver occasione di vederti al più presto dal vivo!

Grazie mille Vasco, speriamo di incontrarci presto allora e grazie mille a Sodapop!