Sumac and Moor Mother – The Film (Thrill Jockey, 2025)

Vi ricordate Saul Williams? Fra il 1998 ed il 2000, con il film di Marc Levin Slam ed il debutto Amethist Rock Star portò la slam poetry nel mainstream per intenderci e quelli furono due anni e situazioni incredibili. Ascoltando The Film, primo lungometraggio senza immagini dei Sumac insieme a Moor Mother mi sembra di risentire quel brio, anche se la matrice sonora è ben più estrema. Ma il fluire gommoso di Camae Ayewa, nata in Maryland e cresciuta a Philadelphia mi ricorda lo stesso impeto mentre il suo sguardo musicale è molto più tagliente (non credo di dovervi rammentare 700Bliss ed Irreversible Entanglements). Così ci si perde completamente in un suono pesante e fuori dai confini e dai generi, che può esplodere con percussivita spaziale o semplicemente liberare cavi scoperti gonfi di elettricità. Sopra a tutto ciò, secondo un tempismo del tutto personale e scevro di struttura, le parole espresse da Moor Mother, parole e suoni che mordono e colpiscono senza remore né paura. Una sensazione di disperazione e di aver già oltrepassato il limite permea l’atmosfera del disco, buio e pauroso, che non si alleggerisce coi latrati bestiali di Aaron Turner.
Nella parte centrale del film si affacciano tre figure femminili, Candice Hoyes, Kyle Kidd e Sovei, che modellano a modo loro le proprie scene. La prima con lievi melodie che trasformano quel che potrebbe essere un intermezzo, Hard Truth, in uno snodo importante. Kyle Kidd è dispersa nella cattiveria di Scene 3 mentre la voce di Sovei orna Scene 4 come un controcanto mitologico, che giocando di rimpiattino con le batterie di Nick Yacyshyn sposta il baricentro del brano in una stasi onirica.
Camera è vibrante noise convulso, dove la voce di Moor Mother sembra moltiplicarsi in loop e sovrapporsi ad un tumulto incessante, per il brano più pregno e storto del disco. Brano dove forse la quinta parete è caduta e la recitazione è a brandelli, rimane una palpabile emozione nell’ascoltare Turner, le sue scorie e tanto ci basta.
La verità è qui fuori ci ripete Moor Mother, prima di aprire i fuochi nel respiro in un quarto d’ora di Breathing Fire dove a ritornare in mente sono più dischi, come quel Fear of a Black Planet dei Public Enemy quando scoperchiata la musica poteva avere messaggio e sguardi in grado di cambiare la propria visione e la propria realtà, ma anche placidi viaggi legati al minimalismo più storico. Ecco, the Film è un viaggio da fare, da decrittare e decifrare, da tenere a fianco per il tempo necessario, sapendo che gli schiaffi voleranno a qualsiasi ora si sceglierà di alzare i volumi. Ma, soprattutto, consapevoli che in questi 56 minuti si troverà energia brada in grado di caricarci, farci incazzare, stordirci ed ubriacarci.
Forse ne usciremo migliori, forse solo più attenti, di certo è un piacere ascoltare questa cosa.