Vi ricordate Saul Williams? Fra il 1998 ed il 2000, con il film di Marc Levin Slam ed il debutto Amethist Rock Star portò la slam poetry nel mainstream per intenderci e quelli furono due anni e situazioni incredibili. Ascoltando The Film, primo lungometraggio senza immagini dei Sumac insieme a Moor Mother mi sembra di risentire quel brio, anche se la matrice sonora è ben più estrema. Ma il fluire gommoso di Camae Ayewa, nata in Maryland e cresciuta a Philadelphia mi ricorda lo stesso impeto mentre il suo sguardo musicale è molto più tagliente (non credo di dovervi rammentare 700Bliss ed Irreversible Entanglements). Così ci si perde completamente in un suono pesante e fuori dai confini e dai generi, che può esplodere con percussivita spaziale o semplicemente liberare cavi scoperti gonfi di elettricità. Sopra a tutto ciò, secondo un tempismo del tutto personale e scevro di struttura, le parole espresse da Moor Mother, parole e suoni che mordono e colpiscono senza remore né paura. Una sensazione di disperazione e di aver già oltrepassato il limite permea l’atmosfera del disco, buio e pauroso, che non si alleggerisce coi latrati bestiali di Aaron Turner.
Nella parte centrale del film si affacciano tre figure femminili, Candice Hoyes, Kyle Kidd e Sovei, che modellano a modo loro le proprie scene. La prima con lievi melodie che trasformano quel che potrebbe essere un intermezzo, Hard Truth, in uno snodo importante. Kyle Kidd è dispersa nella cattiveria di Scene 3 mentre la voce di Sovei orna Scene 4 come un controcanto mitologico, che giocando di rimpiattino con le batterie di Nick Yacyshyn sposta il baricentro del brano in una stasi onirica.
Camera è vibrante noise convulso, dove la voce di Moor Mother sembra moltiplicarsi in loop e sovrapporsi ad un tumulto incessante, per il brano più pregno e storto del disco. Brano dove forse la quinta parete è caduta e la recitazione è a brandelli, rimane una palpabile emozione nell’ascoltare Turner, le sue scorie e tanto ci basta.
La verità è qui fuori ci ripete Moor Mother, prima di aprire i fuochi nel respiro in un quarto d’ora di Breathing Fire dove a ritornare in mente sono più dischi, come quel Fear of a Black Planet dei Public Enemy quando scoperchiata la musica poteva avere messaggio e sguardi in grado di cambiare la propria visione e la propria realtà, ma anche placidi viaggi legati al minimalismo più storico. Ecco, the Film è un viaggio da fare, da decrittare e decifrare, da tenere a fianco per il tempo necessario, sapendo che gli schiaffi voleranno a qualsiasi ora si sceglierà di alzare i volumi. Ma, soprattutto, consapevoli che in questi 56 minuti si troverà energia brada in grado di caricarci, farci incazzare, stordirci ed ubriacarci.
Forse ne usciremo migliori, forse solo più attenti, di certo è un piacere ascoltare questa cosa.
Sumac and Moor Mother – The Film (Thrill Jockey, 2025)
