Steve Fors – It’s Nothing, But Still (Hallow Ground, 2022)

Quanto è importante il proprio respiro? Il famoso alito di vita che riesce misteriosamente a rendere tangibili e reali creazioni, corpi ed opere? Un movimento semplice ed indispensabile e proprio per questo dolente quando malfunzionante. Steve Fors, artista statunitense di base al momento in Svizzera ha iniziato a lavorare a questo lavoro prendendo ispirazione da una vita condizionata da una cronica condizione polmonare. Ma, come d’incanto, una volta partiti i suoni le percezioni ed i viaggi si allargano subito, diventando trasversali ed universali. Siamo in un ambiento romantico ed atmosferico, colmo di suoni rarefatti sui quali si rifrange luce. La sensazione è quella di una delicatezza sonora che potrebbe infrangersi da un momento all’altro. A tratti si percepisce una vicinanza con il mondoo euritmico e con l’entrata in comunione fra corpo, ambiente e suono. Steve è partito da una manciata di field recordings sui quali opera con leggerezza stratificata, fino a rappresentare delle partiture ambientali che si arricchiscono, così come attorno ad un corpo in movimento possano condensarsi atomi, particole e minuzie. Si percepisce straziata una vita che corre sotto a Ground Glass, amplificata da quella che sembra sia soltanto solitudine. Poi però ci si consegna alla luce, quasi in maniera trascendente, riconoscendosi cauti. L’insieme è quello di un corpo che si fa movimento lui stesso ed emette suono in quanto movimento; la distinzione fra i field recordings ed il corpo del suono si fa via via più netta, quasi fossero figure inconciliabili e soltanto in contatto, una avvolta nell’altra. La title track dipinge chiaramente questa sensazione ed Unsound Structures cambia l’atmosfera, mettendo un violoncello a sbarrare qualsiasi tipo di passaggio ingrigendo i toni e le grane del percorso, avanzando poi nell’etere per rientrare alla luce iniziale, ma con maggior violenza, in un’impennata che prende sempre più corpo. Poi la fine, il rientro nel corpo, la chiusura dei gesti e dei movimenti, la comprensione di come tutto, a partire dal respiro, sia frutto di una circolarità.

Non so se definire It’s Nothing, But Still un disco sia corretto. Le mie orecchie lo hanno letto come un viaggio, con quella coccola finale al piano che ci fa capire che il rientro a casa è prossimo. Bello terminare, sapendo di poter ripartire ogni volta che si vorrà.

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