Steve Austin – the Magnolia Session (Anti-Corp, 2026)

Tornare su Steve Austin, immaginandoselo sotto alla magnolia dietro al Black Matter Mastering di Nashville, fa uno strano effetto. Un po’ perché giocare con Townes Van Zandt facendolo proprio non è cosa da pochi. Un po’ perché molti dei brani già risuonano come classici, non curandosi del fatto che abbiano avuto una prima stampa soltanto un paio di mesi fa. Prendete Henry, od Am I Just Crazy: impossibili da datare viste maturità ed intensità, a conferma della profondità del musicista di base a Lebanon, Tennessee. L’impianto è più minimale, scarno, sembra di immaginare Steve con un occhio di bue nell’oscurità di un palco. È soltanto il frinire degli insetti che ci riporta ad un piano naturale e concreto, sottolineando una bellezza che è quella dei più grandi. Il suono e le parole scivolano come se fossero oliate e profumate e quando canta l’amore lontano dei Delmore Brothers (andando indietro di quasi un secolo) ci fa apprezzare ogni legnosa sfumatura. Di certo le Magnolia Sessions sono una certezza: iniziate sei anni fa da Dan Emery sono presto diventate una sorta di marchio di qualità, dove togliendo tutto rimangono unicamente la bellezza della musica, mai così vicina all’ambiente ed alle nostre orecchie. Ci sentiamo accanto a Steve nella Long Way To Hell prima di rendere tributo a David Allan Coe: I Still Song the Old Songs non è soltanto l’ultimo brano della sessione, ma è esattamente ciò che Steve sta facendo. Prendere il buono del passato, tra figure tutelari e paterne, riconoscendosi come autore compassato ed ispirato. Due dischi come questi a distanza di pochi mesi sono un vero e proprio regalo, che accettiamo più che volentieri! Chissà, sarebbe bello sentirlo dal vivo con questa impostazione, chissà che non ci faccia un bel regalo nei prossimi mesi…