Stefano De Ponti – Apparizione #7 (Apparizione, 2015)

Capita che, al Blau Studio di Milano, vi siano delle apparizioni, apparizioni di artisti, che si prestano a session di registrazioni live, accuratamente catalogate in numero progressivo e rese disponibili in formato digitale su bandcamp. Dopo Roberto Crippa, Awkwardness, Adato/Pissavini, Sabir Mateen, Patrizia Oliva e Hurla Janus, lo scorso aprile, ad apparire, è stato Stefano De Ponti.
Se la cassetta Likes Lamps On By Day ci aveva fatto apprezzare le doti di compositore e narratore (senza parole) del musicista milanese, qui lo vediamo sotto una luce diversa, in veste più scarna, cimentarsi con chitarra preparata, microfoni ed oggetti. Ne perde la fruibilità, non la vena poetica e le capacità evocative; ne guadagna – merito anche della bontà della registrazione – l’impatto live, sebbene, in una musica del genere, potrebbe non sembrare un dato fondamentale. Lo è, ascoltate e mi crederete. Il lavoro, che supera di poco i tre quarti d’ora, è nettamente diviso in due sezioni; la prima parte, di quattro brani, è caratterizzata da un certo lirismo: gioca sui ritmi lenti di battiti riverberati e su melodie di chitarra che si librano sul rumore di fondo, sempre presente ma mai troppo invasivo. Quello che colpisce è la varietà di una musica che, pur iscrivibile nell’ambito dell’elettroacustica, sa trasportare l’ascoltatore nelle malinconiche atmosfere di Inducted Need o intrigarlo con l’IDM scomposta alla maniera cubista di Father Solitude. In questa prima sezione ascoltiamo fugaci indizi –qualche suono dissonante, qualche tocco più scuro – che preannunciano ciò che ci attende, ma davanti ai 25 minuti di La Cicatrice Sulla Pancia – una bonus track significativa come poche – capiamo che nulla avrebbe potuto realmente prepararci. Lo scenario si incupisce di colpo, le atmosfere si fanno dilatate e livide, i battiti meccanici e minacciosi, il suono sporco e stridente, sofferto; è l’apparizione di qualcosa di certamente inquietante, per quanto dotato di un suo sinistro fascino. Non sapessi essere De Ponti, mi sarei giocato una discreta somma, perdendola, scambiandolo per qualche nuovo gruppo dark-ambient uscito su Cold Spring. Eppure, a un ascolto attento, appare evidente come la mano sia sempre la stessa, che ci propone una versione in negativo di quanto ascoltato nella prima parte: là le melodie aleggiavano su lontane brume noise, qui è il rumore a prendersi la ribalta, relegando sullo sfondo i toni più accomodanti. Della capacità di De Ponti di frequentare vari generi nell’ambito delle musiche “altre” eravamo a conoscenza (ricordiamo anche lo splendido brano di field recordings sulla compilation Crepe), ma mai avremmo creduto potesse spingersi fino a queste latitudini. Che si tatti di una scoperta oppure di una conferma, è comunque cosa assai gradita.

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