Stefan Wesolowski – Song of the Night Mists (Tin Angel, 2025)

Compositore, violinista e pianista polacco Stefan Wesolowski arriva al suo quinto disco in solo, comprese due colonne sonore per un documentario HBO ed un film, Wolf, che verteva sulla licantropia. Titolando la sua ultima fatica Song of the Night Mists possiamo quindi ben comprendere come non ci sia nulla di allegro né di estivo in quest’avventura, a chiudere un trittico di opere iniziate nel 2013 e nel 2017 (Liebestod e Rite of the End rispettivamente). Non c’è praticamente luce ed il carminio della copertina dove una testa ed un archetto svettano come fossero muscoli cardiaci. Pur se le cinque composizioni partono da presupposti differenti (le prime quattro da un lavoro commissionate dal Tatra, un parco naturalistico slovacco mentre la quinta è un lavoro per il centro culturale del Mar Baltico di Gdànsk, in Polonia). Nei cinque brani, ma soprattutto in Glacial Throughs, si può sentire l’influenza di György Ligeti nei termini di ampiezza e solennità del suono, che sembra sempre raccontare una storia compiuta. Non è un commento sonoro, no, è la protagonista e Stefan riesce a tenere le fila dei musicisti coinvolti per emozionarci e commuoverci. La potenza di Peak è tale che ci sembra di percepire una parete di roccia davanti a noi, un blocco materico che via via si fa cima, cocuzzolo liberatorio e panoramico, screziandosi di colore e venti gelidi. Disperdersi materico e folate melodiche in Stalagmite, per un suono che si ispessisce quasi covato dalla profondità degli anfratti. Il Wilhelm Tombeau che si staglia per dodici e più minuti al finale della notte potrebbe ricollegarsi alle composizioni barocche in memoria dei trapassati, anche se in questo caso sembra girare su se stesso alzandosi lievemente di tono, quasi come un ronzio circolare a martoriare lievemente un corpo. Pur con i movimenti del brano la cappa oscura permane, come la capacità del musicista di tirare fino al limite il filo della tensione e dell’attesa senza spezzarli. Anzi, arrivano organo e voci a dar manforte, per un crescendo mortuario ispiratissimo, per un finale (ed un disco) da ascoltarsi a volume smodato, sentendo sopra di sé le note di una notte quasi infinita.