Simi Fyda – In My Personal Heaven, I’m the Devil’s Spawn (pointless geometry, 2026)

Com’è la vita di chi scrive di musica? Splendida a tratti, grazie a congiunture che ci portano a passare serate in gruppi di ascolto godendosi le imperfette evoluzioni di Beth Gibbons sopra all’Orchestra Nazionale Polacca alle prese con Henryk Gorécki, per poi scambiarsi pareri con amici a chilometri di distanza sulla propria etichetta discografica polacca preferita del momento. Strano ma vero è grazie a questa dritta che casco su In My Personal Heaven, I’m The Devil Spawn di Simi Fyda, musicista che riesce ad imprimere un timbro oscuro e gotico in composizioni commissionate in parte dal festival Canti Spazializzati di Wroclaw (una delle città più belle che abbia mai visitato tra l’altro). Un lavoro che Simi dedica alla nonna persa quest’anno e che viene rifinito fra Polonia ed Italia, riuscendo carico di tensione e di personalità.
La musicista utilizza sintetizzatori, organi e suoni per fondere ad alta temperatura mondi diversi, tanto che a tratti ciò che sembra udire l’orecchio è lo sfrigolio della fiamma bianca sui tessuti in crescita di -may-care, fino a rilanciare immagini d’anta o forse visioni fra le nebbie di maso chords. Se potessimo azzardare ipotesi parleremmo di apparizioni, fuochi fatui, ricordi mai sopiti, evocazioni effettuate senza impennate né enfasi fuori luogo, ma mantenute sobrie e convinte, come un macchinario pronto a scavare al roccia con la propria costanza. Simi sembra riuscire a scoperchiare strane forme di vita unendo elettronica a toni acustici, quasi fossimo in una colonna sonora fantastica e sospesa, dove si uniscono suoni gotici e stilizzati. Il tutto sembra muoversi a velocità ridotta, quasi come in certo cinema di Elias Mehrige, dove non sappiamo chi stia recitando e chi sia veramente il vampiro. Così non riusciamo a comprendere quanta verità e quanta messa in scena ci sia in questo ritratto viscoso, spesso giocato su rimbalzi monotoni eppure perfetti allo scopo. Forse è catarsi, forse autoanalisi, ma di certo nella trasformazione a guadagnare qualcosa siamo noi, con una bava di suono che sembra giocare con nastri a varie velocità prima che possa succedere altro ancora, rimettendoci ancora a pensare se quel che abbiamo appena finito di ascoltare sia veritiero oppure fantasioso.
Chi se ne importa dite? Non lo sapremo mai, ma la curiosità e le brecce aperte da questo viaggiare ci lascia carichi di interpretazioni e letture, per un disco che continuerà a girare ancora a lungo…