Silvia Tarozzi-Lucciole (Unseen Worlds,2026)

Lucciole di Silvia Tarozzi è forse il disco più bello, intenso, significativo e luminoso del 2026. Da qualche tempo torno ad ascoltarlo per frammenti, perché siamo davanti a una fiamma accecante: un’opera capace di unire la leggerezza delle lucciole alla loro potenza cosmica, quella forza misteriosa con cui, in una notte buia, ci fanno visita e per un attimo trasformano il mondo intorno a noi.

Due minuti di fiati aprono ∞8∞: un’introduzione calda, costruita su note tenute a lungo. Fin dai primi istanti l’atmosfera è accogliente, come se, lentamente, sospinti dalle vibrazioni apparentemente infinite dei fiati, si spalancassero davanti a noi le porte di un grande casale di campagna invaso dalla luce e dai rumori della natura. Qui ogni cosa diventa vibrazione esistenziale e bastano questi due minuti per aprire il cuore anche ai più rudi e insensibili tra noi. In lontananza risuonano campane; poi arriva la voce della Tarozzi, fattasi strumento su un nastro che si riavvolge, ed eccoci alla prima canzone, Frutti acerbi. Il brano si apre con il parlottare di un neonato ed è proprio quella purezza, quell’andare leggero e profondamente consapevole dell’essere, a pervadere la composizione: una nenia, una ninna nanna di una dolcezza sfrontata e unica. Il testo, come quelli che seguiranno, è fortemente ermetico, semplice e complesso allo stesso tempo; continuamente ci sorprende e sembra sorprendere anche se stesso. Una scrittura unica, libera da qualsiasi stilema e proprio per questo ricca di significati e immagini luminose.

L’Airone prosegue per chitarra e voce, ma l’armonia si altera leggermente e qualche dissonanza parla di vita e d’amore, e di come spesso le due cose coincidano. Dopo circa un minuto una reiterazione per strumento a corde, degna di Glenn Branca, ci apre a un altro mondo; entrano scivolosi fiati e la tavolozza di questo affresco si arricchisce con un ordine che ci sfugge e, proprio per questo, ci attira. Gli elementi sono pochi, chiari, essenziali: come solo quelli delle grandi composizioni sanno essere.

Brass on the Rocks è un breve intermezzo che, nella sua brevità, riesce a essere fortemente evocativo e ammaliante. Il tema sembra uscito dalla penna di Nino Rota e attorno compaiono rumori che ricordano piante rampicanti. La maestria della Tarozzi sta anche nell’intensità che riesce a creare in capitoli sonori tanto brevi quanto sfuggenti.

Sun si apre con disturbanti rumori plastico-metallici per poi passare quasi subito a calde marimbe, come se Reich incontrasse Stranizza d’amuri e minimalismo e pop diventassero un’unica, bellissima materia sonora. La reiterazione percussiva è arricchita da fremiti e glitch, come se fossimo accecati dalla luce del sole e, al tempo stesso, non potessimo fare a meno di fissarlo. Entra una voce fortemente alterata che sembra dissolversi nella luce, introducendo degli archi che portano il brano ancora più in alto. Ora la voce della Tarozzi danza sui legni e, mentre eventi sonori alieni si susseguono, non possiamo che abbandonarci al movimento circolare della composizione, lasciandoci trasportare verso il sole.

La Quercia, sesto brano, è una di quelle forme-canzone capaci di trasformarsi in un’anomala e splendente evoluzione. Dal primo ascolto di questo disco, e dalla sua uscita, ne ho fatti davvero molti e penso che la musica nel 2026 debba e possa essere esattamente questo: un incontro virtuoso tra melodia e avanguardia, tra poesia e rumore, tra dissonanze e strutture rassicuranti che sanno di casa. Se il mondo non fosse all’incontrario, questo disco dovrebbe essere al primo posto di tutte le classifiche e tutti potrebbero godere di tanta bellezza e, proprio come accade con le grandi opere, proseguire a proprio modo gli stimoli e le illuminazioni che da un lavoro come questo inevitabilmente scaturiscono. Gli arpeggi, architettura portante del brano, sono magia pura: una struttura vibrazionale in continua mutazione che poi cede il testimone a un organo rileyano, capace di proseguire con lo stesso passo sognante e imprevedibile. La composizione si chiude con frammenti modulari che vanno dolcemente svanendo. Essenziale e fortemente evocativo anche il testo: «La quercia lavora nell’ombra / Invisibile agli occhi di chi non ha occhi / che per il tronco / per le foglie ed il ramo pesante». Parole che descrivono perfettamente questa musica, che sfugge a chi ha orecchi solo per sentire e non per ascoltare. Una musica che colpisce e commuove chi è disposto ad andare oltre l’aspetto esteriore.

Poi arriva Code, settima composizione per fiati, che mi riporta alla memoria, pur nella sua evidente diversità, alcuni lavori di Moondog. Nello scivolare dolce dei fiati, ma anche nelle sincopi e nei ritmi spezzati, prende forma un’immagine sonora forte della contemporaneità. Ed eccoci a Lucciole, ottava composizione, che parte con fiati e chitarre provenienti da luoghi magici e segretamente vicini a noi. Poi il testo, il declamare delle parole della Tarozzi, ed è un continuo ruotare, un planare in voli velocissimi nello spazio tra le nuvole. Una composizione che sa farsi paesaggio antico, sensibile alle emozioni di chi ci ha preceduti, alle nostre e a quelle di chi seguirà; un brano che diventa antico quanto la natura che abita queste musiche.Basso, fisarmonica e fiati danzano e ci fanno ruotare su noi stessi mentre, attenta regista e maestra di cerimonie, la compositrice conduce il brano con un suono e parole carichi di fiducia e volontà di ascendere. «Balli che si ballano ruotando all’infinito in equilibrio sopra un dito ballerai… Si apre il tuo sorriso e in genere lava via la vecchia cenere lascia spazio al nuovo fuoco che brucia dentro te»: frammenti delle parole cantate dalla Tarozzi colpiscono per la capacità di sintesi immaginifica. Sono parole che sono senso e suono allo stesso tempo, fuse con una musica che sembra nascere insieme a esse. Lo ripeto: ad oggi difficilmente potremmo chiedere di più a delle canzoni.

Michael Galasso e Henry Flynt di You Are My Everlovin’ mi tornano alla mente non appena inizia Corallo e perle e, su un violino memore di tutta la storia e la ricerca musicale, eppure libero e dotato di una propria unicità, si modulano suoni e parole amorevoli, malinconiche e a tratti strazianti. La voce della compositrice ci parla di un amore antico, intimo e al contempo universale.

Prendere un brano altrui, farlo proprio, farlo vivere di una luce nuova nel profondo rispetto della luce che emanava ed emana tutt’oggi la versione originale, ci dà il polso della profondità in cui sa immergersi la Tarozzi: con consapevolezza e intelligenza. River Phoenix (Carta a Um Jovem Ator) di Milton Nascimento, nella rilettura — o forse, ancora meglio, reinterpretazione — che ne fa la compositrice, è vibrante e unica. Dopo diversi ascolti, rapito dagli arrangiamenti e dai suoni, sono andato a cercare chi suonasse in questo brano, perché c’era un colore, un mondo che mi sembrava familiare. E così era: Stefano Pilia regala qui una grande interpretazione fatta di dolcezza e note che, non appena ci toccano, svaniscono, comunicandoci forse la caducità del giovane attore e, forse, di noi tutti.

Undicesima lunga composizione strumentale è Le ossessioni. La batteria di Valentina Magaletti apre immediatamente un mondo deciso e mutante; il drumming è nervoso e al tempo stesso trattenuto, grande esempio di senso della misura e di continuo tentativo di sovvertirla. Entrano sintetizzatori (Mellotron?) e suoni di origine elettrico-elettronica a creare una sorta di giungla sonora in movimento. La reiterazione è cuore e motore dell’intera composizione, con il pensiero che corre subito, inevitabilmente, a Reich, ma il pezzo mantiene una propria unicità e una visione d’insieme precisa. Sul finale entra il cantato della Tarozzi, che diviene corale, e quasi tutto scompare mentre la voce declama versi essenziali e ossessivi sulle ossessioni, fino a un finale per archi che sembra provenire da registrazioni alternative smarrite de L’era del cinghiale bianco. Un brano che, come tutti quelli in scaletta, meriterebbe numerosi ascolti per tentare di coglierne l’essenza e trarne il massimo piacere.

Fischio, voce e spinetta aprono Distratta uno dei brani più pop — nel senso più alto del termine, vedi alla voce Brian Wilson — dell’intero disco. Qui non mi sento di aggiungere molto, se non che la compositrice ha saputo comprendere, elaborare e restituirci una propria versione, luminosa e intensa, di quella magia che si nasconde nella forma canzone. Da ascoltare sempre, ma forse soprattutto nei momenti più bui, quando può aiutare a riaccendere una luce.

Perdutamente, altra canzone luminosa e illuminata, apre per archi e voce per poi frammentarsi in sillabe e rumori e procedere con un andamento lento, ondivago, degno delle deambulazioni debordiane. Archi, voci e spinetta tessono trame evanescenti che sembrano scolpite nell’aria e capaci di toccarci profondamente.

Un motivo per tornare è la penultima composizione di questo intenso e lunghissimo viaggio che vorremmo non finisse mai. Corde pizzicate di zither, dolcemente stonate, aprono il brano per poi lasciare il passo alla chitarra di Pilia e agli archi che, con lunghe falcate, costruiscono insieme ai fiati un ambiente di trascendenza, movimenti circolari e ritualità. Una composizione che sa di sacro commiato, di commosso addio e del desiderio di un ritorno.

E poi eccoci a una versione pura, essenziale e inaspettata di Distratta, che infatti si intitola Distratta (reprise), cantata dal Piccolo Coro Angelico, con Angelica Foschi al piano e la Tarozzi al violino. È una grande emozione riascoltare questo brano nella sua veste bambina. Il brano è un gelato, una crostata, zucchero filato; è la felicità degli zuccheri, del sole, delle corse, dei salti e di chi è essenzialmente se stesso, senza filtri o sovrastrutture, e felicemente canta.

Perché siamo lucciole nelle tenebre e Silvia Tarozzi ci canta della leggerezza che è profondità e della potenza salvifica della musica.

Photo Credits Silvia Simonini