Silent Carnival – S/T (Old Bycicle/Viceversa, 2014)

Altro che gli immigrati, sono gli svizzeri a rubarci i lavoro! Nella fattispecie il lavoro del discografico, dato che l’esordio del siciliano Marco Giambrone esce per l’elvetica e sempre attenta, bisogna ammetterlo, Old Bicycle, sebbene l’onore nazionale sia in parte salvato dalla coproduzione della catanese Viceversa Records. Si trattasse almeno di un lavoro trascurabile, ma questo dei Silent Carnival è un album notevole, che a fatica si crede possa trattarsi di un esordio.
A onor del vero, sebbene la sigla sia alla sua prima comparsa, Giambrone non è proprio di primo pelo, avendo suonato con Marlowe e Nazarin ed essendo stato in tour con Carla Bozulich, un’esperienza che ha evidentemente lasciato il segno. O forse no, forse sono semplicemente artisti affini che si sono incontrati naturalmente, perché ciò che esce dai solchi di questo disco appare come il risultato di una profonda (e dolente) riflessione interiore ancor prima che di una sintesi musicale. Nella difficoltà di destreggiarsi fra stili di riferimento e paragoni – new wave e neo-folk, Swans seconda maniera e Vic Chesnutt, tutte suggestioni emerse al primo ascolto ma svanite coi successivi – l’unica definizione possibile mi sembra quella di blues, inteso come condizione dell’anima più che come genere: non c’è altro modo di descrivere la cupezza di A Process (da un poema di Dylan Thomas), l’ossessiva e brutalmente realista Existence, il lirismo gotico di It’s Not Real e Gare Du Nord, l’elegiaca Restless Love, segnata dalla bellissima voce di Caterina Fede. Il ricchissimo parco strumenti (chitarra, basso, sax, organo, elettronica e nastri sono solo alcuni) e l’assetto della band di accompagnamento che varia ad ogni brano – compaiono, fra gli altri, Gianni Gebbia, Con_cetta e Andrea Serrapiglio – non snaturano mai il suono, che resta asciutto, brumoso e lento, perché ogni nota ed ogni parola sono soppesate per dar conto del dramma dell’esistere e mettere in scena il faticoso incedere di un funerale sonoro, del quale il carnevale silenzioso è forse l’immagine speculare. Un disco bello e difficile per il senso di disperazione che emana, un’opera prima che, una volta tanto, si fa apprezzare non per la freschezza ma per la grande maturità.

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