Sheldon Suter – Pink Dawn (selftape, 2026)

È un suono morbido e flessuoso ad accoglierci in Pink Dawn, il nuovo lavor di Sheldon Suter. Bubbling Dance lenisce in leggerezza, con un fischio che fa capolino e ben si sposa con una sensazione di equilibrio fetale e caloroso, ricreato perfettamente dal tocco leggero del percussionista ticinese. Da qualche tempo Sheldon ha ampliato ancor di più i suoi orizzonti e dopo i notturni e le ninne nanne dello scorso album sembra languire qui attorno ad un emozione, una dolcezza che ben si sposa con la voce di Lea Lu ad unirsi in un abbraccio soul che attesta come l’orecchio abilità sia tutt’altro che aliena a Suter. Musicista minuzioso riesce a racchiudere in ogni brano un mondo che unisce immagini anche molto lontane tra sé, come l’oriente placido e l’odore di Morr Music in Blur Away, a costruire un ninnolo sonoro che fa sgranare gli occhi ad infanti ed ascoltatori innamorati di quei suoni quali siamo. L’atmosfera è magica, quasi meditativa ma colorata, brillante nell’inglobare spunti nuovi alla pletora delle strumentazioni usate: l’arpa di Julie Campiche in Soft Sparks ad esempio sembra essere più il prodotto di un incontro e di un momento condiviso, un breve dialogo fra anime affini. Pink Dawn è un disco di paesaggi e di luci, di effetti speciali artigianali e di vapori, orchestrati, suonati e prodotti da un musicista che sceglie saggiamente l’istinto più che la ragione. Accarezza cetacei con fare sornione e meditativo, in un disco fragile speciale come la creatura pequena recitata da Vanni Bianconi i sedici ossa. L’Uzbekistan più fagocitante in Bukhara ci obnubila la mente rapendoci, mentre con gli ultimi due brani Sheldon Suter conferma la forma di Pink Dawn, sorta di creatura in grado di espandersi ed avvilupparci, probabile cefalopode o pista subacquea che come un’alba grazie a colori e luci differenti riesce a spingersi oltre la mera rappresentazione di sé stessa, portandoci altrove.