Ho scoperto dell’uscita di Make It Forever casualmente, tramite il cenno di uno scrittore ed un ascoltatore fidato, che raramente sbaglia. Grazie a Manuel Graziani mi sono quindi reinserito nel flusso ombroso di Scott McCloud, ormai maturo cantautore dopo una carriera in band seminali, oscure e tormentate. La scoperta di ritrovarsi un gioiello di disco viene confermata ascolto dopo ascolto e sale la curiosità di capire che cosa abbia spostato l’equilibrio di Scott per farli mettere di proprio pugno il nome id battesimo su un disco e perché proprio su Make it Forever. Un veloce contatto via mail e la sua disponibilità scioglie ogni riserva, rendendosi interlocutore attento ed esaustivo.
Salve Scott, come stai? L’album è uscito da qualche settimana…come ci si sente? È liberatorio quando la musica prodotta arriva al tuo pubblico?
Ciao Vasco, è liberatorio per essere onesti! Mi sono lambiccato per anni, tenendomi tutto in testa. Chiedendomelo, riflettendoci…dovevo pubblicarlo? Questo dialogo interiore, su cosa sia o meno “buono”, è finalmente diventato irrilevante, in una sorta di catarsi. Parte della gioia nella musica è il poter osare ed osare è sentirsi vivi.
Leggendo interviste ed articoli online sembra che per parlare di Make It To Forever si debba partire dalla Grecia del 1996. Com’è iniziato questo processo?
I Girls Against Boys suonarono ad Atene nel 1996. Fu, in una parola, emozionante (thrilling, ndr.). Non solo il concerto, ma la sensazione in città. Da quel punto ci sono tornato regolarmente, attraverso amici che ho conosciuto in loco. I brani di Make It Forever sono stati registrati ad Atene dopo uno dei miei tour solisti da vagabondo in giro per la Grecia. Inizialmente volevo solo documentare parte del materiale sui quali stavo lavorando in quegli anni, una sorta di demo. Qualche amico mi consigliò Dimitri ed il suo Zero Gravity Studio come posto per poterci lavorare, quello fu l’inizio di tutto.
Soulside, GVSB, New Wet Kojak, Paramount Styles, Lunch Meat, Rain, Operator. Poi ad un certo punto hai deciso di mettere solo il tuo nome su un disco. Cos’ha significato per te 40 anni dopo il tuo debutto?
Nonostante Make It To Forever sia un disco solista è comunque uno sforzo collettivo. Sono fortunato nel conoscere così tanti musicisti talentuosi che si mettano a disposizione per collaborare con me, sui miei brani. Pubblicare un disco sotto il mio nome mi da una certa flessibilità logistica per poter suonare dal vivo e soprattutto questo è il mio disco più personale, più di ogni altro disco che abbia fatto ed era l’intenzione primaria: togliere tutto, vedere “…if there’s something really here…” (uno stralcio dal brano Come Round, un esperimento minimalista).
Scoot McCloud – Come Round
Quando hai realizzato che la musica sarebbe stato il tuo principale mezzo espressivo? Com’è iniziata e come fa a durare da così da tanto tempo?
Quando ero ragazzo scoprii molto presto che suonare la chitarra fosse qualcosa per il quale ero portato. Una parte di questo crebbe semplicemente con la mia generazione, la musica rock era tutto per me da adolescente. Da ragazzo ero un paper-boy, consegnavo giornali ed avevo una radio a transistor con la quale passavo sulle stazioni classic rock sui miei percorsi di consegna. Fu una crescita importante, più tardi poi scoprii la scena punk di Whashington DC ed il fatto che una persona potesse realmente creare i propri brani, le proprie idee, i propri sogni. Col passare del tempo realizzai semplicemente di essere disegnato per creare musica, l’atto creativo di trasformare un’idea in un brano, in qualcosa di esistente, non ha mai perso il suo fascino. La musica è la forma d’arte che anche sotto l’aspetto biologico coinvolge il cervello più di ogni altra. Udito, linguaggio, vista, tocco. Vedere uno spartito, toccare uno strumento, credo che fare musica inondi il mio cervello di dopamina, sono sempre stato completamente coinvolto da essa.
Incrociai per la prima volta i Girls against Boys più o meno una trentina di anni fa, ai tempi del vostro ultimo album su Touch & Go, innamorandomi poi del film con le vostre musiche Contenders: Serie 7 e tutto quanto seguì. Fu l’unica vostra esperienza col cinema?è un medium che ti interessa come musicista?
In realtà mi trasferii a New York alla fine degli anni ’80 per frequentare la scuola di cinema NYU. Quell’esperienza segnò in maniera rilevante la musica dei GVSB con plurimi riferimenti cinematografici nei brani. I film noir, Mae West, la Nouvelle Vague. Imparai a scrivere brani in “word pictures”, che significa brani che abbiano l’atmosfera di un posto o di una scena e dove le parole descrivessero conversazioni e dialoghi, senza un contesto. Oltre al cinema mi interessavo di scrittura, fotografia, arti visuali e sono sempre stato un avido scrittore di taccuini. Uso la scrittura automatica così come altre pratiche e questo influenza anche il mio songwriting che è molto intuitivo.
Ho ascoltato l’album senza avere accesso ai crediti ma dal singolo “Come Round” ho riconosciuto Jennifer Charles, una delle mie cantanti preferite di sempre (ed uno dei miei concerti preferiti di sempre, in una serata con Elysian Fields e troy Von Balthazar). Con chi hai lavorato e come hai organizzato registrazioni e produzione?
Ganzo che tu abbia riconosciuto la voce di Jennifer Charles su Come Round, è una cara amica dai tempi di NYC. La sua voce interpreta l’eco del protagonista, in una canzone sul desiderio, forse sul desiderio di connessione, ma non si chiarisce nel brano se questa connessione avvenga. Si fa delle domande su questi rapporti, è una conversazione come solo la musica riesce ad essere. Ci sono molti altri musicisti che hanno giocato ruoli importanti sul disco: Hannah Moorhead (basso & backing vocals) è stata fondamentale nell’aiutarmi a finalizzare i brani ed è accreditata come co-produttrice, Julia Kent al violoncello, Winston Yu al violino ed alle tastiere, Charles Bennington dei New Wet Kojak ha suonato il sax più molti amici greci, fra i quali Dimitris Dimitriades che ha registrato il disco ad Atene. Quindi certo, è un lavoro solista ma il contributo di tutti questi musicisti è incalcolabile. Ho registrato in primis le tracce chitarra e voce con Dimitris, iniziando poi ad aggiungere cose, tenendo sempre presente che l’intento fosse quello di rimanere minimali e crudi. Reali. Questo è stato il percorso.
Make It To Forevere sembra felicemente fuori dal tempo, forse più legato alla tua anagrafe che al 2026. Come hai capito di essere pronto, che questo fosse il momento giusto?
Il concetto di tempo è affascinante e come umano la nostra percezione del tempo è complessa quasi fino all’incomprensione. Molti dei brani di GVSB trattavano letteralmente di cosa succedesse nel presente (nei ’90 di allora), in una corsa selvaggia. Siccome questi brani sono per lo più riflessivi i temi includono la memoria e come questa continui a vivere ed a mutare nel tempo. Molti di questi ricordi sembrano essere più vivi che mai. Forse c’è addirittura qualche viaggio nel tempo! Ogni volta che si ripercorre un ricordo è diverso. Quale posto migliore per registrare dei brani del genere che Atene, dove la sensazione di una sorta di eternità è presente tutta intorno? Cos’è il tempo? Infinito – eterno – incomprensibile. Anche il titolo, MAKE IT TO FOREVER non ha senso letterale, cosa dovrebbe significare? Ha..è forever un luogo? Uno stato mentale? Può essere interpretato in molti modi credo. In teoria possiamo presumere di capire il tempo ma non sono certo che la pratica sia funzionante. La realtà di un minuto, un’ora, un anno, un’intera vita come un flash.
Sono stato letteralmente rapito dalla copertina del disco e dall’immagine che Sohrab Habibion e Kottie Paloma hanno creato e che servono come controparte figurativa ai brani. I tuoi occhi sono coperti, cosa volevate trasmettere? Com’è andata la vostra collaborazione?
In principio volevo una sorta di immagine rovinata, trasandata, qualcosa che implicava la rovina della bellezza da parte dell’eternità del tempo. La mia amica Kottie Paloma, un’artista statunitense che come me vive a Vienna ha fatto le foto mettendomi in alcune cabine per fototessere in giro per la città dipingendole poi in maniera intuitiva. Sembrano vecchie fotografie per passaporti rovinate dal tempo.
Come sei finito su God Unknown? Ami molti dei loro progetti, specialmente Sneers e laura Loriga: che importanza ha un’etichetta discografica nel 2026 rispetto ai giorni della Dischord e di Touch & Go?
Ho conosciuto Jason Stoll di God Unknown attraverso amici comuni (il fotografo Steve Gullick, James Johnston, i Therapy?), mi ha fatto sentire diversi loro lavori e la cosa è scattata. Credo che avere una label sia sempre importante, come diverse persone che lavorano nella medesima direzione, in maniera molto simile a quanto facevano Dischord e Touch & Go. Spargere la musica nella miglior maniera possibile.
Che succederà ora per il disco? Ho visto che hai delle date in Belgio e nei Paesi Bassi a maggio. Possibilità che tu scenda a sud? Con che line up lo presenterai?
Concerti ed ancora concerti, vedremo come si comporterà il disco…la cosa eccitante per me è poterlo presentare dal vivo in diverse formazioni: in solo, in duo, in trio, tutti insieme. Dipenderà da che tipo di situazione si presenterà. Credo ci sarà una girandola di collaboratori ed ospiti, le canzoni potranno essere reinterpretate in molti modi differenti. C’è anche un aspetto logistico per me in questo periodo, considerando come sia impegnativo economicamente metterci in viaggio con una band di cinque persone. Immagino lo spettacolo live svilupparsi in diverse maniere, è un libro aperto. Storytelling, forse qualche elemento teatrale, solo il tempo ce lo dirà! Spero di passare anche in Svizzera, sto pianificando un tour più ampio a settembre.
Grazie mille per tutto Scott, l’album è magnifico!
Spero di vederti dal vivo!

