Certa musica sembra incrociarci più che nascere. Composizioni che portano seco una sorta di infinita esistenza, stendendosi all’indietro nel tempo, quasi a rintracciare il percorso della luce ogni giorno su questo pianeta. L’ascolto di The Will of Tongues di Sarah Davachi, compositrice canadese ormai attiva da una dozzina d’anni, mi ha dato questa impressione. Dagli organi a canne utilizzati per queste composizioni sembra dare fiato a queste canzoni e dialoghi fra archi, voci e fiati come indicato sui crediti di questo lavoro ed affidati a quattro differenti ensemble (The Sung Blood Players, Phaedrus, Diapason ed il Canberra Choir Ireland). Sin da subito si rimane estasiati davanti alla mano morbida, delicata di Sarah mentre guida i diversi suoni ad intrecciarsi oppure a sfiorare i tra loro in lunghe composizioni. Ascoltare il disco sembra essere una pratica simile al vedere un pittore dipingere una tela, un esercizio quasi meditativo che dà i propri frutti lasciando questo cascame di suono fra noi ed il mondo. Tutto si forma, tutto si crea e The Will of Tongues potrebbe essere semplicemente una forma musicale dalla quale partire, estatica nel suo riempire le forme a dei suoni che ritrovano declinazioni certe, intuibili a conti fatti. Ma il ritrovarle una in fila all’altra per tredici lunghi brani è forse quanto di più gradito all’orecchio, un lenitivo ed un balsamo. Un plauso a Daniele Santagiuliana che mi ha fatto ricordare di questa opera preziosa che rischiava di essere presto dimenticata, come sempre ottimo procacciatore di suoni vicini e lontani.
Sarah Davachi – The Will of Tongues (Late Music, 2026)
