È il 31 luglio di un anno nel quale le ferie estive si stanno lentamente trasformando in un miraggio (considerando quanto ancora manchi al sospirato ferragosto) quando Dan Volohov mi scrive facendo gli interessi di Feral House, casa editrice di Port Townsend fondata da Adam Parfrey, per un libro sullo storico gruppo hardcore noise Die Kreuzen scritto da Sahan Yayasuriya. Come spiego a Dan non sono un grande esperto della band, che conosco di nome, ma mi adopero per capire se qualcuno in redazione o nella rete sia stato un loro fan e seguace. Nessuno, guadagnando così un bel tono di pagine da leggermi durante le ferie e potendo calarmi in una storia inedita ma utilizzabile come il classico viaggio della band. L’unione, il cambio di Line up, la stima, i riscontri, la lettura di altri su un operato che pur di nicchia mantiene un’altissima qualità artistica.
E dire che tutto per me è iniziato con un filmato live in TV del 1983 quando, sotto gli occhi di una presentatrice in camicia rosa e giacchetta nera i nostri si prodigarono per un quarto d’ora abbondante di nervosismo, rumore ed incastri figli del loro tempo, in un crocevia fra hardcore e noise del tutto personale, rimanendo outsider che seppero costruirsi strada e stima.
Die Kreuzen – Milwaukee Cable TV 1983
Non sappiamo dire se Don’t Say Pleas verrà mai tradotto in italiano, del resto da quando sono rimasto invischiato in questa storia non sono nemmeno riuscito a trovare un disco dei Die Kreuzen, mi toccherà chiamare Corey Rusk un giorno o l’altro!
Ma se voleste tornare a quegli anni ed a quel suoni, unire le mille e più tessere date dai contributi esterni (una pletora impressionante di musicisti che riconobbero ed accompagnarono ai tempi le gesta dei nostri) la lettura di queste pagine è fortemente consigliata. La ragnatela costruita da Sahan cattura e coinvolge all’interno di un viaggio dell’archetipo, quello della band marcia che riesce ad ottenere uno spiraglio di luce, rendendoci tutti quanti più vicini, riscoprendo una band che merita assolutamente di essere ascoltata ed approfondita, forse di un suono, di un immagine e di una visione personale e coerente per tutto il loro percorso.
Leggete questo libro, traducetelo, fate saltar fuori i loro dischi. Poi se ci riuscite fatemi una cassetta da 120 minuti e speditemela in redazione a Sodapop, proverò ad imitare malamente lo stile di Richard Kohl e ricercherò il mio walkman.
Assicuro che ascoltare (o riascoltare, nel caso dei più illuminati) la loro discografia è esperienza che strappa degnamente vesti e pelle. Dalla furia cieca ed incontrollata dell’album omonimo, con brani minimali e feroci che si esauriscono in pochi secondi via via verso un’intensità sempre più complessa.October File è una bestia riottosa, che si sposta da lande ’80 ad influenze che a tratti non differiscono da certo hard rock losangelino, soprattutto per alcuni tagli vocali di Dan Kubinski, anche se il tutto sembra sia adombrato da un’oscurità riesce a permeare tutto il lavoro. Century Days invece segna il loro cambio produttivo, dalle mani di Corey Rusk a quelle di Butch Vig ed apre altri scenari, basta ascoltare il sax di Peter Balistreri e gli accenni a quella che potrebbe essere senza nessun problema una canzone pop come So Many Times, oppure il perdurare di Number Three. A chiudere la reprise del tema di Halloween, che da sola basterebbe a farceli amare per sempre. La chiusura è ovviamente deputata a Cement, disco che è un canto del cigno più che degno e che nel 1991 lascia i Die Kreuzen come una band che è riuscita nel suo percorso a muoversi in maniera interessata e curiosa attraverso i suoni del presente, più feroci e più intimi. Basti Deep Space come esempio di una capacità pop profonda ma soprattutto a colpire è la profondità e l’ombra che ogni loro album si portava dietro. Suoni lontani dall’estate ma che riescono a caratterizzare un cambio di rotta, verso una modalità più contorta e sofferta come espressione, intensa e bruciante.
Del resto l’autunno è alle porte ed anche il Canton Ticino sembra un piccolo Midwest: basterà si fermi uno dei turisti svizzeri tedeschi soltanto per portargli fare un cenno alla bisogna indicandogli una delle chiese dei dintorni oppure un cimitero.
“Die Kreuzen, ja, ganz genau!”
Danke, grazie.

