Sabo – 8 Saisons à L’Ombre (RuminanCe, 2007)

Potrebbe tranquillamente, questo disco, essere la colonna sonora di un affascinante viaggio nella penombra di un milieu fantastico, la mala francese degli anni '50, tutto gangster, baiaffe, poules e caids. Un noir di duri le cui scene scorrono in uno slavato bianco e nero con immagini di baveri tirati su e attività clandestine poco chiare sullo sfondo. Un affresco di una storia troppo presto dimenticata, affogata dalla fine del romanticismo. I Sabo, non troppo differentemente da altri epigoni contemporanei, rileggono una tradizione rapidamente abbandonata con quel bello stile che abbiamo reimparato dai più curiosi autori d'Oltreoceano. Evidentemente non siamo dalle parti del repecheage di sonorità balcaniche, ma ci muoviamo su quell'assito tradizionale di chitarre acustiche contrappuntate da organi e chitarre elettriche che fecero la fortuna delle colonne sonore di fine anni '60, primi '70, del secolo scorso. Non dissimile dalle pagine migliori dei Calexico, del nostrano Capossela, da certi giochi strumentali alla Lambchop, dalle tirate più, erroneamente considerate, desertiche dei Ronin.
Il punto di contatto tra i tours francesi e le famiglie italiane, in questa sorta di gioco al rimando della malavita dove l'America non esiste, è La Ultima Voltà (Chè Ho Visto La Mia Nonna Viva). Se è vero che "il sait faire comprendre" è l'unica concessione fatta dai francesi agli stranieri che masticano la loro lingua, questo strumentale di italiano stentato ha solo il titolo; con echi del maestro Morricone, soprattutto nell'uso di chitarroni, bouzouki e cori, i Sabo riescono a costruire un picco di intensità meritevole di nota.
Molto saggio l'uso degli arrangiamenti, che, basandosi tutti su un corpo di chitarra classica, costruiscono sui vuoti i crescendo, andando ad intersecare i tappeti di organi con le volute dei giri di basso; le chitarre elettriche, iper riverberate, disegnano le melodie, arrivando a bazzicare improbabili ma riuscite misture di nenie hawaiane con paesaggi da notti romane. Testimone perfetto di questa architettura è il divertente brano Le Train Du Dimanche Soir, dove il solo Rèmi Saboul suona tutti gli strumenti, fischiettando allegramente la sua spensieratezza, in uno dei pochi momenti di distensione del disco. La nota comune all'intero album è, infatti, un certo non mascherato nervosismo: senza quasi mai ricorrere a percussioni o artifici similari, il ritmo è sempre sostenuto, solo raramente mitigato da divagazioni leggere. Il cantato di matrice autorial-confidenziale non raggiunge ancora vette da chansonnier ma potrebbe essere tranquillamente alla portata.
Nelle conclusive Retour Vers Le Sud e Rètrospective D'Un Vie si configura la chiave di lettura: un Requiem Pour Un Gangster Imaginaire, come preconizzato in principio, la cui vita scorre di fronte agli occhi durante una fallimentare fuga verso una vita diversa, in un sud sempre troppo lontano e sognato. Romanticismo spicciolo, tradizione fin troppo codificata da libri e immagini, storie logorate da una cronaca al passo di un Real Tv piuttosto che di lise pagine di carta. Un mix interessante di già sentito e già visto in un tempo lontano, che, però, porta con sé un souvenir del futuro: una possibile visione di ritorno a paesaggi europei al naturale, asfalto rotto dal caldo, tori in lontananza e rapporti umani ridotti al minimo, come nelle splendide immagini inserite nell'artwork.

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