Detriti, lavoro che fa seguito al gigantesco Unknown City e apre probabilmente la strada a un nuovo, diverso e altrettanto imponente progetto dei SabaSaba (il duo formato da Andrea Marini e Gabriele Maggiorotto), qui impreziosito dalla viola di Ambra Chiara Michelangeli, si apre con il brano Riflessi. Tra detriti e riflessi le comunanze, idealmente, sono molte: un detrito non è altro che un elemento che proviene da un tutto per andare verso un altrove, o forse verso lo stesso tutto da cui proviene. Fatto sta che in questo primo brano ce ne vengono donati i riflessi, che si muovono lentamente in una zona misteriosa, piena di echi di buio e di repentine increspature del suono. Marini, Maggiorotto e Michelangeli sono i nostri Stalker: ci accompagnano in un luogo sconosciuto e alieno che, proprio per questo, riesce a farsi specchio di ciò che siamo veramente.
La deambulazione prosegue con Sotterraneo, dove droni di diverse profondità e materie creano il terreno magmatico su cui ci muoviamo e, in tutto questo, percussioni sfibrate e parcellizzate ci offrono un “non ritmo” che non fa altro che disorientare ulteriormente i nostri sensi. La sospensione: non potevamo che chiedere questo, dopo questi due brani profondamente inquieti e minacciosi. Sospeso è la terza composizione e finalmente prendiamo fiato, scarichiamo la tensione verso terra e cominciamo a mettere — e a metterci — a fuoco. Pulsazioni, strepitii e corde sfregiate creano un paesaggio statico ma di una stasi precaria; la viola della Michelangeli sembra a tratti un segnale sonoro di cui non comprendiamo l’origine, ma di cui percepiamo la siderale distanza da noi. Arrivati a questa terza composizione mi sembra chiaro di non essere di fronte a un semplice disco, ma a un’opera sonora totale e totalizzante. Ascoltato in cuffia è un luogo, uno spazio, una realtà avvolgente che, nel suo essere inquieta, ci ingurgita un po’ come se fossimo finiti in sabbie mobili vibranti e, proprio lì, quando stiamo per passare di stato e dimensione, tutto si blocchi e noi rimaniamo sospesi tra due stati, due dimensioni.
Merito di questa esperienza sonora va dato anche a Paul Beauchamp, che con i tre ha saputo cogliere questi suoni sfuggenti nel migliore dei modi.Esosfera, quinta composizione, è una soglia sonora: un velo plumbeo copre tutto e tutti e abbiamo la netta percezione di trovarci in uno stato metamorfico. È un vuoto affollato. Oggetto Umano, sesto brano, è invece un dolce fluttuare verso terra: l’elemento percussivo ci accoglie con pulsazioni regolari e misurate, mentre tutt’attorno sintetizzatori e viola costruiscono un paesaggio sonoro a suo modo morbido e, rispetto a quanto abbiamo attraversato fin qui, quasi rassicurante.
Traccia centrale del disco è Risveglio, non solo perché è la più lunga ed espansa, ma perché, con il suo bordone che non può che far pensare a Pauline Oliveros o La Monte Young, costruisce un vero e proprio arazzo in movimento fatto di microtemi, stridii e percussioni dimentiche della loro funzione primaria, divenendo esse stesse mondo e melodia. Una traccia intensa, potente, che non si smetterebbe mai di ascoltare: un brano in cui sembra stia succedendo tutto e nulla allo stesso tempo, un mondo a sé stante che si colloca tra il nostro e un altrove luminoso che ci sembra di intuire.
Segue Nucleo, dove torniamo nell’oscurità cupa dei brani iniziali, con un tamburo che, con il suo eco, ci riporta alle radici dell’esistenza umana, quando percussioni, voce e sopravvivenza in un mondo ostile erano gli unici elementi. Materia Organica, ottava composizione, riporta alla mente alcune sonorità del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza nelle loro vie più oscure e disturbanti. Anche qui gli spazi si dilatano e il suono fluttua, facendo dialogare la propria matericità con lo spazio che ha intorno e con noi.
Con Costa Rossa ci avviamo verso il finale: tappeti sonori sintetici e acustici scivolano verso di noi, la batteria è nervosa ma controllata, l’incedere è sicuro e, in questo fitto dialogo di ritmi e suoni ondivaghi che sembrano generare ed essere generati da una propria liturgia, rimaniamo attoniti a farci cullare da questo profondo movimento.
Oltre il Confine già nel titolo ci parla di un superamento, di uno scivolare verso uno spazio altro. Una tempesta sonora ci investe: il suono è denso, granulare, disturbato; le corde della viola sono tirate e sfregate al massimo delle loro possibilità. Come nelle composizioni di Ellen Fullman, anche qui le corde sembrano moltiplicarsi all’infinito, ma, a differenza delle composizioni della Fullman, qui vince il buio, l’inquietudine e il presagio. Poi, di colpo, come a causa di un soffio di vento, tutto finisce in modo repentino e definitivo, lasciandoci interdetti e, a questo punto, in grande attesa del prossimo lavoro dei SabaSaba che, pur avendo evidentemente trovato un loro suono unico, non si accontentano né si adagiano, ma ci comunicano con questo lavoro la loro profonda voglia di espansione e ricerca.

