Ryan Spring Dooley – Avenue Crush (refe/Urlaub/Tafuzzy, 2026)

Vivendo a Minneapolis poteva capitarti di poter usufruire, tramite la scuola, della strumentazione donata al complesso scolastico nientepopodimeno che da Prince. Un’investitura magnifica, che in qualche modo copre di magia Avenue Crush, il viaggio in Cadillac sulla Milano-Meda di Ryan Spring Dooley, esordiente che sembra uscito dalla penna di un Beck Hansen appena arrivato a New York dall’altra sponda degli Stati Uniti d’America. Ha quella facilità nell’utilizzare una sorta di rap cantilenante senza bisogno di costruirci intorno quasi nient’altro. Qualche rintocco, uno svacco sereno che permette l’entrata del sassofono e dei suoni di una tastiera come se fossimo al tavolo da gioco nel patio della Grand Royal e Ryan fosse intento ad impegnarsi per creare un mondo con il meno possibile. Plastica ma colorata, sentita, lo-fi ma perfetta senza essere prodotta e rifinita. Lirico e toccante quando in Downtown ascolta i Jackson 5 (mentre i fiati sembrano avvolgerlo e proteggerlo) Ryan unisce a più non posso suoni molto diversi tra loro, dando l’impressione che possano semplicemente esistere e fluttuare nello spazio per essere presi dal musicista in questione. È questione di scelta, suonare semplice o complicato, del resto a volte basta una chitarra ed un sonaglino per potersi specchiare in una Moon che non risponde alla tristezza ed alla pazzia. Difficile collocare Ryan Spring Cooley a tratti: potrei immaginarlo su qualche canale o palude italiana, con Andrea Cola e Grip Casino a salutarlo con un bianco sporco in mano ed una porzione di polenta ed anguilla pronta all’uso. Nessuna cameretta, gli spazi aperti e la chitarra che viaggia libera, senza troppo aggiustarla, cantando come si faceva una volta. Un disco che è un piacere presentare, che avremmo potuto far passare come una cassetta registrata nel 1993 da un ragazzo che un giorno sarebbe diventato qualcuno e che invece è figlio dell’oggi e di Ryan Spring Dooley, talento grezzo che chiede di essere lasciato così com’è. Controllate bene la custodia del disco, non mi stupirebbe trovarne un numero al quale chiedere una canzone in conferenza telefonica a Ryan. Oppure un buono per una birra al Refe, unito ad Urlaub e Tafuzzy nel sostenere una produzione che chi aveva già qualche pantalone lungo nei ‘90 terrà stretto e vicino allo stereo.