Rún – Rún (Rocket, 2025)

A volte basta lasciarsi andare. Del resto cosa mai potremmo immaginarci possa ancora nascere da un progetto irlandese che cita a ragione parentele di sangue o stilistiche o collaborative con Lankum, Nurse with Wound, Pauline Oliveros, William Basinski, Om, Coil e The Necks? Viaggiare, a mente aperta assorbendo suoni e voci che sembrano sempre più vero e proprio frutto di un paesaggio e di una terra gravidi di energia e nutrienti. Paidir Pobal (Pupil) trascende il tempo e con la voce di Tara Baoth Mooney ci svela una figura magica che non sembra appartenere del tutto al nostro tempo, considerando anche i cori che ne accompagnano il passaggio.
La voce è narrante, sibilante, cantante, urlante, si muove mutando, attorcigliandosi ad una musica mai doma in Your Death, My Body, brano che forse più degli altri pare essere un film senza immagini, una passione, un tumulto. Le composizioni dei Rún nascono spesso come improvvisazioni dalle quali emergono collegamenti e disegni più ampi. In questo caso Tara sembra muoversi a qualche metro di altezza, banshee verrebbe da dire in maniera forse superficiale, di certo extra-ordinaria. Poi un intermezzo, Gutter Snipe, che svela forse per un minuto scarso un lato del trio più torbido, smosso nella sua carnalità. Terror Moon è la morte, il sentore dell’abbandono e dello sfacelo per un’immagine che parte dall’occhio di un cavallo e da un aranceto abbandonato a Jaffa, dopo la morte di chi se ne occupava da parte dei coloni. È vero, l’immagine è imboccata dalla band stessa ma è un quadro, una reiterata battaglia che ferisce, la musica come unguento e come sale a dipendenza dell’ascoltatore. Le urla, gli stridii, il sangue che pulsa e che permette il movimento strumentale, una ruota che gira, sanifica, guarisce e distrugge per otto minuti da far risuonare al massimo dei volumi, con una coda che puro spostamento di maceria. A parlare in Such Is the Kingdom è invece un uomo, non sappiamo se Diarmuid MacDiarmada, Rian Trench o chi altri, che ci invita a seguirlo ed ad andare a lui, in una sorta di segreta ambientazione, oscura e medievale. Rún è disco di scene, di scatti e di immagini, spesso oscure ed evocative, ricordi e parafrasi. Strike It è un passato da dimenticare, la religione che si inerpica in vie sbagliate per un Dio tradito dai suoi messaggeri, mentre sotto si picchia come a creare una bolla di protezione in un corpo sludge. “…Unholy God…” recita Tara, gli animi (e le anime?) si infiammano e forse il rogo globale è l’unica soluzione.
Caoinhead è un tipico lamento vocale nelle tradizioni gaeliche e celtiche e sembra, nei suoi tredici minuti di estensione, rimettere in pace, in circolo e nella propria posizione le energie spese in questo viaggio, alla creazione, all’ascolto ed all’influsso sull’ambiente. I Dead Can Dance citati nella cartella stampa in questo caso presenziano in doppio, sia come immagine sonora ma soprattutto come nomea, per un’intensa proliferazione di energia e di presenza incorporea.
Appare chiarissimo come Rún siano una porta d’entrata su un mondo che non vedremmo altrimenti. Lo stesso nome può avere più significati: segreto, intenzione, fiducia, piano, pensiero. Parole enormi, che racchiudono comportamenti ed azioni. Parole e gesti che in un disco d’esordio risuonano fortissimo, una veste magica e potente per un messaggio universale ed intimo.