Mi son chiesto se fosse il caso di scrivere di Lux di ROSALÌA e di HEROINA di Sevdaliza e quanto fuori dal target di sodapop stessi andando, ma sentivo come si 45.8 milioni di ascoltatori globali ce lo stessero chiedendo, quindi siamo qui. Nel caso della Vila Tobella sono anche appena stato a Barcellona, ed incarnando quell’immagine tra il carnale ed il guerriero cyborg (ottimamente evidenziate da una produzione glaciale) ho propeso per iniziare da lei.
Un viaggio che unisce passato e presente, sacro ed urbano nel quarto album dell’artista catalana e che la conferma ai vertici di un pop che partendo dalla tradizione diventa drammatico, musical, globale e lirico. Una svolta rispetto al passato di un’artista che ha sempre dato prova di surfare tra i generi per esprimersi al meglio. Un disco che non ha paura di farsi raccolto o sopra le righe nel giro di due minuti. Soprattutto un disco che fa della bellezza stessa uno stile ed un arma, caricandola e spingendola verso ad un limite che, per fare un esempio, i Flaming Lips hanno spesso fatto coi colori ed i Cripple Bastard con la velocità e la cattiveria. I momenti meno riusciti sono brutte derive disneiane (il brano in italiano, Mio Cristo Piange Diamanti, è terribile, ma anche derive quasi infantili come La Perla sviliscono) che mi fanno impazzire pensando alla costruzione di un disco che è un percorso, un peregrinare e ritrovandosi. Questo percorso trova momenti altissimi, come una Mundo Nuevo che mi ha rievocato addirittura la Sierra Madre dello schlagersinger Ronny. Di suo ROSALÌA si muove veloce e l’enfasi è incanalata in una tattica alla Muhammad Alì (pungi come un’ape, vola come una farfalla), trovando nel disco la possibilità di pungolare gli ascoltatori, richiamando su di sé l’attenzione. Difficile ascoltare l’album facendo altro, la sua massa è la sua drammaticità ci richiamano a sé e questo è sicuramente un dono, anche se crediamo che con un’ulteriore sgrassata sarebbe potuta andare vicino al definitivo album glocal. Dios Es Un Stalker vince per titolo e pronunce dando all’amore un altro taglio, mentre ci si attacca alle certezze come il Sauvignon Blanc nonostante tutto. La Rumba Del Perdon fa scuola a sé, aggiungendo all’equazione le voci di Estrella Morente e di Silvia Pérez Cruz in un brano che si rifà in toto alla tradizione colpendo al corazon. La chiusura del disco va verso un’intimità molto ben gestita, con un fado insieme alla portoghese Carminho ed alle Magnolias che sembrano caderci addosso, come con Paul Thomas Anderson. Ecco, forse guardando a lui invece che alla Pixar al prossimo giro potremmo definitivamente amarla.
Esame del terzo album per Sevdaliza, con la quale ero rimasto all’incredibile brano Nothing Last Forever insieme a Grimes. Inizio l’ascolto dopo aver terminato LUX di Rosalía, della quale sembra insieme complementare e simile insieme. Un’intro epica e quasi mitologica a presentare l’artista di origine azere e russe, iraniana di nascita poi olandese, prima che un pop meticcio si elevi contattando immediatamente il proprio angelo di riferimento. Poi una doppietta, prima insieme a La Joacqui in una Heroina che ricorda il sodalizio Gwen Stefani Pharrell Williams poi in una partouze con Pabllo Vittar e Yseult dove i confini fra uomini, donne, lotte e vendette si distruggono in una tragedia greca postmoderna. Musica urbana senza confini che finisce per rendere assolutamente impossibile definire da dove e per chi arrivi. La sensazione (e questa è forse la cosa più chiara nella comunanza di Rosalía) è che i brani non siano all’interno di una tracklist studiata, in un album, ma in un eterno random che colpisce ora sì, ora ancora ma non ha una sua dinamica. È un suono latino e speziato, che si distacca dal passato di Sevda Alizadeh e che ci fa venire parecchi dubbi sulla reale direzione intrapresa dalla musicista olandese. Stripper e Maria Magdalena colpiscono per le immagini che sono in grado di provocare (con una bellissima performance di Irmãs de Pau) ma si accusa un senso di resistenza a questa perenne mano di colore e di ritmo. Anche nei momenti più personali come in Strong because you are non si va oltre ad un pop di scarsa profondità. Peccato, che l’amarezza di Postergirl non viene in questo caso sostenuta da tesi che vadano oltre alla musica patinata ma priva di quel graffio che ci si poteva aspettare da Sevdaliza. Ci resta di nuovo l’angelo iniziale, creatura al quale si torna in un percorso che è sembrato un brutto giro su se stessa.
Due dischi bizzarri, che forse cambiano alcune delle carte in tavola e che ci svelano parti del gioco che non ci immaginavamo?

