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Rock And The City – Sex, Drugs & (Fake) Rock And Roll

Perché Chris Robinson è di nuovo single? Che c'entra col punk di New York? Che ruolo ha mai Kate Moss in tutto questo? Sebbene sia una straight edge genuina fin da tempi non sospetti, la mia Signora non è insensibile al fascino del trash, per cui prende a prestito dalla sorella vecchi numeri di Vanity Fair. Lo scarto temporale tra l’uscita e l’annoiata lettura (tipicamente “da tazza”, va da sé…) fa in modo che l’occhio cada disinvolto su notizie di quelle che si sentono a Studio Aperto, tra l’ultima bizza di Vieri, la razione giornaliera di tette & culi o il caso umano della settimana.
Invero, non passa quasi numero che qualche rock star o presunta tale non resti invischiata nella rete, e passi alle cronache per qualche piccante retroscena che ormai non spaventa più neppure Topolino: dal bamboccio Pete Doherty che lascia siringhe insanguinate nella toilette dell’aereo (“oh, Kate… acciderboli… mi sono scordato di gettare la… ehm… spada sopra Brighton…”) a Chris Robinson che passa le sere col porno come un borgataro qualsiasi (“oh, Kate… machecaz… strusciati di più su quel palo… come sarebbe "torno da mia madre?").
Ora, qui nessuno ha nulla contro le star del rock, anzi: le mie mensole traboccano di roba su major, fatta da gente con ville, coca e bond di sé stessi quotati in borsa. Sono grandi dischi, e perciò li metto su spesso, tanto quanto i Minor Threat o gli Iconoclast, se è per quello. Ciò che sa di gratuito e privo di senso, casomai, è l’aver fastidiosamente assorbito – con una mossa comoda, un’opzione che costa poca fatica – solamente il senso dell’eccesso e del lusso, lasciando la creatività da parte o dandone una versione edulcorata per famigliole in scampagnata. Si è afferrata solo la buccia, la forma a scapito della sostanza, e chissene se altri ci han sul serio rimesso la pelle, scontando con la morte il mito (infame: lui e chi lo alimenta a colpi di retorica) del bello e dannato. E’ la cifra della plasticosa contemporaneità: una volta avevamo Iggy? Adesso ci becchiamo i Babyshambles. Eppure parecchi tra noi hanno un palato raffinato e non se li meritano questi sottoprodotti umani, rincretiniti cloni castrati di Jam o Allman Brothers. Se andate a leggervi quel memorabile tomo, in bilico tra mitologia dei bassifondi e commento sociologico da cantina (entrambi complimenti, ovvio) intitolato Please Kill Me, uscito in edizine italiana ai primi dell'estate per Baldini Castoldi Dalai, vi troverete una tale quantità di sostanze da uscirne strafatti e storditi, condita da violenza e deboscia (spesso quasi cartoonesche da indurre alla risata sonora…) in adeguata proporzione. Mitologia, e va bene, ma soprattutto il disfarsi progressivo di Geni come Dee Dee o Bators, tanto per non far nomi. La differenza sta lì, anche se non si approva (e io sono con voi) lo sperpero di talenti e vite: sottomettersi a un modello e viverlo in pieno, farne materia della propria cifra stilistica (Chinese Rocks e Ain’t It Fun le risentiremo per l’eternità), oppure farsene scivolare addosso il simulacro, la vuota carcassa priva di significato. Malauguratamente, non si può avere una cosa senza l’altra, o forse sì, e sorgono i distinguo: Richard Hell ora campa scrivendo e si merita la copertina di The Wire, mentre le due Bambole di New York rimaste (su sei: bella media figlioli/e!) tornano a dare patetica esibizione di sé più incartapecorite di Jagger e Tyler messi assieme. Sempre meglio che finire all’ospizio, diranno loro. Noi, mi sa, siamo lievemente di un altro parere, perché la recita è la medesima – triste e opportunistica – di tutti i ragazzetti che giocano a Sid & Nancy (già di loro niente più che un debole privo di talento artistico e una manipolatrice tossica terminale…) in versione Jet Set, griffata e accompagnata da caviale e lustrini. In questi momenti viene spontaneo rimpiangere certe incarnazioni di giovanilismo rock and roll che, autodistruttive finché si vuole, una profonda traccia nell’evoluzione del genere l’hanno impressa eccome: ars longa, vita brevis, anche se non ci garba, ma la realtà è per lo più faccenda sgradevole. Intanto la nuova (falsa) truffa del rock and roll è legalizzata, non va né contro il sistema né al suo cuore per provare a smontarlo dall’interno. Come le leggi di Tremonti, piomba dritta dall’alto, e la sensazione (quasi una certezza) è che non si possa far di meglio che ignorarla. Probabilmente, l’epoca degli eroi s’è chiusa del tutto, ed è ora di rimboccarsi le maniche dal basso ogni santo giorno e non più part-time. Che, se non sbaglio, è l’idea con la quale il punk partì, trent’anni or sono…

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