Roadburn, Tilburg, 19 aprile 2026, giorno 4

Acqua calda e zenzero, poi un panino con spiedini speziati e dei ravioli vegani fritti. Birra e finalmente siamo sotto al palco di Sir Richard Bishop per il primo live di questa ultima giornata di Roadburn. Ascoltando soltanto la prima canzone si capisce il perché di quest’aura. Il suono serpeggia, le mani si muovono veloce e pare di sentire non il peso bensì il colore dei secoli e delle culture che attraversano questa musica. Per la prima volta in questi giorni sono sotto al palco ed è bellissimo vedere molti ragazzi giovani, tra i dieci ed i quindici anni, ascoltare e prestare attenzione ad un’esibizione potente e diretta come quella del musicista originario di Saginaw, Michigan. Saprete di me che sono la cosa più distante dalla tecnica musicale ma qui sembra magia, la musica esce semplicemente dalle mani, dalla chitarra come se ci fosse sempre stata e Richard si limiti a farla arrivare e noi. L’arzigogolo non è mai sfoggio di tecnica, è passione e bollitura di umori ed aromi che ci investono. Una pausa per accordare (“I’ll do it for your benefit” si giustifica) passando poi a paesaggi più placidi e rurali, da dove esce tutta una dolce melanconia, un’idealizzare l’immagine veicolata da un suono tanto bello. Il suono si inerpica, diventa più concentrato ma mai ostico, si sente la campagna dei giochi e della libertà, delle corse. Un concerto bellissimo.

Siem Reap è il progetto di Gilles Demorder, anche con gli Oathbreaker, che su disco mi aveva discretamente conquistato, unendo un suono a tratti karateiano a guizzi personali. Oggi si presenta in quartetto, mantenendo l’ondulata passione che aveva espresso in Wishin’I Was Fishin’. Ed in fatti riesce a replicare perfettamente ciò che di meglio ci aveva colpito nel suo album: la capacità di raccontare storie articolate senza suonare pedante ma anzi, facendoti entrare in una narrazione che si srotola in mezzo ai suoi strumenti. Le armonie, i rintocchi, i controcanti: ad un tratto sembra di ascoltare una versione meno dolce e più formattata dei Kings of Convenience, ma è solo un Moment perché un brano dopo l’altro le movenze di Siem Reap emergono come personali, raccontate da un musicista equilibrato e toccante. Del resto è l’unico che io conosca ad aver dedicato un brano ad Oliver Kahn e di questo gli sarò sempre grato. Chiude con Ballerinas, un’altra magia delle sue, le piccole cose che colpiscono e rendono una giornata speciale.

Per Lili Refrain le aspettative sono piuttosto alte, calcolando come Nagalite sia un viaggio che aspetta soltanto di essere vissuto ed i precedenti lavori, prendendo in esame anche soltanto quelli usciti dal 2020 in poi sono di una qualità incredibile. Non ho mai visto Liliana dal vivo, che arriva, salutando ed iniziando a spargere suono minuto, prendendosi il tempo per iniziare ad agire. Lamento un pochino la mia posizione che avrei voluto più favorevole ma il rito riesce a raggiungere qualsiasi ascoltatore, la voce corre e si libera su tappeti sonori e percussioni da lei stessa guidati. Sembra di assistere ad una preghiera laica e naturale, connessa con gli elementi e con le forze più che con le figure, avvolgendoci senza indugio. Rispetto ad un’esibizione come quella di Róis l’altra sera qui l’assenza del gesto suonato (eccezion fatta per un tamburo percosso e campionato) non disturba, anzi, riduce in qualche modo la dispersione focalizzando l’attenzione sulla performance. Quando arrivano i fraseggi della chitarra sono perfettamente inseriti nel tessuto e scompaiono piacevolmente assumendo una diversa consistenza. Il viaggio di Lili Refrain ci porta attraverso un mondo che non riconosciamo perché non ci è chiesto di analizzarlo tramite i parametri che conosciamo: bandiere, luoghi, colori. Non sappiamo nemmeno se sia realtà o fantasia, di certo è capacità di attaccarsi al nostro immaginario tramite la musica, scatenando vere e proprie evocazioni. Sul finire il suono si fa lievemente più acido, quasi un amarcord di vecchie explotation, dove le presenze assumono altre forme e sguardi. Quando poi alza le corna al cielo seguita dal pubblico e ci regala una sontuosa ridda di schitarrate, beh, direi che il traguardo del nostro viaggio è pienamente centrato.

Quello dei Sanam è un concerto che si svela poco a poco. Giocano con il silenzio, con lo spazio prima di arrivare al ritmo, quasi disegnando una partitura visibile dove anche il pubblico gioca la sua parte come elemento sospeso. Poi parte un ritmo metropolitano, Sandy Chamoun ha una voce incredibile, sembra di sentire i Talking Heads sotto il cielo di Beirut. Gli strumenti seguono un ritmo interiore che non percepiamo fino in fondo, suoni fantasma giostrati fra tradizione ed avanguardia. Anthony Sahyoun ne giostra i registri modificando in tempo reale i suoni della voce di Sandy, mentre Farah Kaddour al bouzuki mantiene un’ossatura ed un gancio mediorientale insieme al batterista Pascal Semerdjian. Ma nel loro mondo il territorio è solo un imprinting dal quale si costruiscono nuovi sentieri. Elettronici, rumoristici, geografici quando riprendono un brano di un autore egiziano dal loro debutto, ma soprattutto considerando come si siano creati, da una residenza artistica nella quale suonare con Joachim Imler all’Irtijal Music festival di Beirut nel 2021. Ed è l’abbattere i confini la loro forza, integrando musica araba, dub, jazz, art-rock in un’insieme estremamente personale e seducente. Il Groove si alza, il pubblico risponde e finisce in festa ed in entusiasmo.

L’immediata sensazione, quando il power trio che tutti aspettavamo inizia a suonare, è che non ce ne sarà per nessuno. Free-rock, psichedelia, una caria che onestamente non ci si aspetterebbe da loro. Vero che anche il disco registrato lo scorso anno era un live ma essere presenti mentre i flussi di Bill Orcutt, Ethan Winter e Steve Shelley si incrociano colpisce alquanto. Il chitarrista imperversa mentre la batteria di Steve Shelley tiene alto il ritmo, regolare e leggero, pronto a premere il volo, con Miller che riesce ad amplificare il corpo sonoro, che impatta serpeggiando sul malcapitato pubblico. Ed in effetti pensare alle origini dei suddetti musicisti non si stupisce che libertà, potenza ed intensità siano armi affilate e giostrate alla perfezione. Si vede quanto si divertano a lanciarsi in interminabili cavalcate, oppure a dipingere letteralmente paesaggi a largo fondo (parte un brano che se ascoltato insieme al manifesto del Roadburn di quest’anno fai il film western del decennio solo con una camera fissa). Quando stringono il suono perdono un pochino mordente, sembra si morda il freno e si capisce come abbiano bisogno di spazio e polpa…ma ogni giro è una gioia, si svisa, si viaggia letteralmente.
Se con i Sanam partivamo dal Libano e dall’Egitto qui c’è sterminata prateria statunitense ma il concetto è lo stesso, un flusso di energie che si mischiano in un prisma del tutto personale, che fa tesoro dei grandi miti ‘60 e ‘70 dimostrando che si può suonare attuale anche con musiche simili, sfondando le pareti di definizione fra rock, folk, psichedelia e blues. Spero tanto che questo progetto continui e si evolva ancor di più, sarebbe pane per le nostre orecchie, insieme ricordo e slancio futuro. Ascoltarli per un concerto intero è come assistere alla costruzione di un’opera di Land art: lavoratori indefessi che non si danno pause, lasciando un risultato che lascia a bocca aperta quando se ne percepisce la portata completa. Poi Ethan parte con un giro killer di basso, Steve lo segue mentre Bill inizia a disporre qualche notte: è un altro viaggio, peccato che al bar abbiano solo Jack Daniels e tocco accontentarmi dell’ennesima Bavaria, un Moonshine ci sarebbe stato da dio.

Altro pianeta, altro viaggio quello offerto dagli Ak’chamel, oscuri per formazioni oltre che per i travestimenti essendo arrivato a live già iniziato. Partiamo dal Texas ma siamo in ritualità aliene, dove la collocazione geografica perde velocemente il proprio senso. Purtroppo le luci (come spesso accaduto qui al festival) ed il mio pessimo telefono non mi permettono di immortalare i loschi figuri, ma sentirne l’oscuro rantolo biascicato vale il passaggio. I suoni si fanno percussivi, concitati e malvagi, ma ci resta poco attaccato.

Preferiamo farci del male coi Kollaps, Wade Black e sodali ad urlare sul disagio ed il rumore, forse la cosa più romantica del festival. La coesistenza fra i toni bassi e cavernosi dei tamburi e lo stridore delle chitarre, sopra al quale si muove il damerino beh, vale lo show e ripulisce la bocca da tutto il festival, in uno spazio, utilizzando il disturbo ed il filo del rasoio come politica artistica. Nessuna pace, il batterista che sembra uscito dalla tana di Efesto o dal Valhalla, il chitarrista pelato e su di giri, umido, il cantante beve tenendo il bicchiere con due mani e fa realmente paura, in più pestano senza sosta. C’è la dark wave, il gotico, il temperamento romantico, la mia idea di emo-core, il tutto sotto uno strato di urla e ferraglie, come un cuore pulsante ricoperto di metallo e tetano. Wade inizia ad incidersi, il chitarrista percuote gli strumenti (una sorta di molla tenuta in orizzontale) con un bastone e sembra di essere davanti al sacrificio auto-inflitto, con la voce ora profonde ora urlata del collasso. La fisicità del frontman oltrepassa l’archetipo del magrolino pazzo alla Crispin Glover, si ributta sul pubblico finendo per mandare in risonanza e distorsione il mondo, prima di chiudere in gloria.

Con dei riferimenti molto larghi, Can, Faust, The Necks fino ad arrivare a T-Rex, Black Sabbath e Motoropsycho i K-X-P sono il penultimo progetto ad esibirsi al Roadburn 2026, prima della chiusura con DJ Haram. Due batterie, sintetizzatori e voci, per un tappeto crauto sul quale il vocalist inizia a ripetere in maniera piuttosto ossessiva due parole. Il risultato è un tiepido accompagnamento ad una sala di gente stanca e predisposta a farsi cullare, un incedere messianico dal quale si fa forza un beat elettronico che prende sempre più piede, per poi diventare atmosferico, punteggiato da urla e voci.
Perfetto come sleep concert, ad aprire le coscienze tra la veglia ed il sonno, ma la situazione ci impone di seguirli vigilmente nel loro operato. Nella loro semplicità sono di sicuro impatto tanto che l’incedere regolare mi ricorda a tratti gli Oneida più monotoni (sia preso come un complimento, ovviamente) e dopo questa benedizione esco per andare ad ascoltare l’ultimo set del Roadburn 2026, quello di DJ Haram.

Il suo Beside Myself lo scorso anno mi era parecchio piaciuto, così come il lavoro come 700Bliss insieme a Moor Mother, ma questa sera Zubeyda sembra optare per dei suoni maggiormente spirituali, quasi come se le presenze che aleggiassero in questo periodo storico potessero connettersi per un momento. Un suono che non ha bisogno di bassi né di colpi di scena per risultare potenti. La percezione è che quanto accaduto qualche giorno fa in Australia abbia spinto DJ Haram ed il pubblico in una sorta di aura difensiva, fattore che sembra uscire quando cerca un dialogo rimembrando brutte esperienze passate in Olanda. Il pubblico d’altra parte rimane bloccato e la sensazione è che si sia installata una distanza difficile da colmare. Quello di DJ Haram è un set bastardo, un sound system nel quale i momenti alti sono molti e quando chiede un applauso per la sodale Moor Mother parte una bella risposta ed il groove che la ospita colpisce a fondo. Il pubblico non balla ma inizia a rispondere, tanto da far decidere di passare anche degli inediti sui quali i 700Bliss stanno lavorando e che sono pura crema per le orecchie. Ci introduce anche ad un’altra rapper, She-Raw, della quale sicuramente sentiremo parlare, continuando ad integrarsi e variabili più sexy e più street nei suoi brani. Zubeyda ha perfettamente il controllo del palco ed i brani sono perfetti per mix e selezione, lavoro che le permette di intervenire in maniera duttile e singolare al momento, portando il suo set al crescendo per un finale inaspettato ma rappresentativo della varietà del festival.

Il Roadburn 2026 è terminato, da domani si tornerà a passeggiare in un mondo più colorato ma quando partiranno riff e distorsioni nessuno sorriderà pronto a partire ma torneranno le smorfie di fastidio. Teniamo botta e per chi potrà che inizino le prenotazioni per il 2027.

Un ringraziamento speciale a Davide Romagnoli (assente giustificato per tour in Cina ma senza il quale l’idea non si sarebbe mai realizzata), Stefano Protti e Matteo Pescarzoli compagni d’avventura e di Bavaria (aspetterò il report del primo su www.metalitalia.com, la ballotta Swamp Booking e Massimo Perasso del quale leggeremo il reportage su www.thenewnoise.it.