Stamane passeggiata dal camping a Poppel, poi bus e visita alla città, per quindicimila passi che si faranno sentire ma che eliminano qualche cervogia.
Giunto negli spazi prima del preventivato approfitto per sentirmi gli Heaven in Her Arms rifare The End of Purification. Non sono il solo ad averla pensata così, considerando che l’Engine Room è bella pienotta, di certo un bel benvenuto per il progetto di Tokyo. Loro ricambiano con l’inferno, una mazzata violenta di screamo e post-hardcore che il quintetto guidato da Kent Aoki sciorina senza nemmeno spendere troppa enfasi. Il frontman è fermo, abbigliato in guisa comunista produttiva e non deve nemmeno far la faccia del cattivo: basta la sua voce a dilaniarci, per l’inizio migliore che potessimo aspettarci. Le tre chitarre non si guardano, non si incrociano, lavorano per rendere la drammaticità del momento la
più vera possibile: fiammate che incendiano la sezione ritmica in un’idea del maelstrom molto verosimile. Pezzi spoken in giapponese prima di caricare a molla la legnata, potrebbero andare avanti per ora così francamente, il rischio lacrima è dietro l’angolo.

Con curiosità ascoltiamo il progetto Tria Nema, risultato con la scuola di musica Musical Factory di Eindhoven: un sestetto con tre vocalist differenti che insieme esplorano i mondi fatati della vocalità. Il suono è intenso, presente, risente di una parte ombrosa che, ornata dalle ugole femminili, non può non richiamare le migliori presenze oscure delle quali sono ancora debitrici. Chelsea Wolfe, Emma Ruth Rundle potremmo azzardare, anche se con il passare dei secondi e dei minuti le tre (Nina Boele, Indy Guns e Nina Grimm) cavalcano una scia epica e convincente, lasciando alle spalle un’onestà ma piuttosto bidimensionale struttura musicale. Prematuro cercare di capire come potrebbero crescere, ma di certo quest’occasione non è andata persa e potranno farsi. Noi, intanto, teniamo lì i loro nomi.

Di Otay:onii non so ancora nulla, ma le conoscenze sono quelle giuste: WV Sorcerer Production, The Flenser, per essere tranchant potremmo aspettarci qualcosa tra il magico e l’oscuro. Moonstruck Old Tales, una commissione Roadburn, reinterpreta sei ninne-nanne cinesi e l’inizio è lasciato al crepitio dei fulmini di un temporale, che uniti alle luci strino preparano l’entrata in materia. La performer sembra tenere in grembo una sorta di chitarra/tastiera e l’impatto del suono della band è possente. La voce di Lane Shi Otayonii sembra essere in grado di trasformarsi coprendo lo scibile tra il folk ed il metal, spettro che viene evocato nelle dinamiche strumentali. Cercando informazioni su di lei ho scoperto che agli esordi fu descritta come l’incrocio fra Björk ed un duo svedese e devo dire che forse il parallelo non è così fuori fuoco. Tecnica e capace, si prende lusso e briga di devastare con feroci slanci e distorsioni un campo da gioco, quello delle ninne nanne, dove i nostri cuccioli si sono già trasformati in spietati ed efferati guerrieri. La ferocia e la potenza del lavoro, perfettamente supportato da batterista, smanettona di synth e marchingegni e chitarrista, non è mai da cartolina ma indugia sul proprio dovere come una missione. È un mondo sconosciuto, del quale non riusciamo a comprendere senso e significato ma ci abbeveriamo comune alla sua energia di luci, vibrazioni, suoni e sorprese, danze e fiati. Quando scompare tutto e rimangono solo chitarra e voce si torna alla ninna nanna originale e si sente una grande e emozione. Il colore è spettacolare, ma è il tratto originale ad essere speciale: Otay:onii se nega veste aprendoci due porte, una su di sé ed una sull’abbandono alla notte, entrambe misteriose e potenzialmente irte di pericoli. Riceve la giusta ofazione dal pubblico presentando le sue musicate su un palco che l’ha adorata e dal quale scende letteralmente rotolando.

Due figure con delle calze nere, una batteria ed un banco elettronico, un uomo ed una donna, lei è Róis, Mo Léan, irlandese, una voce magica e calda che viene appoggiata su suoni processati. Una voce incredibile che non ha paura a sporgersi su una sorta di abisso, ripetutamente colpita dai suoni che gli strumenti mettono in volo senza riuscire a nuocerle ed a fermarla. Potrebbe essere una versione marziale del trip-hop, ed in effetti le radici del suo canto si incastrano nel “keening”, una specifica applicazione dello sean-nós, un canto funebre irlandese. In questo caso, spesso, less Is more, ed infatti dove è soltanto la voce di Mo ad esprimersi senza nessuno strumento di accompagnamento sono pieni e perfetti, considerando anche come molti dei suoni sembrano partire da registrazioni. Le sfumature vocali, i ritmi interiori, la sensazione di tradizione, di magia e di luoghi lontani ma mi manca qualcosa. La riascolteremo su disco, che la voce è spettacolare.

Recuperata una pessima margherita al volo ci fiondiamo in fila per entrare al secret show degli Agriculture, con Dan Meyer serafico vicino a noi ed incrociando i Dälek, che sembrano ben promettere per il loro show. Entro quando i los angelini hanno iniziato da circa venti minuti, Dan a raccogliere folk con la sua chitarra prima che tutto succeda. Violenza pura, a tappeto, disperazione a secchiate che è un piacere ricevere addosso, pur costretti nelle ultime file. I suoni sono stirati e tenuti allo spasimo, con un accanimento di chitarra di Richard Chowenhill che porta avanti per qualche minuto, esaltando gli astanti. Presentazioni e chiacchiere per un dialogo aperto col pubblico, per una band che sembra aggiungere parecchia sostanza all’hype nel quale si trovano. Leah B. Levinson è la voce stregonesca, a giostrare fra melodia e rumore, con un’idea di epica appuntita e compressa: basta un brano per riempirci, esaltarci e soddisfarci. E gli Agriculture ne hanno parecchi, potenti e feroci senza essere massicci. Dan parlando dipinge il Roadburn proprio come lo sto vivendo io, un posto dove ci si trova tra simili, persone non spaventate da rumore e suoni bizzarri ed aggressivi. Persone che riconosci incontrandole, con le quali ci si trova in sintonia, anche se poi si schiera con lato oscuro rimanendo stranito dagli sparuti colori trovati per le strade. L’unica cosa non condivisibile ad uscire dalle sue fauci, per il resto perfette con il resto del gruppo a regalarci una mezz’ora di vera gioia. Grandissima conferma.

Faccio due calcoli, credo siano almeno 25 anni che non vedo Dälek dal vivo, la formazione è cambiato, lui ha ripreso a suonare e con Will Brooks ora c’è Mike Mare. Però si invecchia cazzarola, ma soprattutto la sala è piena! I Public Enemy coi My Blood Valentine si diceva ai tempi e la sensazione non cambia: metti un beat ad un suono di confine fra la chitarra di Mike ed i fondali grigi, coloralo con l’umanità del rapper e ci siamo. Quello dei Dälek è un mondo a sé: nel senso, chi non ascolta rap dice che il rap sia tutto uguale, ma chi ascolta rap non ascolta i Dälek, che sono probabilmente la cosa più riconoscibile come unione di rime e suoni, nella loro longevità. Will Brooks si dimostra ancora una volta liricista incredibile ed insieme a Mike fanno capire a moltissimi cosa basti per uno show rap riuscito. Un Mc ed un dj, emissione di suono e rime. Qui i suoni sono diversi perchè diversi sono i brani che li hanno generati come idea di partenza e come appropriazioni improprie originale, non avrete Stevie Wonder ma i Sonic Youth più morbidi od uno shoegaze appena meno invasivo dei già citati MBV, rischiando di essere veramente l’unione (ed il pubblico di un festival come Roadburn lo dimostra) intergenere, il crossover che valorizza entrambi i poli. Eppure è classicamente hip-hop, molto di più di quanto sembrava lo fosse un quarto di secolo or sono: a vederli singolarmente potrebbe anche non sembrare nemmeno bandmates ma insieme…beh, del resto sono ancora qui e c’è gente che balla, che ve lo dico a fare?
Comunque ieri sera Zu, oggi Dälek, Mirko Spino di Wallace che mi scrive per una nuova produzione, direi che non è un varco spazio temporale, ma la costanza ed il lavorare bene. Verso il finale arriviamo addirittura ad una sorta di suono orchestrale che riempie la sala ed i nostri petti di soddisfazione.

Oggi sembriamo baciati dalla fortuna, chi l’avrebbe mai detto? Quindi, buttiamoci sul dungeon synth! Quest Master è uno dei top del genere, australiano che da quasi dieci anni pennella medioevo immaginati sulla sua console. Qui al Next Stage ha corredato di ceri la sua console e vista la scimitarra degli Sneak Eater l’altro giorno ci si aspetta almeno un’alabarda. Nulla per ora, anche se il lungocrinuto ci si mette di buzzo buono trasportandoci fin da subito nel suo mondo, dove sui poster in cameretta troneggiavano Claudio Simonetti e Giorgio Moroder. C’è chi coerentemente di D&D ha fatto una ragione di vita e questa applicazione sonora ricorda il ciarpame che colorava e semplificava il noise qualche anno fa, provando nuove vie pop. Peccato invece sorbirci uno show in maniera passiva, questa musica ha bisogno di pugnale sudore, nudità e vendetta, rivoli di sangue e bestie magnifiche. Non dico di mettere un dress code ma sarebbe stato veramente ganzo insomma, noi invece ci limitiamo ad ondeggiare ricordando Lancio story e le aquile inguainate, in una dolce madeleine vagamente fetish. Quest è perfetto e coerente, avanza e fa il suo rimanendo in un solco ben tracciato, uno schema dopo l’altro, dolce veleno che ci lusinga.

Su consiglio dei mie sodali Stefano e Matteo finisco a sentire gli Industry, di base a Berlino, mustacchi d’ordinanza ed impeto punk come ai tempi d’oro, inglobando anche il lato più sovversivo …diciamo anarco-punk? Diciamo anarco-punk: fatto bene, incazzato, improbabili come dovrebbe fare chi cerca nella musica qualcosa che non riesce ad esprimere a parole. La società, il diritto, la rabbia, l’assorbirlo dal pubblico, l’incanalarlo per restituirlo immediatamente. Industry ti conquista e parla per te. All’angolo del palco un cranio pelato si muove a ritmo, impossibile capire se sia un musicista, il padre o il driver, ma è con loro. Non c’è un attimo di cedimento anche se spesso il frontman sempre tralasciare canto ed attacchi, lasciando delle sorte di bolle inesplorate nei brani, sacche nelle quali ci muoviamo attendendo che torni da noi ad infoiarci. Brevi, intensi, marci come li amiamo, dopo il primo ascolto già una spanna sopra gli albionici tanto blasonati.

In chiusura i Truck Violence, quartetto canadese bizzarro e piuttosto difficile da incasellare. Apparentemente post/hardcore con delle strutture matematiche non spingono però sull’acceleratore rimanendo attaccato ad un’orecchiabiàita tutt’altro che pop. Forse è la voce del frontman o la sua assenza, forse una loro prerogativa, fatto sta che i dubbi rimangono per una performance che nonostante i movimenti giusti non si incastra. Arrivano anche problemi tecnici che ci fanno propendere per un cambio in corsa, spostandoci al Main stage.

Qui riusciamo a prenderci gli ultimi colpi dagli SLIFT. Francesi, ne parlammo per un loro singolo e si confermano mani pesanti ed urla. Veloci e profondi, come il desert rock stesse conquistando Mont-Saint Michel con l’alta marea. Bello vederli stretti sul palco enorme del Main Stage a dar sfoggio dei loro colpi, tanto da farmi ricredere sulla scelta iniziale. La voce è disperata e contrasta con il viaggiare impetuoso degli strumenti, ma da un momento all’altro tutto cambia ancora e sembra inglobino un tessuto pop d’altri tempi nel loro girovagare acido, tirando fuori dal cappello un brano che è un intero viaggio, degna conclusione della giornata di oggi. Urla, insistenza, profondità, viaggio personale in uno spazio che si chiude come la nostra giornata, chi l’avrebbe mai detto?


