Roadburn, Tilburg, 17 aprile 2026, giorno 2

Dopo un rinfrancante pranzo iniziamo a spron battuto con gli Yellow Eyes, che da venti minuti circa stanno già facendo selezione di pubblico, con una sala nella quale il ricambio fra entrate ed uscite si nota. Da Brooklyn, in cinque sul palco con qualche aggiunta rispetto alla formazione in trio che si addice, suonano un black metal agreste e foresto, senza troppi grilli per la testa e delle aperture atmosferiche che non tolgono tensione all’intreccio. In giro da una quindicina d’anni ed autori lo scorso anno di Confusion Gate, il loro settimo album. Quando il batterista si cheta tutti rimangono immobili, si apre un’atmosfera che prelude ad una catarsi, predetta giustamente da un belato del pubblico. Ad uscirne è un brano che rivela e rispetta perfettamente quella che è la mia (ahimè labile) percezione del genere: sofferenza, intensità, atmosfera e pathos. I diversi strati che che creano una materia compatta, intricata personale la loro forza e senza calcare troppo la mano si portano a casa una gran bella esibizione.

I Teardrinker presentano un lavoro di commissione, rappresentato dalla loro figura centrale Kim Hoorveg (già con le Vulva), in grado di ragionare sul tema dell’oppressione, della violenza di genere e del corpo rasentando i propri limiti. Vestita di un bianco nuziale e verginale la performer sembra letteralmente nuotare sulle effusioni noise dei compagni, alternandosi fra voce ed uno straordinario violoncello. Lo show è connotato dalla tensione di ruolo, dove vedere, assistere e provare piacere è in qualche modo fuorviante rispetto al tema centrale. Nelle sue parole, del resto:
“This commissioned piece is meant to hurt, scratch and itch, and it is meant to be uncomfortable, mirroring the horrors of living in a persecuted body under patriarchal, colonialist, white supremacist and capitalist rule. Simultaneously it is meant to connect and radiate compassion, healing and a manifesto for choosing kindness collectively, by remembering on whose shoulders we proudly stand. I can’t emphasize enough how eternally grateful I am to have been given the space and platform to share our music and my story. Thank you, Walter and Becky, for your trust in me.
I hope this hurts.”
Hardcore, doom, sludge, noise, umanità e disperazione, una voce magica, c’è tutto qui.

In posizione strategica, sul piano rialzato del Next Stage, veniamo investiti dalla drammaticità degli All Men Unto Me. Ryan Gleave sembra giovane, imberbe, tanto che lo scambio per il ragazzo che porta l’acqua inizialmente. Formazione a cinque con batteria, due chitarre, basso e tastiere per un Requiem che ripreso dal vivo è magico nel riprendere le disperazioni walkeriane ed il tormento presente, sconquassato da quella che sembra una ferita aperta che vira verso toni sempre più scuri e violenti. Incredibile ascoltare la perfetta fusione degli strumenti in un territorio rivelatore, catartico, che per qualche motivo mi ricorda Trent Reznor ed a volte Jamie Stewart, forse per l’evidente capacità di trattare il dolore. Ryan è una voce incredibile che trascende la propria fisicità, un rantolo che squittisce in ginocchio mentre intorno a lui scoppia il pandemonio. È uno show che non si interrompe: i silenzi, le parole di Ryan, le delicatezze e le efferatezze sono tutte conferme di ciò che questo musicista sia riuscito a creare: magie che quando arrivano i colpi e le mazzate non si distruggono ma rimangono vive. Ferite, resilienti, toccanti, tanto che a volte viene in mente (picchiatemi, lo so), un Elvis Presley cresciuto senza bisogno di sedurre di nessuno aprendo il proprio cuore. A tratti, quando il suono si inacerba, sembra di essere all’interno di un cuore, organo sanguinante, pompa attiva, centro nevralgico. Un suono che cresce ed è plasmata in maniera collettiva e non con un frontman distaccato e primario, bensì come connessione elettiva ed unica, che con i crescendo emotivi fanno letteralmente saltare il cuore nel petto. Una conferma grandissima, che fa ancor più ben sperare per il futuro del progetto, del quale aspetteremo volentieri gli sviluppi.

Desisto dal seguire le Milkweed, duo folk che sembra fare della rurale povertà d’arrangiamento la propria forza in una sala per loro non adatta andando ad ascoltarmi i Kowloon Walled City, band di San Francisco su Neurot che si rifà perfettamente ad un suono che unisce geometrie washingtoniane e noise-rock, e che resiste, senza infamia e senza lode al passare del tempo. Il quartetto è molto bravo a calibrare le proprie dinamiche ed approfondendo sono certo ci saranno cose curiose da recuperare nella loro discografia, mentre nell’ottica del Roadburn è una placida esibizione che si attesta sulla sufficienza.

L’ostinazione nel cercare di vedere le Habak è pienamente ripagata da una formazione che se da sotto il palco si fa apprezzare per la sua furia e le geometrie all’interno di un hardcore emozionale ed emozionante fino a trasformarsi in cattiveria, che potremmo chiamare crust punk latino o semplicemente la voglia di dare tutto senza mai rispiarmarsi. Ma è facendo due passi indietro che ti accorgi di cosa sia il Roadburn: un luogo dove una band sconosciuta dà tutta sé stessa venendo reinserita in corso di programmazione e sfasciando tutto almeno quanto la prima sessione. La conformazione irregolare della Skate hall costringe i più forsennati a stringersi in un rettangolo sotto paco, dove ogni evoluzione è gestita con la massima fratellanza e dove l’intensità è tutto. Facendo qualche passo indietro ci si confronta invece con un discreto muro di suono, variegato, rinforzato dalle iniezioni growl del chitarrista Juan e colorato dall’ugola di Alejandra. Il batterista Patrick Alexander è una forza della natura mentre Alejandro al basso ed Eduardo alla seconda chitarra danno un corpo incredibile ad un suono che sembra scolpito nella passione e nella foga. Quando aumentano velocità e libbre non li tiene più nessuno, parte caterpillar e parte mosche tzé tzé a dilaniare tutto ciò che trovano davanti a sé. Il sospetto è che anche su disco potrebbero essere una sorpresa, non ve li fate scappare nel caso incrociassero la vostra strada. Sentire Alejandra congedarsi prima dell’ultima canzone dicendo che è stata una delle esperienze piu bella della sua vita è significativo, parecchio. La Skate Hall si dimostra prodiga di sorprese.

Dei Backengrillen riesco a sentire soltanto due brani, veramente brutti, motivo per il quale decido di cambiare zona avvicinandomi al Paradox, dove suoneranno gli Zu. Il luogo è strapieno di gente, stanno finendo i 137 (quartetto con Adrian Utley dei Portishead, Larry Stabbins, Jim Barr e Sebastian Rochford) ma pochi minut ci bastano per apprezzare i compassati groove della formazione bristoliana. Sono dialoghi che non prevedono né sterilità né atti stantii, cercando piuttosto il gesto della bellezza.

Che dire degli Zu? Non li vedevo da anni, Luca T.Mai tra sassofono ed elettroniche connota un suono che Paolo Mongardi e Massimo Pupillo fanno letteralmente esplodere. Sono stanchissimo e gli occhi mi si chiudono letteralmente ma le scudisciate dei tre vanno tutte a bersaglio, rinvigorendoci come uno slave verso il suo master. Posso averne ancora? Ormai collaudatissimi ci portano il dite il Ferrum Sidereum, una pratica hardcore che prevede plasticità e perizia, senza mai dare l’impressione di risparmiare un stilla di energia. L’essere seduti in seconda fila aumenta l’impressione di essere assaliti e coinvolti liberandoci in headbanging forsennati. L’impressione è che Luca sia in questo momento la variabile pazza del trio, in grado di costruire tappeti sonori e di puntellarli tramite il suo strumento, sopra ad una sezione ritmica che non ha assolutamente rivali. Macchine perfettamente calibrate che ci portano via da questa seconda giornata di Roadburn.

Screenshot

PS: La foto degli Zu è stata gentilmente recuperata tramite il filmato di Ammar Osman dal suo canale Miserly Portions, sul quale trovate diversi live gagliardi, link qui: Miserly Portions