Roadburn, Tilburg, 16 aprile 2026, giorno 1

Curselifter + Snake Eater

Roadburn, prima volta. Sveglia alle 3:53, treno alle 04:50 con cambi a Bellinzona,
Arth-Goldau, Basilea, Manheim, Düsseldorf, Venlo ed Eindhoven, corredate da 40 minut di ritardo che mi negano i Pain Magazine (mentre sui Crippling Alcoholism già avevo messo una croce sopra). Si arriva dopo undici ore di viaggio solitario in treno (eccezion fattaper il fan che da Francoforte raggiungeva Rotterdam con un costume da Teletubbies per la Premier League di freccette (stima sempiterna), ma riusciamo quasi subito a sistemare le valige. Trovati i compagni di capanna per il dormitorio belga condiviso si inizia senza remore. Un saluto ad Elucid, Pigs ad libitum (sono sette volte porci) ed è via così, per la fiducia al Dr. Diego Favrin si passa a salutare: suono cavernoso, un piccolo David Yow con una bella voce, grassi e marci. Quattro o cinque pezzi giusti per prendere il ritmo, poi andiamo a cercare il crudo crust punk messicano degli Habak, ma vista la fila dubito ci sia possibilità di entrare nella piccola Engine Room.
Si pazienta un pochino, pensando di virare verso i Fauna, che la buona Elena Raugei ha lanciato proprio ieri su The New Noise. Una bella torcida, in nove sul palco, il chitarrista è il sosia di Noah Sartori dei Leopardo mentre il bassista è Xabier Iriondo pelato. Mille percussioni, un flauto traverso, un’idea di groove che scalda anche se forse mancano i brani in senso stretto. Ma è giusto, del resto la sala è gremita e l’ambiente è caldo e come primo impatto nella giornata per noi introduttiva va più che bene. Scrivi al plurale non per il maiestatis ma perché girando fra le strade di Tilburg incontrare facce note e conosciute rinforza il concetto di comune passione che si trova al bar od alla sala concerti sotto casa, anche se ci siamo sciroppati 11 ore di treno per arrivare qui.
Ti accorgi di come il Roadburn, prendendo possesso del centro cittadino, lo trasformi in una sorta di eden, allo stesso tempo omologato ed alternativo, nel quale il nero sta su tutto ed il pop è bandito.
Memore delle belle cose scritte da Mauro Fenoglio mi lancio verso Billy Woods, che con Eucid è Armand Hammer, per la componente rap del Festival. Entro nel momento preciso nel quale inizia, rinunciando alla cervogia e facendomi cullare dal suo groove. Il newyorchese rimane all’ombra nella nebbia del palco anche se inizialmente sembra esserci qualche imprecisione lessicale e metrica. Una volta preso il ritmo, il suono si fa gotico con richiami ai ‘60 del bis ed il flusso riempie il locale, con enfasi e drammaticità. Giostra i ritmi come le sue origini giamaicane pretendono dando vita ad uno show intenso e minimale. Un giro tra i banchetti presenta leccornie inaspettate, fra l’elvetica Hummus Records e molti dei dischi che mi sono passati sotto le grinfie in digitale e che ho ben apprezzato in questi anni, ma è solo il primo giorno e ci sarà tempo. Sconvolto dall’esistenza dell’anatra vegana cerco di rifocillarmi fra asian fritta ed hamburger vegani. Poi alla skate hall per la quota indigena, con una prima band hardcore il cui frontman sale brandendo una scimitarra. Sono gli Snake Eater, pakistani ed olandesi, cattivi e brutali il giusto, i gruppi di base del Roadburn che ti devastano il posto facendoti espellere tossine in molte maniere diverse. Mezza mora di fuoco, tra moshpit, stage diving, medio oriente incazzato e la fisicità che compete ad un frontman arcigno e che ha salutato il quintale da mo’. Subito dopo i Curselifter, frontwoman che credo beva solo acquaragia da anni per mantenere la voce una colata di lava. Siamo sul punto della disperazione e del pianto ma soprattutto dietro abbiamo una band che tira sassate e botte pesanti, in una doppietta che è la vera sorpresa della giornata. Bellissimo veder a lato del palco alcuni membri degli Snake Eater a prendersi bene con headbanging, perfetti esempi su come buttar fuori le nostre birrette (ed infatti prendiamo esempio benissimo). Una gragnola di colpi pesanti e plastici, musicisti che saltano sul palco a sbraitare, un mucchio selvaggio come personalmente non lo vivevo da tempo, bellissimo.
Passo dai Cult of Luna perde è impensabile non rubar loro qualche minuto, anche se il mio programma dice Bad Breeding. Gli svedesi macinano suono con la doppia batteria, lirici e furiosi, inglobando nella loro azione growl, giri post-rock, mondi malinconici, profondità metal e sludge, esplosioni ferine in maniera completa (e non potrebbe essere altrimenti), dimostrandosi maestri di fronte ad un Pollodium stracolmo.
Gli inglesi invece iniziano subito a dar di tromba creando una tappeto sinistro e sincopato, dal quale emerge un rantolo hardcore profondo ed antico. La batteria suona da dio e regge le fila di impeti acuti sulle quali si muovono basso e chitarra, dando la perenne impressione di suonare sulle macerie per qualche sopravvissuto. Stringono però le fila in un secondo, giocando con un punk più brevilineo dove Chris Dodd rantola malessere. Pur non inventando nulla hanno un’intensità che a quest’ora (abbiamo appena passato le 22:00) è una manna dal cielo.
Decido di tornare in Skate Hall per un assaggio dei Doodswens, trio che sembra partire dal black metal per distruggerci definitivamente le orecchie prima che arrivino gli Unsane. La location si conferma la più bella del festival, illuminata e variegata, a lasciare diversi gradi di coinvolgimento per il pubblico con una resa audio super coinvolgente. Il trio di Eindhoven gioca al meglio le sue carte prendendoci letteralmente per la gola, usando di certo la spinta del maligno per estrarre un muro di suono che non perde né intensità né estro.
Rientriamo a buon passo per vedere gli Unsane, band che negli anni ‘90 ha letteralmente settato il noise di New York e che ho vissuto più come nome che come band e dischi. Siccome non è mai troppo tardi per recuperare un capolavoro l’ascoltare dal vivo Occupational Hazard potrebbe essere definitivo. Di originale dovrebbe esserci soltanto Chris Spencer mentre la sezione ritmica ipotizzata è quella attuale degli Human Impact, con Eric Cooper e Jon Syverson a dar manforte. Purtroppo l’ingorgo di gente svilisce i nostri progetti, facendoci ben capire di aver sottolineato la portata del mito.
Con qualche rimpianto ci buttiamo su Blawan, che in men che non si dica ci distrugge i padiglioni auricolari con la sua commistione fra techno, industrial e dubstep, utilizzando i petti degli spettatori come casse di risonanza. Per tutto il set picchia, insiste e quando pensi che stia per esagerare o che il tuo mood non sembra adatto a questo tipo di suono ti accorgi che il suo suono ti ha già scavato dentro, rimodellando la tua forma, la tua postura. La tua condizione.
La mia prima giornata è finita, buonanotte ed a domani.