Difficile inquadrare questo quartetto della Carolina del Nord al loro secondo album, ma di certo bisogna far loro credito di aver azzeccato l’attacco di Cold Ribs, con una Decomp in the Field che spolpa il lato oscuro del post-punk trasmutandone i calori dub in vapori gelidi. Ad impressionare è senz’altro il lavoro ritmico di Josh Germeroth e David Mueller, sorta di tela nella quale lasciano spazio a Mike Wallace di recitar cantando sulle geometriche tenute insieme dalla sua chitarra e da quella di Finn Cohen. Se dobbiamo parlare di personalità però spesso si può ridurre la portata della band per via della vicinanza a modelli abusati quali i Fall ed i Fugazi resi cervellotici nel resto dell’album. Ed è un peccato perché le costruzioni sono originali ma il marchio, l’impronta che dovrebbe essere bolla di partenza è già utilizzato. Rimanda ad un’energia muscolare ma forse ancora poco necessaria, che non viene sollevata dalla voglia di spendere i brani come scene prolungate e diversificate. Sembrano essere dei dannati virtuosisti che faticano a tirare in porta: quando lo fanno il centro è netto come in una Cold Daylight che si fa ricordare, mentre altrove siamo dalle parti di un Marco Nappi che perde la bussola, non trovando né porta né compagni dopo aver fatto aggiunto la foca ai musicanti di Brema. Resta rammarico ed amaro in bocca pensando agli scorci di bontà che i Ribs avevano prodotto nel debutto Junk Dinasty Leaderboard lo scorso anno. Una marinatura non del tutto funzionale per delle costolette che alla vista promettevano salivazioni ben maggiori.
Ribs – Cold Ribs (Three Lobed, 2026)
