A seguire le avventure del nucleo familiare di garrelliana memoria (Le Relevateur, lavoro datato 1968 per il regista della nouvelle vague) troviamo Réka Csiszér, artista transilvana che conobbi anni fa nella sua collaborazione con i Pussywarmers e Radwan Ghazi Moumneh, ai più noto come Jerusalem In My Heart). Seguito di una sonorizzazione del 2023 i due si interrogano tramite le immagini sul concetto di casa, levigando via via il loro commento sonoro poi finalizzato in una residenza casalinga a Montreal lo scorso anno.
Gli otto brani qui contenuti iniziano con una sorta di respiro primigenico, che ben si sposa con il titolo di wāḥid (uno, oppure l’unico) che sembra allo stesso tempo creare un’ambiente di gioco e me esserne il solo presente, fra il lieve stridore degli strumenti utilizzati. Il suono sembra volare cauto, senza resistenze, dandoci l’impressione che strumenti e voci si confondano passandoci oltre come versi di sirena nella scia di una nave. I titoli dei brani sono le cifre della numerazione araba, piazzate in ordine crescente: wāḥid, ithnān, talātha, arba’a e così via, dalla prima all’ultima traccia, a comporre un’entrata in materia ed un percorso che non sovrasta l’idea delle immagini ma ne sostiene in qualche modo lo sbando ed il caracollare in maniera sobria. I corpi del trio attoriale (Stanislas Robiolles, Laurent Terzieff, Bernadette Lafont) paiono ora più che ai tempi la perfetta genìa rock’n’roll con l’incognita infantile che forse è rappresentata dalla tensione che pare respirarsi nei momenti più sommessi del duo. Sembra che in qualche modo il suono diventi l’unica forma di accompagnamento alle peripezie del trio, al viaggio che come sempre è centro nevralgico della questione.
Una sorta di balaustra invisibile, che addensa aria e forme intorno a loro proteggendone in qualche modo forme e tormenti, tra suoni dove il Medio Oriente assume i crismi dell’antichità, della culla dove tutto si è già svolto e dove si possa tornare. Molto di questo disco suona misterioso alle nostre orecchie, ed emozionante, a coinvolgerci in un’intimità familiare con la quale possiamo empatizzare, in un eterno sobbollire che è la condizione nomadica ed umana. Del resto è la vita ad essere stata dipinta come percorso di prova e di forza per guadagnarsi la serenità post-mortem e l’immedesimarsi in questa concentrazione di energia non fa che ritemprarsi nel nostro vagolare, come la visione di oasi nel deserto che appaga il nostro cervello prima di decodificarla come ulteriore illusione. Le Révateur è un disco toccante nel quale perdersi, a personale rischio e pericolo di non volerne più uscire.
RÉKA CSISZÉR & RADWAN GHAZI MOUMNEH – Le Révélateur ( Asadun Alay, 2026)
