Si dice che le note siano sempre sette e stia alla bravura dei musicisti farle proprie e combinarle. Raphael Loher sta facendo proprio questo, elaborando in continuazione figure e composizioni con le medesime note che riempivano il suo esordio Kemuun, risuonate prima per dei concerti ad uno o due spettatori e registrati, poi rielaborate nella Valle di Blenio per il precedente Hug of Gravity ed ora passate attraverso un Revox B77 e rielaborandone il risultato in 10 Figuren. Un lavoro certosino, come quello di chi cura il proprio aceto od il proprio lievito, trasformandolo e dandogli una vita che è continua e non si ferma al compimento delle tappe (o per lo meno non ci è dato saperlo ora). Il tocco del pianista lucernese è quindi preesistente ed il lavoro di ricostruzione dovrebbe essere più dalle parti di un John Oswald o di Un Giustino di Gregorio, con l’eccezione che la rielaborazione è fatta sul proprio materiale, che si trasforma da musica in fenice che suona sulle sue ceneri e sulle sue mutazioni. Il suono è melanconico e sembra allargarsi come per un’orchestra fantastica, fra fumi e tasti che sembrano letteralmente prendere vita in maniera misteriosa ed elegante. C’è indubbiamente qualcos’altro di differente rispetto ai capitoli precedenti, ma è la grazia e lo spessore del risultato finale a sorprenderci più che la tecnica utilizzata. Sarà il tempo a dirci se questi siano soltanto esercizi di stile oppure punti di una visione più ampia sulla composizione da parte di Loher, ma il presente ci parla di un altro disco ancora una volta leggiadro nel suo viaggiare ed a noi tanto basta.
Raphael Loher – Figuren (Präsens, 2026)
