Presentazione di Satyricon ’79 (Die Schachtel,2025) al Teatro dell’Elfo

Le musiche dello spettacolo, numerosissime – l’intero allestimento è una sorta di partitura per voce, suono e immagini – furono curate da Demetrio Stratos. Il legame del compositore e cantante degli Area con le avanguardie internazionali, in particolare con quelle americane (Cage, Cunningham, Rauschenberg), apriva nuove prospettive anche per il Teatro dell’Elfo.*

Quando ho saputo della pubblicazione di questo nuovo lavoro di Stratos, non nego di essermi sciolto all’istante dall’emozione. Ho subito pensato che Bruno Stucchi e Fabio Carboni della Die Schachtel avessero ancora una volta, e più che mai, riportato alla luce un’opera rimasta nell’ombra: un lavoro nascosto, silenzioso, dimenticato, che finalmente tornava a vibrare. Quest’opera sonora, pensata per la messa in scena del Satyricon nel 1979, è rimasta lì per decenni, nascosta, sospesa.E poi, quasi per miracolo, grazie alla cura di Die Schachtel e alla passione di tante persone — tra cui Alessandra Novaga, Elena Russo Arman, Daniela Ronconi Demetriou e molti altri — è riemersa, attraversando tempo e spazio per tornare a emozionarci. Sono corso alla presentazione al Teatro dell’Elfo, convinto che ci saremmo ritrovati fra i soliti dell’avanguardia, i soliti della sperimentazione. E, come spesso accade, mi sbagliavo di grosso, la sala era gremita. La realtà si è mostrata diversa, più grande: perché la passione, la musica e la magia che da essa scaturisce hanno una forza che va oltre le appartenenze e le epoche. È una corrente che unisce, che tocca sentimenti profondi, che ci accomuna e ci spinge – ogni volta – a essere migliori. La ricerca di Demetrio Stratos è stata unica, irripetibile, non solo per l’Italia ma a livello mondiale. Il suo modo di spingersi sempre oltre, di essere egli stesso strumento e corpo della propria ricerca, lo rendeva un essere in viaggio nel tempo. Era un corpo risonante, capace di essere profondamente sé stesso e, insieme, voce di altri: di altre epoche, di altri mondi, di altri uomini. Aveva una voce senza età: bambina e antica, umana e ultraterrena, carica di risonanze arcaiche e fantasmi sonori.

Essere lì, ad ascoltare le parole di Gabriele Salvatores (regista dello spettacolo), di Bruno Stucchi e delle protagoniste e protagonisti di quella messa in scena, è stato come aprire una finestra su un tempo lontano e vivo. Hanno dipinto con emozione quegli anni di passaggio, tremendi e bellissimi, intimi e collettivi, e raccontato la metamorfosi di un progetto che cercava di unire tutte le arti. Stratos lavorò con loro con un approccio libero e propositivo, guidandoli verso un’opera totale, selvaggia, magica, capace di parlare del proprio tempo in modo non scontato ma profondo e diretto. Come ha detto con una grande intuizione Bruno Stucchi, in questo disco troviamo uno Stratos che diventa sempre più compositore di mondi sonori: la sua ricerca si fa flusso, marea, energia che ingloba suoni e culture da tutto il mondo. Non più studio degli strumenti o della voce in sé, ma un movimento continuo, un canto cosmico che travolge e commuove. Ascoltandolo oggi, a quarantasei anni di distanza, si avverte ancora la stessa intensità: nelle voci e nei gesti della compagnia del Teatro dell’Elfo, che allora portò in scena il Satyricon, riaffiora l’emozione originaria — le parole si incrinano nel ricordo e il tempo sembra dissolversi. È come essere di nuovo lì, nel cuore di quell’opera rivoluzionaria.

È stata una serata emozionante, fatta di parole, immagini e musiche risorte da un nastro che, come per magia, è arrivato fino a noi. Grazie all’amore e alla dedizione di chi l’ha custodito, quella voce ha ripreso vita. E come le nenie arcaiche di Stratos, anche questa musica arriva oggi al cuore in modo viscerale, trascinante, sanguigno. Ciò che oggi abbiamo tra le mani non è solo un documento, né un semplice reperto. È un’opera compiuta, viva. Non un ricordo del passato, ma una presenza che ci parla ancora, che ci mostra ciò che avrebbe potuto essere: l’evoluzione di una ricerca spezzata troppo presto.In queste tracce ci sono carne, sangue, fiato. C’è Demetrio Stratos, qui con noi, che ci insegna ancora qualcosa, che ci fa vibrare – un’ultima volta, o forse infinite volte.

Il contesto è fondamentale ed è stato illuminate conoscerlo e riviverlo. Non perché un’opera d’arte da sola non significhi nulla – anzi, nel suo mostrarsi a ciascuno di noi rivela chi siamo – ma perché ci riporta lì, nel suo momento originario. I racconti della serata sono stati come un tappeto volante, o come la grotta di Alì Babà che si apre rivelando un tesoro: un universo che conoscevamo solo in parte, e mai in modo così intenso. La sala era piena, vibrante. Eppure, nonostante molti fossero di quella generazione, non c’è stato nessun effetto Amarcord. Anzi: ogni ricordo, ogni parola, ogni dettaglio raccontato è diventato parte di un grande mosaico collettivo. Essere lì, testimoni di quella ricomposizione di memoria e suono, è stato unico, e probabilmente irripetibile.

Questo disco è uno scrigno prezioso. Forse, se fosse uscito all’epoca, non sarebbe stato completamente compreso; ma oggi ne cogliamo la grandezza, la visione, la reale avanguardia. Le sue diciannove composizioni, originali di Stratos ma intrecciate a frammenti di altri autori, raccontano un’idea di musica come paesaggio aperto e in continuo movimento. In Quartiere dei bordelli, ad esempio, Stratos intreccia la Circular Song di Joan La Barbara con le note lunghe del Ney, flauto turco diffuso in tutto il Medio Oriente; in un altro brano fa risuonare cinque minuti di On the Other Ocean di David Behrman, a mio parere uno dei brani più puri e illuminati del novecento. Ci sono poi brani per voce, per voce e sintetizzatore, e persino il canto delle balene. Oggi può sembrare una scelta non dico scontata ma priva di chissà quale potenza evocativa, ma nel 1979 era qualcosa di assolutamente destabilizzante: una rottura che coinvolgeva lo spettatore e lo trascinava emotivamente nella scena del naufragio. E ciò che si ascolta non è una semplice registrazione: Stratos interviene sui nastri, li manipola, li trasforma, creando un paesaggio sonoro vivo e drammatico.Vi sono poi due brani di Paolo Tofani, eseguiti con sintetizzatori e strumenti a corde, che testimoniano quanto fosse avanzata la ricerca sonora di quegli anni, in un’Italia capace di distinguersi a livello mondiale per linguaggi e modalità esecutive uniche. Tra le composizioni di Stratos c’è La Nave, una variazione di Return from Workuta tratta da 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano. Il frammento presente nel Satyricon è, a mio parere, una delle cose più intense e senza tempo che Stratos abbia realizzato: possiede una purezza e un andamento sacro che sembrano davvero provenire da un’altra dimensione. Questo non solo grazie alla sua straordinaria bravura e al durissimo lavoro di ricerca, ma anche alla sua capacità di mettersi profondamente in ascolto.

Di fronte a un’opera del genere si può solo ascoltare, lentamente, sfogliando il magnifico libro che accompagna il vinile: ricco di immagini, documenti e testimonianze. Solo così, lasciandosi risucchiare nel gorgo di questa opera mondo, si comprende che non è una testimonianza del passato, ma un’opera pienamente compiuta, matura, e ultimo, sacro lascito di un artista che ha dato tutto di sé. Stratos non ha mai arretrato: il suo procedere ha avuto la purezza di un bambino e la saggezza piena di ardore di un Padre del deserto.

Mi dispiace non aver registrato la serata perchè ogni testimonianza è stata vibrante e autentica come solo la verità può essere. Voglio concludere con le parole di Ida Marinelli, attrice del Satyricon, che ha raccontato come Stratos, con grande umiltà, coinvolgesse gli attori nella sua ricerca e li spronasse ad una messa in gioco sonora della loro recitazione Di Quartilla, quinta composizione del disco da lei recitata e cantata, la Marinelli racconta con emozione come quella complessa e quasi aliena tecnica l’avesse aiutata a immaginarsi realmente in un paesaggio desertico, facendole percepire che anche il pubblico viveva un’esperienza mesmerica simile alla sua, persi insieme in un altrove di dune risonanti.

*dalla presentazione originale di Satyricon