Pre – Epic Fits (Skin Graft, 2007)

Quello che mi chiedo ora è se ci sia una qualche connessione tra ritardo mentale, animali dall'espressione poco sveglia, rifferama metalluso, strilli acuti di tipa e collage. Evidentemente qualcosa ci deve pure essere se questa formula è arrivata su su fino alla Skin Graft. Come spesso accade in questi frangenti, a noi arrivano le briciole e solo brandelli dei meccanismi rodati altrove. Non bastano le sacche spastiche di Roma e dell'asse Bologna/Treviso per giustificare la completa devoluzione del machismo metallaro (alla Giorcelli per intenderci) o della musica intelligente contemporanea (alla Ferraris, dunque) come ultimi baluardi evolutivi dell'hardcore. Pare che il riflusso liberatorio scaturito anche dall'ottimo lavoro che fece, ormai una decina di anni fa, la Skin Graft, non sia riuscito a ledere le buone maniere di chi ascolta, fa ascoltare, figlia e si riproduce solo con l'hardcore di deriva classica. Insomma pare che il grosso del nostro popolo non sia ancora pronto a rivedere i propri schemi quando si tratta di digerire della musica veloce e sgraziata, fedeli alla morte. Tutto il contrario dei sudditi di sua maestà la regina d'Inghilterra che, ultimamente, si son presi la briga di impazzire per fenomeni di questo tipo, dovuti più alla velocità con cui costruiscono e demoliscono fette di mercato discografico che non ad un progetto o ad una qualche forma di coscienza collettiva. Con i Pre ci troviamo dalle parti del già sminuzzato pop involuto alla Deerhoof, più prossimi ai Be Your Own Pet (oh, così trendy!) e agli Yeah Yeah Yeahs (così velocemente dimenticati).
Il giochino è facile. Le chitarre si muovono tra il citato rifferama ignorante e distorto, ripetitive all'ossessione su melodie idiote, trick preso in prestito ai Lightning Bolt; il suono del rullante che quasi non si stenta a credere tanta pacca e carenza di delicatezza denota. Ciliegina, uno scricciolo di tipa orientale, già voce e batteria nei divertenti e più vendibili Comanechi, alta due mele o poco più, che in scena va in mutande, usa colori shocking, rosa in prevalenza, e urla come più riesce. Come se Satomi dei Deerhoof, vestita da Karen O, appunto, urlasse neanche fosse nei Melt Banana.
Hey aspetta.
Ho detto Melt Banana?
Vuoi dire che qualcuno aveva già impacchettato il pacchetto e l'aveva già venduto anni fa?
Oh dear!
Il circolo loopato si chiude su se stesso: quello che non si riusciva a vendere per manifesta indigeribilità viene scomposto nelle sue componenti, pop deviato, intransigenza noise, velocità hardcore: supportando gruppi che hanno uno solo di quegli elementi fortemente enfatizzato si tira su un nuovo pubblico boccalone, me compreso. E lo si porta, aumentando e riequilibrando le parti, ad apprezzare un tutt'uno più complesso e meno facilmente digeribile. In conclusione, rivendi un pacchetto così simile all'iniziale che quasi ci si vergogna ad ammetterlo, ad un pubblico rieducato che neanche in Arancia Meccanica. Ed è subito trend, come in Inghilterra. Questo disco spacca perchè erano anni che non ascoltavo i Melt Banana e mi ha messo voglia di recuperarli immediatamente. Non male per un gruppo inglese, il primo europeo a finire su Skin Graft, al primo tentativo. Se continuano così, a imboccarmi i singoli ingredienti che neanche la gag della frittata di Jackass, finirò per farmi piacere anche i Turbonegro.
Speriamo di no.

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