Plusvapore – Homo Homini Lupus (Autoprodotto, 2026)

Plusvapore si rivela, fra l’autunno del 2025 i l’inizio del 2026, con due video (Lupo Solitario e Dioniso) che ben ne rappresentano la filosofia, ma il resto – chi ci suoni, da dove vengano – rimane ignoto. Il 29 aprile viene pubblicato, sulle piattaforme digitali, Homo Homini Lupus che amplia e approfondisce i concetti già espressi, mantenendo l’alone di segretezza che circonda il progetto, chiaro segno – ribadito anche dal recente singolo Eudaimonia (quasi un cortometraggio) – che l’enfasi è da porsi sulla musica, sui testi e sulle immagini; e sia.
Musicalmente, Homo Homini Lupus è thrash metal moderno, mai eccessivamente veloce e dalle tonalità ribassate, capace tuttavia di virare lungo direttrici più noise e addirittura sfociare nel folk, senza perdere cupezza e pesantezza. Interessante la voce che, pur non disdegnando qualche uscita melodica, segue per lo più l’incedere cadenzato della musica: non approda a un vero e proprio rappato, ma si attesta in un territorio intermedio fra il parlato e il cantato.
Concettualmente, il progetto sviluppa il proprio spirito antimoderno lungo due vie, una contemplativa e una attiva; quest’ultima, trova espressione nel survivalismo misantropico di Lupo Solitario, nel tramonto dell’Occidente al suono del thrash metal serratissimo evocato in Oscuramente e nell’epica guerresca, spiritualmente affine ai Marduk, di Confronto, che vira verso l’hardcore più duro.
È tuttavia nell’altra che il gruppo dimostra di saper sintetizzare al meglio, e in una forma assolutamente personale, stili musicali e ricchezza di contenuti. Qui il cantato si fa spesso salmodiante, come di un Giovanni Lindo Ferretti che agisce in territori più duri e pesanti del consueto, ma arriva a toccare punti così estremi da farsi ipnotico, prossimo ai toni sciamanici dei Nytt Land (si ascolti Dioniso, dedicata al dio dell’estasi e della vegetazione). Tratta il tema degli antichi culti – evocati non per ricercare improbabili trascendenze ma per ritrovare i legami con le radici ed il suolo – anche l’epica Mundus Cereris, che ben rende lo spirito della cerimonia arcaica volta a mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello degli antenati. Torna su questi argomenti, assemblando frammenti dell’opera di Nietzsche, anche La Via Di Zarathustra, brano folk ma metal nello spirito, con la voce roca e il suono secco della chitarra acustica. Infine, la lunga Eudaimonia, introdotta dai synth e sviluppata su giri noise-rock, è un’amara riflessione sul mondo d’oggi e sulla necessità di fuga.
Il disco, che, non l’avevamo detto, si era aperto con una spietata analisi del presente ad opera di Carmelo Bene, si accomiata con una splendida lirica di Andrej Tarkovskij che sottolinea, ancora una volta, la drammatica condizione che l’esistere porta con sé.
Prima di chiudere, è indispensabile spendere qualche parola sui video a cui si era accennato all’inizio, tutti girati da Laura Larmo, in collaborazione col gruppo: caratterizzati da un forte legame stilistico, non si limitano a fornire un corrispettivo visivo a quanto ascoltato nei brani, ma offrono ulteriori chiavi di interpretazione e ampliano i concetti; su tutto, la presenza continua del bosco, che non può non richiamare il luogo fisico e simbolico degli scritti di Jünger.
Homo Homini Lupus è musica per spiriti solitari che, a sua volta, percorre sentieri poco battuti; oppositiva e misantropa, ma ancora capace di cogliere il senso del sacro immanente. Merce rara, non per tutti.