La Svizzera nasconde spesso gemme di musiche sperimentali e non allineate ed i Plasma d’Arc, unione fra i fiati di Nikola Jan Gross e le elettroniche di Gaspard Gigon non sembrano temere nulla sotto questo aspetto. Debutto su nastro a prezzo popolare (ben fatto, gesto sempre gradito visti i costi levitanti del supporto) si muovono in una musica meditativa ma mobile, non distante da quanto ascoltato di recente nel disco di Vanessa Tomlinson. Questo fino a quando Hélice non viene pompata con uno stantuffo, che unisce suoni naturali a beats ed alla bruma del sax, per un inizio molto più che gagliardo.
Poi arriva una sorta di loop sornione dove una fonte vocale viene via via più ornata da suoni magici. Mondi digitali ed acustici si uniscono in una sperimentazione mai fine a se stessa né fredda, ma che al contrario riesce a raggiungere vette di levigatezza e di calore profonde come i battiti di Maille primitive. Oppure quel sentore da spy story ma del tutto stravolta, come se quei progetti instrumental hip-hop di 30 anni fa fossero andati pesanti con la droga: veloce, sempre più veloce tanto che potremmo immaginarci un Mauro Ermanno Giovanardi seguire la fuga in bicicletta per sputare qualche parola delle sue come nei La Crus dei tempi andati. Sono soltanto sei i brani di Ellipse ma ognuno di loro ha la carica ed i suoi argomenti: spingono il giusto facendoci capire che non c’è nulla di pettinato qui e che la tensione fra i poli degli strumenti è cosa fertile. Nikola e Gaspard riescono a trasformare un incrocio in un crogiolo che prende sapori e luci sempre diverse, tanto che è difficile definirne genere ed accostamenti. Potrebbero essere a loro agio sia in un party sotterraneo che in un jazz bar, da Intakt come da Hyperdub. Credo sia questa la forza di Plasma D’arc al momento: essere avventurosi, mobili e mai banali, oltre a saper comporre brani con un inizio, una fine, ed uno splendido svolgimento.
Plasma d’Arc – Ellipse (SBIRE, 2025)
