Del tutto azzeccata la scelta di ritagliarsi un paio di giorni in uno studio di Atene per gli inglesi Dan Nicholls, Dave De Rose e Lou Zon, i Plants Heal, a forgiare il loro secondo album dopo il debutto omonimo del 2021.
La sensazione è che il viaggio del duo (Lou Zon è colei che gestisce tutta la parte video, nel nostro ascolto purtroppo assente ma non disperiamo di vederli prima o poi in azione dal vivo) sia parte di un processo di macerazione, con un cambiamento che brano dopo brano porta a rimescolamenti, cambi atmosferici che si sfaldano portando al termine del segmento sonoro. È musica spaziale e cosmica e come tale parte dal beat, battito che rimbomba e vibra fino a trasformarsi in luce. La pastoia psichedelica e dubbata riesce poi a trasformarsi in dancefloor lieve e variegato, evitando il rischio di appesantire troppo l’esperienza e badando sia al corpo che alla mente, illuminante Alien Hardware in questo senso. I brani ben rappresentano l’ambiente forestale ed umido ma nonostante questo tipo di associazione sia già stato spesso utilizzato Plants Heal scava a fondo riuscendo a dare una personalissima sfumatura al suo intento. I brani colpiscono per la loro cesellatura, Thistle forse l’apice nel suo scoppiettare ma la danza di gruppo richiesta con la conclusiva Space Ballad ci parla di un rito perfettamente riuscito, tra le foreste inglesi ed oltre…
Poche parole, c’ê suono in abbondanza per spiegare tutto: Turn On, tune in, drop out.
Plants Heal – Forest Dwellers (Quindi, 2025)
