Peter Laughner & Lester Bangs – the famous Lester Bangs sessions, Creem offices 1976 (bootleg)

[Warning: questa recensione è apparsa su This Heart webmagazine, ma siccome non lo legge nessuno, la ripropongo. Perchè sì e perchè se non vi educo io, chi cazzo lo fa]

Certi materiali sonori sono aprioristici. In senso kantiano. Dopo questa frase mi ci vuole una birra, una sigaretta e magari un tiro di popper. O qualcosa di meglio. Ma lasciamo perdere i ricordi universitari. Chè filosofia e rock'n'roll, per quanto interlacciati, non fanno bella figura a livello manualistico. E' roba che devi dedurre, percepire, sentire. E basta. Anima e carattere, non libri e conferenze.
E allora vediamo di percepire. Quello che abbiamo qui, reperito in rete e mai stampato in alcuna forma che esulasse dal nastro per tape trader e\o cd-r (in tempi più recenti), è un manifesto criptico, di quelli che si leggono e magari si capiscono dopo tempo. Oppure si capiscono al volo con la necessaria dose di know-how e mitologia. Di certo non è una collezione di brani immediati, da scoprire per la loro orecchiabilità, sensibilità compositiva o qualità di songwriting.
Metti che è un giorno di quelli un po' così. Niente da fare e nessuna voglia di star buoni in casa o andare al cinema. Non parliamo poi di lavorare. Per ca-ri-tà.
Metti che ci sono Lester Bangs e Peter Laughner nella stessa città. Peter è andato a trovare Lester, dato che scrivono entrambi per Creem e si intendono alla perfezione. Tra borderline di solito scatta la scintilla, è noto. E si piacciono, se la danno da intendere, si ubriacano insieme, si fanno di tutto (e con due così, occorre prendere il termine "tutto" nella sua accezione più stretta e non passibile di libere interpretazioni). Poi capiscono che lo stato attuale della musica è pietoso e solo loro – eletti e illuminati – possono rendersi conto di cosa sta accadendo e trovare il modo per contrastarlo. Ma sanno di essere solo in due contro un'orda di illetterati del rock. Nemmeno Davide contro Golia era così in minoranza. E allora la grande pensata. Risolutiva. Si va negli uffici della redazione di Creem.
A quell'ora non c'è nessuno. Perchè i giornalisti rock, all'epoca, mica erano colletti bianchi come adesso. Genio e sregolatezza, o semplice svacco, come i musicisti di cui scrivevano. E forse il segreto era quello. Come dire: è difficile scrivere di cose che vivi di seconda mano. E infatti… vogliamo parlare del gironalismo musicale degli anni Ottanta e seguenti? Meglio di no, via. Non infiliamoci in vespai dolorosi e forieri di polemiche inutili, perchè è stupido fare polemica su concetti inesistenti.
Dicevamo: la redazione di Creem. Io me la immagino la redazione di una rivista musicale come Creem a metà anni Settanta. Computer? Sì, certo. Un sacco di computer. E magari anche il teletrasporto e il macchinario per tramutare l'alluminio in oro. Sveglia: macchine da scrivere, poche e bisunte. Qualcuna elettrica, altre ultra low-fi. E poi carta e cartaccia, un paio di telefoni, scaffali sghembi pieni di vinile, cassette e qualche cartuccia Stereo 8 ancora incellophanata. E bottiglie vuote, lattine, cartocci di cineserie take-away, posaceneri zeppi da far vomitare. E il bagno. Per dio il bagno. Tipo i cessi della stazione di Anagni: intasati e mortiferi (tanto che l'ultima volta che ci sono stato ho pisciato contro il muro del magazzino attrezzi in pieno giorno). Per terra c'è del linoleum giallastro, pieno di bruciature di cicca e incrostazioni paleolitiche.
Quando hai mischiato il Romilar allo speed e l'hai annaffiato con una dozzina di birre e un po' di scotch a buon mercato, il cervello ti gira a mille. Gira su circuiti tutti suoi, ma gira. E allora Lester e Peter si buttano di testa in pista. Chitarra acustica, due voci, qualche battito di mani. E' un Carnevale di cover smozzicate e riconvertite, di gorgogli e deliri, di improvvisazioni su riff estemporanei.
Il telefono suona, ogni tanto. Peter vuole andare al 7/11 giù all'angolo a prendere altro da bere. Lester canta che tardano a pagarlo e si impappina come un alcolista da osteria. Ma la musica scivola fuori dalle bocche e dalle dita. Coro di ubricahi. Lampo di genio.
Idiozia impresentabile. Momento memorabile. Tutto è in bilico tra gli estremi, nei 22 frammenti che sono finiti su nastro. E la cosa peculiare è che siano stati registrati. Come se i nostri due amici avessero la consapevolezza – o l'arroganza sacrosanta – di essere lì lì per partorire qualcosa di definitivo. Come definitiva è la loro rendition di "Knocking on heaven's door" o il tormentone d'improvvisazione Goodbye Lou. E poi c'è "Sister Ray", anche in versione rovesciata. Voci impastate, lingue che slittano. Ma una chitarra incredibilmente lucida, come se si suonasse da sola. E poi ancora una sbullonatissima Lester Ray, a suggello, quasi, del tutto.
Ironia della sorte. O semplicemente dato di fatto: da lì a un anno circa Laughner sarebbe morto e Bangs avrebbe scritto un famoso pezzo-epitaffio in cui dichiarava "io scelgo la vita", come a voler rinnegare gli eccessi che il rock'n'roll si porta inevitabilmente dietro. Io scelgo la vita. Certo. Salvo poi morire in circostanze poco chiare con un tot di pillole nello stomaco. Lester, Lester, Lester… ma a chi volevi darla a bere? Tu eri della stessa pasta di Peter. E lo sapevi meglio di tutti.
Allora: trovatelo. Chiudete gli occhi. Bevete un paio di birre e visualizzate alcuni concetti basilari. Cleveland, Creem, Romilar, Bangs, Laughner. Provateci più volte. E riprovateci ancora. Poi mi saprete dire.
Una curiosità: Jim Derogatis in Let it blurt data la session 1976. Alcuni trader, invece, la indicavano come risalente al 1975. Crediamo a Derogatis? Ma sì, và…

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