Il tocco di Paul Jebanasam, in questo suo terzo disco titolato mātr ed oscillante fra i significati della parola sanscrita e della sulla sua traslazione occidentale, madre e questione. In soli 30 minuti smuove superfici ed echi enormi con mano leggera lasciando intorno a sé una eco di potenza, di catarsi: chiudendo gli occhi potremmo applicare la sua musica alle visioni più iconografiche, come far partire le vele di Scampia grazie al vento. Il suono del musicista originario dello Sri-Lanka e residente a Bristol è cinematografico ed innesta virtuose intersezioni fra strumenti classici ed elettronici, riuscendo a mantenere una pulizia nel suo racconto che garantisce un controllo perfetto dell’enfasi sonora attiva. Il tocco pianistico di I keep silent strappa le corde più interiori ma Paul non sembra piacione ne manieristico. Non usa bassi in maniera classica ma apre crateri nei suoi paesaggi oscuri fino a fagocitare gli spartiti tagliando la linearità dei brani, strappandoli come breathe on this ember, la cosa più vicina ad un’idea di sacro contemporaneo ascoltata di recente.
Ispirato dalle poesie di Jorie Graham mātr è un disco che svela in qualche maniera la grandezza del nostro pianeta, muovendosi piano come l’orbita percepita della terra ma avendo in sé una grazia ed una potenza che ne attestano presenza ed importanza all’oggi.
Un disco in grado di smuovere le nostre orecchie ed il nostro petto, utilizzando in maniera perfetta suoni ed armi perfettamente connesse con le nostre emozioni.
Paul Jebanasam – mātr (Subtext, 2025)
