Owen – Ghost Town (Polyvinyl, 2011)

L'anima sentimentale dei Kinsella, – non Sophie, quella del libro I Love Shopping e I Love Shopping con mia sorella, ma Mike e la sua sigla Owen, usata nei momenti in cui si apparta, lontano dai Joan Of Arc – torna con il settimo disco. Siamo sempre tentati all'ascolto invogliati dalle copertine e sentito quel suono che, da subito ti fa stare a tuo agio sul tuo divano sfondato: l'altra faccia della medaglia sta nel fatto che tutti, o quasi, i dischi della sua lunga produzione non sembrano andare mai al di là del semplice commento "l'album si ascolta molto volentieri". Gli arpeggi, gli intrecci mai banali, quel minimalismo ostentato, la voce perfetta: colpisce nel segno il suo stile, meno le canzoni, che faticano ad arrivare ad un punto preciso. Pure in Ghost Town tutto si apprezza, ma i singoli brani scivolano via senza che nessuno mai si fissi bene in testa. Allora riascolti tutto dall'inizio e forse sì, sembra che, stavolta, sia arrivato al punto massimo di ispirazione raggiunto dopo New Leaves. Ma questo a Mike importa poco, sembra si diverta quasi ogni anno a riproporre quello che la sua intimità gli suggerisce, così si segnalano cose che, a confronto dei dischi che registrava anni fa in casa della mamma (No Good For No One Now del 2002) , sembrano delle suite (An Animal). I tempi cambiano ma Mike, che ha messo su famiglia nel frattempo, ci propina sempre la sua sbobba. Una maggior consapevolezza delle proprie capacità, uno stile ormai radicato che si è tolto di dosso quelle ingombranti imbragature che lo volevano, a torto, ingabbiato nel cosiddetto cantautorato emo in compagnia di colleghi che agli inizi del 2000 uscivano con side project acustici su Vagrant et similia (New Amsterdams, Vermont, ecc.) e di cui ora non si sente più parlare. Ci vediamo l'anno prossimo con un nuovo disco Mike? Sicuro come una gita col nonno… ci conto!

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