Negli Oscar Twins a colpire, sin dalle prime note di Used to love, è la voce del cantante Luca Chiorra, che sa essere duttile e grave, caratterizzando le scorribande della band (subito seguito dal compare Lorenzo Avataneo in una Water on Mars che danza come un serpente uscito da una cesta). I brani sono scorrevoli e veloci pur non essendo né triti né convulsi: c’è un’aria bizzarra, come se Tim Prudhomme dei Fuck fosse nato a Cleveland e si fosse abbeverato nelle medesime acque e nei miasmi che diedero i natali a Pere Ubu e Dead Boys. Indie rock torvo ed oscuro in qualche modo, che non stupisce abbia trovato i natali sotto alla Mole, da sempre fucina di suoni meno allineati. Qui è fattore di personalità però, considerando come i brani e lo stile sono o potrebbero essere di molto: è proprio la cura e lo smalto che il quartetto (Federico Mariani ed Alessandro Chiorra a chiudere la formazione) utilizza per finalizzare i brani a colpire. Molti dei brani sono potenziali, piccoli classici: Kiki ad esempio colpisce sin dall’attacco, emoziona e costringe al canto, la tranquillità sardonica di we look like people dove l’idea pavementiana sembra venga riempita d’elio e lanciata come un palloncino nel cielo. Poi squarci d’Irlanda, a dimostrazione di come i Fountaines DC siano già standard che entra sottopelle e che si mischia alla propria elaborazione. Ecco, forse la vicinanza ai modelli di riferimento ed un enfasi non sempre dosata potrebbero essere un problema ma la stoffa c’è ed in quantità, oggi come nel 1993.
Oscar Twins – s/t (WWNBB, 2025)
