Orange Car Crash – Fake Man (ArteTetra, 2026)

Sebbene non ricordi in quale occasione abbia incontrato Andrea Davì a Lugano (e mi ci sto mettendo di buzzo buono ma nulla finora) il ritrovarlo attivo sotto la nomenclatura Orange Car Crash è sorpresa parecchio gradita. Fake Man esce per la benemerita ArteTetra e vede la produzione di Nicolas Gaunin, lavorando con la consueta visione colorata e psichedelica mantenendo però un solido aggancio con la materia pop, dando vita a ben quattordici brani insieme misteriosi e canticchiabili,come se i prossimi grandi successi radiofonici fossero scelti su qualche spiaggia remota da un gruppo di adolescenti alle prese con i primi psicotropi. Così i ritmi si infittiscono, legando il mondo dei videogames ai riti tribali, inscenando mondi che sono riduzioni mentali di idee lontane. In Nothing Is Important trattano i Talking Heads come i bambini i lombrichi, aggiungendo sale e disidratazione in un gioco sempre più affilato, trasmettendo l’idea di una forza ormai inarrestabile. Ma Fake Man è un album dove si può trovare di tutto, letteralmente dietro ad ogni angolo: gioiellini pop-noise, risate registrate e la sensazione perenne che a suonare non siano più gli umani, che a malapena abbiano idea di ciò che sta succedendo. Oppure che il piano di conquista di Andrea Davì sia soltanto all’inizio e che tramite la sua propaggine fisica (dal vivo diventano un sestetto con Nicolò Masetto, Marco Valerio, Mirko Brigo, Amedeo Schiavon e Simone Coppiello) renderanno inutili tutti i nostri dubbi e le nostre domande. Sciacquano arie acustiche che sposano gli universi beatlesiani e floydiani in Bi-polarity come fosse la cosa più semplice del mondo, del resto è un modo come un altro per prendere fiato prima di un passaggio a velocità aumentata nel circuito di pac-man. Album schizofrenico questo Fake Man, che passa con disinvoltura da un afro-beat rock a gocce di psichedelia dubbata senza soluzione di continuità, ma con i ritmi che letteralmente escono dalle braccia di Andrea, batterista extra ordinario e songwriter gagliardo. Tutto è cesellato, compito, mai stucchevole, prova di una capacità ideativa e compositiva notevole. Fake Man sembra essere una dimostrazione virtuale in 14 schemi che spaventano per la loro tangibilità: forse perché svela le nostre oliate movenze digitali, ma più semplicemente perché riesce a prenderci per mano, farci perdere la trebisonda e farci credere alle sue storie, pur vedendone i fondali posticci ed il green screen. Inquietante, arte tetra, come non mai, e mai come ora goduriosa da sorbirsi.