Ondakeiki-Canti Vol.2 (42 Records, 2025)

Non c’è altra via per uscire da questa prospettiva che non sia l’uguaglianza economica radicale, la libertà culturale, la lentezza dei movimenti e la velocità dei pensieri.*

Ci sono ascolti che faccio una volta sola, altri che ripeto e altri ancora che mi accompagnano per una vita. Questo Canti Vol.2 degli Ondakeiki lo sto ascoltando da qualche settimana: a volte con attenzione, a volte distrattamente, mentre cammino o leggo. Ogni volta è uguale e diverso insieme.
Questa musica è viva e in continuo movimento: ha, per l’appunto, la lentezza dei gesti e la velocità delle idee. La formula è semplice e ti trascina subito verso di sé, senza lasciarti più andare, portandoti su montagne russe psichedeliche e rimbalzanti.Un po’ come i Gummi, gli orsetti dei cartoni animati anni ’80 che saltavano senza sosta grazie a una pozione magica: forse la musica di questo quartetto è proprio una pozione, capace di restituirci a noi stessi con lentezza e velocità. Con quell’apertura cosmica e quella lucidità assoluta che solo un livello avanzato di meditazione riesce a donare.

L’attacco del disco è improvviso, caldo e ammaliante. Nel primo brano Una stanza un rullante scolpisce colpi profondi, mentre un synth e un bordone avvolgente riempiono lo spazio fino all’ingresso della voce: ed è qui che mi sono sentito piacevolmente spaesato. Person Pitch di Panda Bear è stato per me — e credo per molti — un disco importante. Nella sua semplicità visionaria ci diceva che no, non era ancora tutto finito: dall’inizio del nuovo millennio eravamo usciti ammaccati, ma forse un po’ più saggi. Questo brano non solo richiama quel disco e in generale il suono degli Animal Collective, ma ci restituisce lo stesso calore, dolce e amaro allo stesso tempo.

Percussioni, chitarre, voci e tastiere dialogano con sicurezza, trasportandoci in un mondo altro: la musica diventa tappeto volante, esercizio fisico e mentale, distacco dalla contemporaneità. È un po’ come nei racconti di premorte, quando si ha la sensazione di uscire dal proprio corpo e osservare la scena dall’alto: un fenomeno di straniamento e leggerezza, una sorta di de-realizzazione che ci fa percepire la vita da fuori, con lucidità assoluta e con un respiro più ampio. È musica che si potrebbe ascoltare in un loop infinito, entrando in comunione con un battito ancestrale e rigenerativo.

Un cerchio, il secondo brano, parte altrettanto a fuoco. La voce si moltiplica in mille echi e riverberi, aprendo ad altri spazi e dimensioni. Il cerchio si apre e ne sgorga un suono torrido e tremolante: sembra di trovarsi nel cuore di una Fata Morgana, in cui tutto si muove e noi, polvere in quel turbine, ci abbandoniamo al piacere di essere trasportati.

Luce il tuo nome si apre con crepitii, stridii, pulsazioni spasmodiche e uno spazio che si espande poco a poco. La ripetizione ha il sapore di un rito iniziatico. Poi entra una voce salmodiante, su un basso che pare provenire dal cuore di un vulcano: profondo, impetuoso. L’uso della voce è misurato, guardingo, laterale, con una vena barrettiana. Il brano cresce progressivamente, come un fiume in piena che inghiotte alberi, case, tutto ciò che incontra lungo il suo corso antico.
È una musica diretta e coinvolgente, ma allo stesso tempo estremamente elaborata: frutto di studio e di ascolti consapevoli, sedimentati in tutta una vita — in questo caso, tre vite. Gli Ondakeiki si fanno tramite, messaggeri, sacerdoti alchemici che trasformano tutto ciò che hanno vissuto in composizioni capaci di agire su più livelli percettivi e di coscienza.

Oggi, in Italia, di musica così ce n’è pochissima. O forse, proprio per la sua unicità e carica esplosiva, non ce n’è affatto.

Il disco si chiude con Culla il mio petto, una seconda composizione di dieci minuti. Ribadisce la forza vitale che attraversa ogni singolo suono di Canti Vol.2. La formula riprende quella dei tre brani precedenti, ma il terzetto si mostra qui in uno stato di grazia. Dal suono complessivo al modo in cui strumenti e voci sono suonati, registrati e mixati, tutto ci parla di un lavoro tremendamente carnale: corpo e pensiero diventano un tutt’uno, generando paesaggi estatici e in continuo movimento. Il brano rallenta, si ferma quasi a svanire; poi compaiono sonorità degne della musica concreta imbevuta di LSD, che si intrecciano con questo tessuto già pulsante, creando fluttuazioni sonore e di coscienza.
L’asticella, a questo punto, è altissima. Talmente alta che fatichiamo a scorgerla tra le nuvole. Eppure gli Ondakeiki la superano con la leggerezza dei dervisci, riuscendo nell’impresa di creare una musica visionaria, potente e personale.

Ora il prossimo passo è chiaro: cercarli dal vivo. Perché questa musica, su un palco, potrebbe davvero esplodere, catturandoci e trascinandoci in movimenti lenti, capaci di accelerare esponenzialmente i nostri pensieri.

*da Fenomenologia della fine di Bifo Berardi