John D. Raudo ci racconta i dettagli del primo omonimo disco dei La Fossa Delle Marianne
“Ogni anno è migliore del successivo”, era solito dire il mastro dell’universo Laghettor per spiegare l’esistenza contemporanea a chi fosse dotato di molti meno superpoteri di lui. A confermare la suddetta affermazione per combattere contro il male non è arrivato un intellettuale qualunque e qualunquista preso da una qualunque e qualunquista trasmissione pomeridiana delle reti qualunquiste generaliste, ma niente popò di meno che un report dell’Onu, presentato recentemente dall’attuale Segretario Generale António Guterres. Adesso, come dice l’Onu, il Niño si presenterà per la prima volta nella storia dell’umanità in forma inedita. Ennò signori, non si tratta di qualcosa che ha a che fare con griffate edizioni da record store day di colonne sonore di film western, ma del surriscaldamento delle acque atlantiche che provoca svariate e variabili conseguenze climatiche non poi così sostenibili per il genere umano. Cosa che andrà per di più a sommarsi al già folle Guinness dei primati – che non è la birra più amata da gente irragionevole – raggiunto dal surriscaldamento globale. Lodevole, quindi, la tenacia e l’agonismo con cui la destra mondiale ci ha fatto raggiungere prima del previsto l’agognato orizzonte del disastro ambientale e della possibile estinzione umana – e qualcuno dovrà pur avvisare la seconda carica dello stato italiano che sta cominciando a sembrare proprio a tutti, anche agli scienziati da bar che riflettono tutto il tempo davanti a svariati peroncini, che una vita cosi prospettata sarà molto più difficile di una vacanza di natale ai Caraibi. Anche perché, stando sempre alle constatazioni dell’Onu, si tratterebbe di conseguenze di cui non si può ancora prevedere il reale contraccolpo, non bastano i metri che abbiamo attualmente a disposizione per misurarlo: una vera e propria minaccia coi controcoglioni, direi.
Adesso, in un clima intellettuale siffatto – perdonate il gioco di parole – raccoglie l’insegnamento di Laghettor proprio John D. Raudo, ovvero una delle menti principali del fu progetto post-core bolognese Laghetto (ma guarda tu l’assonanza!), quindi dei successivi Marnero e ora dei La Fossa Delle Marianne (notate una qualche progressione anche voi?).
Abbiamo chiesto a Raudo di raccontarci dettagli e risvolti riguardo al primo omonimo parto discografico di quest’ultima band. E lo abbiamo fatto perché si tratta di un disco molto interessante, in cui “la musica è brutta” proprio come piace a noi e di cui è evidente la qualità sonora e concettuale. Ci troviamo dentro quel post-core evoluto e personale che parte da ispirazioni alla Refused, passa, come ci dice Raudo, per le intuizioni degli Envy e della scuola hardcore di Richmond e arriva mescolarsi con strali malinconici post-rock distillandosi in un concentrato poetico e apocalittico, melodico e inquieto, in cui esplosioni e stasi costruiscono una notevole tensione riflessiva attraverso intelligenti incastri progressivi. Una metà musicale del disco rifinita alla perfezione dall’altra metà testuale, che si nutre di cantautorato pur non essendo cantautorato come lo si intende oggi nel bel paese e che con efficace sardonismo sviscera le nostre stesse viscere attraverso un harakiri che porta a galla le sanguinanti storture del contemporaneo in cui viviamo e/o da cui siamo vissuti. Un discorso sagacemente politico e travolgente che non può non far riflettere.
John D. Raudo, al secolo Nico Ambrosino, con generosità ci ha sviscerato a sua volta le proprie viscere permettendoci di approfondire e mettere meglio a fuoco il suddetto lavoro. Ma prima di lasciarvi alle domande e risposte, due consigli. Il primo è da parte mia: concedetevi più di qualche ascolto del disco, si tratta di un percorso denso e stratificato che ha bisogno di decantare per essere compreso a fondo. Il secondo ci arriva invece proprio da Raudo stesso, cito: “Se vuoi essere presente quando capiterà lo schioppone al cantante della Fossa delle Marianne, queste sono le prossime date:
25/9 – Scumm, Pescara
26/9 – Caracol, Pisa
23/10 – Hex, Bologna
24/10 – Grizzly, Fano
4/12 – Blah Blah, Torino
5/12 – Rovereto (Tn)
6/12 – Sghetto Club – Bologna
7/12 – Circolo Libero Pensiero, Lecco
27/12 – CSL Luigi Fabbri, Jesi”

La Fossa Delle Marianne nasce dopo la chiusura di un capitolo importante della tua vita. Cosa ha portato alla fine dei Marnero e cosa ha ispirato la nascita di questo nuovo progetto?
Rinasce solo quello che muore, diceva l’ultimo pezzo dei Marnero. La fine delle cose è insita nella nascita. Io però non sono rinato né Renato, zero, sono abbastanza lo stesso e mi sento di stare facendo più o meno la stessa cosa, in continuità, da quasi trent’anni. Cambiano i periodi storici intorno, i contesti, le mode, i revival, ma le cose che provo a fare girano sempre attorno alle persone e non alla musica. Quando dico le persone, non parlo solo di chi va sul palco e suona qualche strumento, ma anche e soprattutto di tutti quelli che negli anni si sono sbattuti fra mille difficoltà per creare un sottobosco, uno scantinato, per portare avanti una comunità DIY dalle cantine ai centri sociali ai piccoli circoli di provincia. Ovviamente parlo anche di tutti quelli che vengono sotto il palco per provare insieme a dire di no, per vedere le cose dal basso verso il basso, per creare un qualche tipo di “Noi”, senza distinzione fra “pubblico e “suonatori”. Per questo ho sentito chiara l’esigenza di andare avanti (anche se avanti non c’è niente), cioè di tornare in giro per incontrare queste persone. Della musica fine a sé stessa, sinceramente, me ne frega poco. “La musica è brutta”, diceva Tuono P., e per me la musica è solo una scusa per fare qualcos’altro. Ovviamente quando c’è un cambio di nome, in questo piccolo giro musicale qua, è un disastro totale, devi ricominciare quasi da zero. Il nome è tutto, ci si mettono anni a creare una credibilità attorno a un nome. Pensa a tutti i gruppi di ottuagenari che vanno in giro battere cassa per fare i morti suonanti, esclusivamente grazie al nome, che in realtà è un pacchetto azionario che ha maturato degli interessi solo perché quarant’anni fa aveva un senso. E non sto parlando solo delle imbarazzanti reunion ferrettiane di questi giorni. Ricominciare con un nome nuovo è faticoso e duro, ma è l’unica soluzione onesta per avere i piedi nel presente e non nel revival dei morti suonanti.
Non si può non fare caso a una certa passione che mostri per il mondo marino sia nella scelta dei nomi delle tue band che in diversi riferimenti nei tuoi testi. Sarebbe bello che me ne parlassi. Tra l’altro, dai Laghetto, passando per i Marnero e fino alla Fossa Delle Marianne, mi sembra di notare una certa progressione apocalittica.
Come ti dicevo, c’è una certa continuità nell’esondazione da Laghetto a Marnero a La Fossa. È un percorso verso il fondo perché è l’unica cosa che si possa fare per andare contromano, fuggire la superficie, la superficialità di questi tempi. Anche se il tema marino mi pare di averlo esplorato a sufficienza, mi accorgo che, senza volerlo, torna sempre. Credo sia perché io sono quella cosa lì, un cazzo di fuscello di tamerice aggrappato a uno scoglio davanti alla distesa anarchica e senza confini che è il mare. Torno sempre lì, davanti a quello che non posso controllare: il caso, il caos. E anche se in fondo tutto è già stato detto, o gridato, evidentemente c’è la necessità di ridire di nuovo tutto, e di rivendicarlo. Però visto che il contesto non è più lo stesso, per tenere conto di chi sono, di chi siamo adesso, nei testi della Fossa ho cercato una chiave di lettura diversa.

Venendo specificatamente al disco, la prima cosa che si respira ascoltandolo è un’urgenza incontenibile e forse in modo ancora più forte rispetto agli altri lavori delle tue band precedenti. Sembra come se non potessi più rimandare alcune cose che avevi da dire. È così?
Beh sicuramente un po’ di cose da dire e da scrivere ce le ho ancora. Poi dipende anche da chi può sentirle, e da chi, invece, vuole proprio ascoltarle. Per un periodo ho provato anche a farne a meno ma evidentemente non ci riesco, la scrittura mi è necessaria, che siano canzoni, racconti, romanzi o minchiate, per cui negli ultimi tre anni mi sono concentrato sulla scrittura. Non mi sono accontentato dei fallimenti precedenti, voglio fallire anche il fallimento stesso. La parte musicale, invece, non mi è necessaria e non sono neanche bravo in quello, è importante conoscere i propri limiti, quindi, a parte un paio di canzoni, la musica l’ho lasciata a chi la sa fare, in particolare a Mario Di Battista per quanto riguarda la scrittura dei pezzi e a Valerio Fisik per la produzione. E sono molto contento perché sono molto bravi, capiscono le mie fisime e soprattutto sono cari amici.
Dal punto di vista più strettamente musicale è evidente una progressione stilistica che stavolta oltre a quel post-core che ti contraddistingue include ulteriori influenze che mi hanno fatto pensare ai canadesi Silver Mt. Zion e Godspeed You! Black Emperor, o comunque a suoni su questa linea. In generale mi sembra che tu abbia cercato un timbro più maestoso e poetico. Cosa ti ha ha spinto in questa direzioni e cosa musicalmente ti ha ispirato nella composizione del disco?
Come ti dicevo, questo disco lo abbiamo scritto in due, io e Mario, con l’ausilio di Valerio, all’Hombre Lobo di Roma. Ma anche nella parte musicale, io sento continuità: le sonorità epiche, ma storte, e l’approccio scemo, ma grave, della Fossa, al mio orecchio acufenico suonano come un incrocio finale fra quelle dei Laghetto e quelle dei Marnero. Se vuoi dei nomi, cioè dei limiti, il gruppo che da sempre mi ha ispirato di più sono gli Envy, direi, assieme ai City of Caterpillar, ai Malady e a tutta la roba di Richmond. Però poi ho la pretesa di ficcarci sopra Jannacci, Bobo, o Ciampi. Per cui faccio fatica ad assegnare un genere a queste canzoni qua (sono in difficoltà ad esempio a fare i tag sulle fottute piattaforme), perché ho un problema con i limiti, e anche con le questioni identitarie, devo ammettere. Ad esempio, hai mai sentito reppare sui Godspeed? Io ci ho provato, a ficcarci delle linee vocali che non c’entrano assolutamente niente con gli stilemi di genere. Ovviamente ho fallito, a differenza di Hannibal Smith mi piacciono i piani che vanno in vacca, ma questo è un altro discorso.
Nell’album suoni assieme a tanti musicisti. Nonostante tu sia la mente principale dietro al progetto, mi sembra che hai dato molto peso a una dimensione collettiva importante. È cosi? E qual è invece la formazione effettiva di La Fossa che esibirà nei prossimi imminenti concerti?
Dopo aver scritto il disco con Mario, e averlo arrangiato con Valerio, per suonarlo ci siamo fatti dare una mano da tanti amici in giro per l’Italia (Gj Ottone, Demian Campora, Matteo Bennici, Nicola Manzan, Alessandro Vagnoni, Paolo Raineri, Federico Bendinelli, Girless, e spero di non dimenticare nessuno) perché, come ti dicevo, questa cosa del DiY per me va ben al di là dei confini di una sala prove, o di qualsiasi autoreferenziale scena cittadina, quindi sì, la Fossa in qualche modo la vivo come un collettivo. Nel tour live che parte il 25 settembre, insieme a me e a Mario Di Battista, ci saranno Gabriele Uccello, Manuel Coccia e Marco Curci, ma ovviamente compariranno anche altri amici a fare casino sul palco con noi.
Ascoltando il primo brano del disco, “Un piede nella fossa”, il primo bersaglio del tuo discorso sembra proprio un cambio di prospettiva esistenziale che ha colpito la nostra generazione. È come se un certo approccio ironico alla vita abbia portato a un’accettazione senza riserve della visione capitalistica e spettacolarizzata.
Io considero la mia generazione quella di Genova. Quella del disincanto annoiato e dell’assenza di speranza, quella sospesa fra l’analogico e il digitale, fra il Non Ancora e l’Ormai: senza figli, prima era troppo presto per farli (non ancora), un secondo dopo era già troppo tardi (ormai); senza famiglia, con padri e madri fantasma; fallita la speranza di creare una famiglia comune con le persone che avremmo scelto all’infuori dei vincoli di sangue, siamo rimasti fermi lì, eternamente adolescenti. È di questo che parlo anche nel libro che sto finendo. Nel disco ho scritto che siamo “seduti apposta all’ultimo banco, innamorati degli insuccessi, eredi eretici perlustratori però insondabili a noi stessi”. Noialtri l’abbiamo rivendicata come vincente, la scelta di essere perdenti, ma poi improvvisamente ci siamo ritrovati a una certa età, ognuno con i propri fallimenti, ognuno solo a suo modo, solo da solo, solo in coppia, solo in una band, solo nella massa, tutti nella stessa tempesta ma con una nave a testa, tutti con il proprio orticello da curare ma che per giunta curiamo anche male.

Rispetto all’approccio ironico di cui parlavo sopra, mi sembra che il tuo sarcasmo sia invece più vicino alla concezione di ironia di Deleuze, ovvero un mezzo per criticare la realtà e metterne in evidenza le strutture marce. Qualcosa che vuole comunque spargere del ragionamento proprio in una società dove invece si sente forte una ferrea voglia di non analizzare in profondità i grossi problemi che ci attanagliano tutti. Ti ci ritrovi in questa definizione?
È sempre una questione di tentare di ribaltare qualcosa. Quando, nel 2001, salivamo sul palco con le parrucche e le chitarre giocattolo, si trattava di un tentativo di ribaltamento dell’atteggiamento dell’Hc di allora, che si prendeva un botto sul serio. Poi siamo passati attraverso una sbornia emo di sentimenti simulati, mode danzerecce, chiodi in vendita da H&M, straight edge ubriachi, punkfunk ballerini, skinhead mainstream, e cosa ci rimane? Siamo tutti pronti a fare i buffoni, ma forse non ribaltiamo più un cazzo in questo modo. Vorrei citarti David Foster Wallace, che ovviamente lo dice meglio di me. Nell’intervista a Larry McCaffery del 1993, e poi in Unibus Pluram e in Infinite Jest, ci ha spiegato l’ironia come una corazza che alla fine ci ha anestetizzato e ha reso la nostra generazione piena di vergogna rispetto ai sentimenti, una modalità che è peggiorata ancora di più nelle generazioni che vengono dopo di noi (da cui questo mostruoso vuoto interiore, noia, terrore di esporsi e di comunicare, e insieme voglia emergere). Non saprei come dirlo meglio.
Le canzoni “La Fine del Mondo” o “We are the Scempio” mi sembra che parlino, tra le altre cose, di come la cultura piccola borghese abbia ormai soppiantato ideali e possibilità di vedere oltre il consumismo auto-alimentato da noi stessi e contro noi stessi. Dall’altro lato vi si legge anche la necessita di azioni concrete, soprattutto nel contesto più esplicitamente culturale e proprio all’interno di quello indipendente che sta rischiando di inaridirsi velocemente. È così?
Effettivamente il delirio in cui ci troviamo, questa brutta copia di 1984, questa situazione distopico-fascista, richiederebbe un approccio, diciamo, alla Gigi Mangione, anche dal punto di vista culturale. Invece, paradossalmente ho l’impressione che la mia generazione si sia rinchiusa a farsi complimenti a vicenda per i pedalini, i coni dell’amplificatore e le valvole della testata e ha rimosso un certo tipo di spirito e di attitudine di rottura. Invece di diventare più radicali, ci siamo spaventati e chiusi nel nostro millimetro quadrato. Qua ci starebbe anche un mega pippone sulla nefasta influenza dell’indie-rock hipster fintamente politicizzato che ha distrutto le potenzialità di una generazione che, invece di andare a occupare una fabbrica abbandonata, paga 60 euro per il concerto all’alba di un discotecaro senza maglietta ma siccome c’è mezza bandiera palestinese che spunta dalla consolle, la coscienza è a posto. Indubbiamente una responsabilità ce l’hanno i Social Network, soprattutto con la supremazia dell’immagine e il tentativo di epurare testo e link di Instagram (su Facebook si potevano ancora fare i pipponi) che ha seriamente compromesso la capacità di comprendere che cos’è un’azione concreta. Postiamo il nostro reel su Gaza, il nostro meme su Vannacci, e abbiamo fatto il nostro? Ma è un pippone che ti risparmio, la soglia dell’attenzione è bassa e io sono cambiato (ride).
In particolare in “Lo Scorpione e il Calamaio” è evidente il tuo riferimento a una certa “controcultura” ormai musealizzata e fagocita dal sistema che la ripropone come puro consumo. Vorrei prendere come riferimento anche uno scritto che hai condiviso in rete, “Il giorno della memoria corta”, in cui accusi proprio quella pratica di separare l’opera dall’artista come disinnescante di una vera critica. Mi piacerebbe mi spiegassi meglio il tuo punto di vista a riguardo.
Dunque, mi sembra una domanda interessante. Questa cosa dell’autore e dell’opera la dobbiamo un attimo capire. Siamo stati travolti da una gigantesca confusione in merito, negli ultimi anni. Io amo rimestare nel torbido, amo le persone di merda. Qualche esempio? Céline: era una merda; Flaubert: peggio; Carmelo Bene: umanamente un mostro; Dostoevskij: non era certo una bella persona. In senso contrario, basti pensare quanto la morte di qualcuno/a che si ritiene impeccabile/e renda le sue opere molto migliori di quelle che in realtà erano, e le sue parole intoccabili, non faccio nomi pena il rogo. Oppure basti pensare al caso di Michael Jackson.
Allora il discorso che qui dovremmo analizzare non è quello fra opera e vita privata dell’autore, ma fra autori che si autodefiniscono artisti e che fanno musica fine a sé stessa, e autori che attraverso la musica vogliono fare altro, ad esempio dire di no ad un certo status quo. A me della vita privata dell’autore non me ne può fregare di meno, l’opera, se è di valore, rimane. Anche perché, come diceva coso, scagliate pure la prima pietra vai, che se apriamo i vostri armadi poi si ride.
Però, c’è un però, non parliamo di vita privata, ma di approccio politico. La controcultura in cui ho girato io in questi quasi trent’anni è strettamente legata ad un approccio politicizzato, schierato, anticapitalista. Qui perciò non si tratta di vita privata, ma di dare seguito ad un pensiero politico coerente. Si tratta ad esempio di non riabilitare il lindo dadaista con l’alibi “è impazzito / è rinsavito“, perché lui è sempre lo stesso. Si tratta di non cadere nel tranello revivalistico di chi passa alla cassa a rapinare ragazzi su cui ha scatarrato sopra. Si tratta, ad esempio, di non dimenticare che menestrelli che hanno guadagnato dall’underground per trent’anni, senza pagare (giustamente) una lira di tasse, poi durante il Covid se ne vanno sotto il ministero a battere cassa in quanto artisti che “lavorano” con la musica. Lo trovo quantomeno ipocrita. Si tratta di non dimenticare, quando andiamo ai concerti, che ci sono persone che nel 2020 si sono schierate esplicitamente dalla parte dei negazionisiti e dei no-vax, che per me non sono troppo diversi dai fascisti. Si tratta di non accettare mai più una frase tipo “non voglio la bandiera palestinese sul palco perché non voglio mettere la politica al di sopra la musica.” È questa la memoria corta che non sopporto.

“Oscillo fra entusiasmo e il nero nichilismo di lascia’ fallire il mondo almeno finisce anche il capitalismo” è forse la frase più apocalittica che ti abbia mai sentito pronunciare in una canzone. Pensi che per la maggior parte delle persone sia davvero così impossibile immaginare un modo diverso dall’attuale?
Per questo potrei semplicemente rimandarti ai vangeli di Marco il Pescatore, cioè l’opera omnia di Mark Fisher (un altro suicida) e alla sua famosa frase sulla Fine del Mondo. Il fatto che cito Wallace e Fisher e che entrambi si siano ammazzati la dice lunga sulle prospettive che abbiamo. Ma non posso nasconderti che il mio nichilismo mi dà un certo sospiro di sollievo quando vedo che questo paese, questa civiltà occidentale, questo pianeta, sono arrivati al punto di non ritorno. Siamo già lì al collasso, è evidente, non si può tornare indietro. Quando lo dicevamo nel 2001 a Genova, allora sì, si poteva ancora fare qualcosa. Ma oggi francamente, durante l’era del saccheggio alla fine dell’Impero, io spero genuinamente che l’Occidente crolli il prima possibile, per il bene della terra e del restante 70% dell’umanità. Certo, è più facile amare le macerie ed essere estinzionisti non avendo figli, fratelli, nipoti, questo lo capisco benissimo, ma mi hanno insegnato che spesso l’unica soluzione è “Hai provato a spegnere e riaccendere?”.
Tornando al discorso iniziale, oltre all’urgenza ho percepito nel disco anche la tua precisa volontà di metterci dentro tutto te stesso. Ad un certo punto elenchi anche alcune tue fondamentali ispirazioni culturali e mi sembra che con questo tu voglia anche dare all’ascoltatore sia una chiave di lettura che una possibile cartina per orientarsi in un modo tanto confusionale. Era questa la tua intenzione?
Come ti dicevo, mi sono occupato più delle parole che della musica e quindi l’ispirazione è venuta soprattutto dalla letteratura. Sono anche dell’idea che niente si crea dal nulla e che la cosiddetta creatività sia un mito orrendo del marketing capitalista. Tutto deriva dal primo uomo che picchiò il primo osso sulla prima pietra e se ci fosse stata la mafia Siae nel paleolitico, saremmo ancora fermi lì. Sono contro il diritto d’autore e a favore del plagio, penso che l’unico modo di procedere sia quello di prendere da quelli bravi, ma non nella modalità del revival, ma nella modalità detta del cuoco pazzo. Bisogna mischiare a caso varie robe, tipo Burt Bacharac con Francesca Michielin con il Tango e con i Converge. Se impasti a caso roba di generi che non c’entrano niente fra loro, allora qualcosa di buono, e nuovo, può venire fuori. E ora permettimi una divagazione: questa attuale tendenza di riproporre i generi musicali pedissequamente clonati con lo stampino, verrà facilmente spazzata via dall’avvento dell’AI. Intendo dire che se uno fa esattamente una roba di uno specifico genere, se ripropone in modalità revival i cliché e gli stilemi di un gruppo o di un periodo, beh, mettiamoci l’animo in pace, l’AI lo fa molto meglio. Tanto vale mischiare Bacharach con i Converge.
Il richiamo a sporcarsi le mani in modo serio e dal basso nelle canzoni “Tombarolo” e nella finale “Reparto 77” mi ha fatto pensare alla tua scelta del DIY come un’indispensabile pratica di azione. Quanto conta ancora per te questa parola dopo tanti anni passati a suonare, organizzare, produrre dischi, ecc.?
Certo, sono convinto che l’Autoproduzione, il DiY, mettersi a fare le cose dal basso sia l’unico modo possibile per creare quello di cui si ha bisogno. Però predico male e razzolo peggio, perché negli ultimi anni le mie mani purtroppo sono anche troppo pulite, non sono più coinvolto, perlomeno non come vorrei e come mi è capitato in passato. Non ho più un’etichetta, non organizzo concerti, non faccio un cazzo purtroppo. Principalmente è perché nella città in cui vivo mi sento esule da quando sono state spazzate via tutte le situazioni in cui mi sentivo a casa (Atlantide, Xm24 ecc.). Le condizioni esterne sono cambiate non poco. Ma non ho scusanti, e non le voglio trovare. Dal punto di vista musicale, mi sono anche allontanato da un certo tipo di scena, in parte per colpa di questo acufene perenne, in parte perché sono rimasto un po’ deluso nel vedere come la scena musicale italiana DiY si sia ripiegata su sé stessa, distaccandosi molto dalla sua origine, quella dei centri sociali e di un’attitudine un po’ più politica e inserita in certe lotte. Ovviamente ci sono motivi e contesti complessi che spiegano certi fenomeni… i prezzi gonfiati dei concerti, questi gruppi che chiedono, non so 700-800 euro per fare 25 minuti di set eccetera… potremmo parlarne ore. Però ecco, questa scena veniva da un approccio diverso e, a me, era quello che mi piaceva, l’approccio. Per cui una volta che questo spirito è sparito, mi sono un po’ allontanato. E ripeto, è colpa mia e me ne dolgo. E questa era la pars destruens.
Dopodiché bisogna anche dire che si incontrano, soprattutto in provincia, tantissimi ragazzi giovani e che stanno resuscitando quello spirito. Facendosi un mazzo tanto. Aprendo piccoli circoli nel deserto. Sbattendosi per portare i ventenni ai concerti. Intersecando la musica con la lotta ambientalista e antisionista. Purtroppo questi ragazzi fanno fatica ad emergere con l’Autoproduzione, soprattutto se portano qualcosa di nuovo nell’epoca dei revival e della fuffa di 0:59 secondi da feed di Instagram, e soprattutto se si discostano dalle mode di genere. Ma soprattutto per la mancanza di spazi autogestiti, perché i locali di media dimensione sono praticamente spariti soprattutto dopo il Covid, e per l’autoproclamato regno di questi Booking che monopolizzano tutti i locali di musica dal vivo. Ecco, niente, è più forte di me, non sono riuscito neanche a simulare una parvenza di speranza, che come diceva Antonio Rezza, la lascerei agli stronzi.
Un’ultima indicazione di cui avrei bisogno, se “non c’è vento favorevole per un marinaio che non sa dove andare” quale bussola bisognerebbe utilizzare per navigare ”nell’equivoco eterno fra disorientamento e libertà”?
Segui la bussola del cuore! Come direbbe Fabio Volo. Va dove ti porta il cuore, come direbbe Susanna Tamaro, o la sua nipotina, Sally Rooney, scavalca gli ostacoli del cuore come direbbe Ligabue o certi gruppi emo. A me il cuore mi porta in cardiologia molto spesso, ho aritmia e soffio, per cui non posso affidarmi a questo organo sopravvalutato, se non nella speranza che mi faccia venire presto uno schioppone, preferibilmente mentre suono sul palco così poi i miei dischi sarebbero rivalutati e ingiustamente sopravvalutati. No, non eludo la domanda, la libertà mi fa paura, mi fa cadere dentro al vuoto ma è il destino dei nichilisti, quello di cadere dentro al vuoto dopo essersi dimenati tutta la vita nel tentativo di recidere i propri lacci e slegarsi. Ma queste, come sempre, sono solo parole.


