ODRZ – 100 di questi giorni

La scelta di festeggiare i propri 25 anni di attività come ODRZ con una compilation di 100 brani con 100 diversi ospiti già dovrebbe farvi capire con che tipo di musicisti abbiamo a che fare: Massimo Mascheroni ed Antonio Maione sono persone che vivono di collaborazione, di incontro, di dialogo sonoro. In questo senso forse più che ODRZ100 occorre guardare retroattivamente questi anni, queste scorribande su supporti diversi. Musica industriale, anarchica, personale ed in grado di raccogliere una scena intera come una marea oscura e nutriente. Ho pensato che per meglio presentarvi questo momento fosse più consono intervistare Massimo ed Antonio, più che scrivere il resoconto di un lavoro che ci metterò settimana, mesi ad assimilare e che poco porterebbe a chi non sappia decidere a scatola chiusa da che parte stare pensando a che porzione di mondo potrebbe vedersi schiusa per 10 euro. Posso però testimoniare come lo sferzare guizzante degli arnesi si trasforma in un un suono tonico ed inafferrabile, come il ritrovarsi immersi in una forgia della quale non percepiamo la pericolosità (“È solo musica!” direte voi, certo, senza considerare che per chi è già avvezzo faccia questo effetto mentre per il mondo si tratta di un battesimo del fuoco, del riuscire a vibrare del rumore, dell’effetto senza giudizi negativi o positivo, offrendosi come portale e cassa di risonanza). Nel mentre gli ospiti entrano ed escono, trombe e voci, vita e morte
Di loro serberò un ricordo live, l’acume nella scelta dei sodali, lo slancio nel seguire una strada personale e tanto mi basta. 100 di queste uscite ODRZ.

Ciao Massimo, ti scrivo qualche domanda per raccontare in altro modo un disco che altrimenti sarebbe impossibile descrivere se non come sensazione. 25 anni, 100 acts, forse una delle lezioni più importanti pensando ad una scena.
Come vi è venuta questa idea?

L’idea ha iniziato a prendere forma nei primi mesi del 2023, pensando a come festeggiare i 25 anni del gruppo, partendo dalla nostra regola “ferrea” di dare un numero progressivo a ogni progetto evitando titoli e/o altro.
Da subito abbiamo cercato di pensare a un mega progetto che cercasse di coinvolgere altri artisti. Abbiamo quindi iniziato a stilare una prima lista, ma ci siamo resi conto che il numero di partecipanti aveva iniziato da subito a lievitare, per cui abbiamo ipotizzato il numero di 100, che è un po’ una sorta di traguardo a
cui negli anni passati ogni tanto avevamo pensato.
Difficilmente saremmo riusciti a mantenere perfettamente l’ordine numerico cronologico che finora avevamo rispettato, ma ci siamo detti che, per una volta, avremmo potuto derogare dalle regole. Questo l’antefatto.
Il resto è arrivato quasi in maniera naturale; man mano che abbiamo contattato gli artisti, spiegando loro il progetto e alcune coordinate, abbiamo solo ricevuto consensi entusiasti e in molti casi nel giro di poco tempo anche i brani.
Crediamo quindi che l’obiettivo sia stato centrato perfettamente.

Vi conobbi al Barrio’s durante una tappa di Margini Sonori nella quale suonai insieme agli allora Nufenen, una vita fa. Come ci si sente rispetto al passare del tempo, al ricambio artistico e generazionale? Credete di esistere nonostante tutto oppure è semplicemente
inevitabile che ancora siate attivi?

Non avendo mai avuto schemi cui riferirsi, e i vari progetti ne sono una testimonianza, ODRZ sono sempre stati svincolati dal tempo e dal contesto, due elementi che mutano continuamente. Forse si può riassumere che per ODRZ sia
sempre stata inevitabile la propria esistenza pur se in continua evoluzione e trasformazione.

Che cos’è per ODRZ il gesto artistico? Quale il valore di un’opera musicale ed artistica?

Nella realtà di ODRZ il gesto artistico è quasi sempre la trasposizione in forma musicale di un’idea, un concetto, un progetto.
Dato che diversi nostri progetti sono parecchio “astratti”, necessitano di un notevole sforzo creativo.
Il valore per noi è quindi enorme, perché si tratta di inventare un nuovo linguaggio formale con il quale esprimere, appunto, l’idea, il concetto, il progetto.

Come funzionate a livello progettuale? Il vostro agire è sostenuto da un concetto oppure date forma al suono tagliandolo e comprimendolo in una forma?

Per noi la cosa più importante è la fase creativa, cioè il momento in cui nasce l’idea, la parte concettuale di un nuovo progetto, in verità molte volte “balzana” o comunque poco attinente al concetto di musica. Successivamente si realizza la ricerca musicale, utile alla individuazione degli elementi che permetteranno al “concetto” di essere fruito, iniziando a cercare e creare suoni che possano funzionare ed essere congeniali all’idea iniziale da cui si è partiti, mantenendo sempre distinti i ruoli a livello di strumentazione.
Ognuno di noi due infatti suona strumenti diversi che non ci si scambia mai. Massimo usa synth, campionatori e microfono con multi-effetti: Antonio suona un campionatore con controllo di effetti, una chitarra a cui abbiamo tolto il manico collegando la paletta direttamente al corpo suonandola con una barra di metallo come fosse una slide e microfono con multi-effetti. A livello invece di scrittura non ci sono ruoli definiti dividendoci di volta in volta le parti soliste con quelle ritmico/corali senza una logica ferrea.

Musica Noise, Post-Industriale, Sperimentale. È ancora tempo di etichette? Di dischi? di generi? Come vi muovete in questo mare magnum che ogni giorno viene generato da umani e non umani?

Le etichette in realtà servono più ai giornalisti e in genere agli operatori di settore che non ai musicisti stessi. Come ebbe a dire qualche musicista dell’area di Canterbury: non pensavamo all’inizio di creare un nuovo genere, fu qualche giornalista che non sapendo bene come etichettarci ci affibbiò il termine “Canterbury sound” visto che quasi tutti noi arrivavamo da lì. Per dire… Però in qualche modo crediamo occorra poter individuare un lavoro, soprattutto nel campo artistico. L’etichetta forse, nel bene e nel male, permette di focalizzare meglio l’ambito in cui ci si colloca. Poi, se non ci si ritrova, lo si potrà sempre chiarire.

Cosa ne pensate del presente digitale, della creazione massimalista e dell’impossibilità di mappare un mondo sonoro?

Noi siamo e siamo rimasti sempre ancorati a un mondo analogico, partendo dalla strumentazione. Utilizziamo il pc solo per creare suoni, che poi però vengono riversati e suonati su strumenti, e per la registrazione e la finalizzazione dei vari
lavori. Crediamo ancora che il mezzo fisico, con le dovute eccezioni (vedi ODRZ100 che per forza di cose è stato pubblicato su USB card) sia ancora il veicolo migliore per chi fa musica. Sull’impossibilità o meno di mappare il modo sonoro, non sappiamo dare una risposta precisa; se lo si intende come uscite discografiche, forse c’è una sorta di iper produzione generale, ma non facciamo testo non essendo degli acquirenti “tipo”.

Che importanza ha la sorpresa, l’imprevisto, l’errore nella vostra pratica musicale?

Sono elementi importanti, ci piacciono molto. Soprattutto gli errori: ad esempio i loop sbagliati li abbiamo usati spesso così come suoni completamente svincolati dal contesto in cui vengono inseriti. Melodie stranianti “annegate” all’interno di un magma sonoro industriale, oppure voci declamatorie opportunamente trattate e utilizzate come loop o come “motivo” musicale.

Come vi siete conosciuti? Quali terreni comuni hanno fatto sì che iniziaste ad annusarvi l’un l’altro finendo a suonare insieme?

Ci conosciamo e suoniamo insieme da quasi quarant’anni. L’incontro è nato grazie a un amico comune con il quale abbiamo mosso i primi passi in campo musicale. Anche se provenivamo da ascolti piuttosto diversi, c’è stato fin da subito una sorta di intesa alchemica che ci ha permesso, prima con Onde Rozze e successivamente con ODRZ, di percorrere insieme tutti questi anni, accomunati da una particolare simbiosi creativa che con il tempo è andata via via sempre più consolidandosi al punto che molte volte basta uno sguardo di intesa, senza bisogno di aggiungere altro, per farci capire di essere sulla strada giusta rispetto al progetto a cui stiamo lavorando.

La vostra musica è comunità deviata e deviante: quanto è importante il coraggio e l’irresponsabilità nell’affrontare questo lato oscuro?

Pensiamo sia fondamentale la presenza di coraggio e di libertà espressiva e, ripetiamo, i nostri progetti hanno sicuramente una buona dose di coraggio anche solo per le idee iniziali da cui partono, ma non li riteniamo parte di un lato oscuro.

Come stanno le nuove generazioni sonore? C’è un legame con i giovani virgulti oppure i ponti sono ormai interrotti?

Pensiamo stiano bene, da quel che si vede e si sente in giro. Noi che nel corso di
questi anni abbiamo sempre apprezzato le collaborazioni, abbiamo spesso incrociato artisti molto più giovani di noi con risultati sempre molto lusinghieri. I primi che ci vengono in mente sono Braconidae, Calembour, Alessandra Zerbinati, Mulo Muto e qualche membro di ODRchestra. Tutti indistintamente interessati al processo creativo e al risultato finale senza preoccuparsi minimamente del gap generazionale.

Dopo 25 anni avete ancora conservato sogni artistici nel cassetto? Ne vorreste condividere qualcuno?

AM: io non ne ho.
MM: ho già da anni altri due progetti in duo con altri amici musicisti:
Sokushinbutsu Project con Enrico Ponzoni, orientato verso sonorità ambient esoteriche, e Jets con Andrea Dicò, una sorta di electro/industrial jazz (batteria ed elettronica). Ultimo ma non ultimo, il mio coinvolgimento nel progetto Monofonic Orchestra di Maurizio Marsico che da qualche anno mi vuole al suo fianco. Direi che per il momento possono bastare…

A che volume va ascoltato ODRZ 100? Cuffia, stereo od auto?

Stereo, a casa. Volume da personalizzare, per ogni traccia, anche se tendenzialmente volume sostenuto.

Fantastico, grazie mille!