Torniamo su Stochastic Resonance per segnalare due dischi molto diversi fra loro ma che che dimostrano quanto la lettura del presente sia ancora una mossa possibile nell’astrazione artistica.
In musica possiamo emozionarci, sorprenderci od attivarci. La musica è un’arte che tramite il suono innesca processi ed intrighi. Lo sa bene Toni Virgilito, già parte di Vonneumann, che come overandoverandover (o, più prosaicamente, oaoao) in Layers riprende le immagini ideate da Benjamin Bratton in The Stack connettendo quattro strati sonori in una costruzione che sembra ricordare il reattore nucleare posto da Paul Jebanasam in calce al suo Continuum. Il suono è anchilosato fra techno ed elettronica sui generis, evocando una moltitudine concettuale, come se potessimo mutarci in formiche operaie iper connesse ad un reattore centrale, riempiendo chip e bytes di significati ed intenzioni. Forse, ipotizzando, l’importanza non sono gli strati in sé ma come essi siano utilizzati e vissuti. Questo andare oltre l’idea dello Stato in Bratton suona traslato in musica come un’idea comunque di appartenenza e di rappresentanza (immagine che non so per quale motivo mi riporta all’epilogo di Hackers di Ian Softley) che viaggia fra gli scenari ricreati da Toni. È una grande opera, carica, ma che evita la pesantezza grazie ad una cura del suono, del tessuto ritmico che Layers declina in segnali caratterizzanti. Una sorta di musica per immagini mentali, Frances che vanno a comporre un quadro completo che esonda dalle dimensioni abituali diventanti una sorta di mappa topologica.
Nei diversi spazi vengono iniettate temperature e riflessi differenti, con degli svincoli nodali come il dub di A Doubtless Cloud – A Doubtless Cloud, parentesi organica che riesce a dare luce ad un percorso cerebrale e sintetico. Gli strati di aoaoao rispecchiano la foggia del racconto sonoro, frastagliata e disconnessa ma in grado di garantire una resilienza quasi magica, rimanendo uniti nello svolgersi delle azioni. Più che un disco Layers è una parte di un universo, deve le teorie e le proiezioni prendono corpo con aura di brillante meraviglia.
Oppure sono le nostre orecchie a dar finalmente attenzione ad un suono che è sempre esistito e che Toni e Stochastic Resonance si sono limitati a darci in pasto. Possiamo assicurarvi che non vi pentirete di aver affrontato questa costruzione: certo, vi sentirete dispersi, spesso spauriti, forse osservati. Ma ne sono uscito e sono qui a testimoniarlo, quindi…
Uma è il ritorno di Malasomma dopo Jura e Neolingua e chiude una trilogia orwelliana dell’autore, ricercatore e promotore del festival Futuro Arcaico e della realtà Folklore Elettrico insieme a Maria Gimena Vicenta Ghirlandi. Il percussionista cuce stralci audio estrapolati da notiziari e travalica le distopie immaginate dall’autore inglese, in un presente che ha eluso la fantascienza scenografica per dei sotto testi più infimi e sciatti.
UMA sembra un anacronismo artistico che forza dentro di sé passato e presente, come se i Popol Vuh si fossero trasferiti nella Londra di Kode9. Un oggetto unico che dimostra la forza e la coerenza del messaggio artistico pressate in una forma rinchiusa su se stessa. Occorre entrare, perdersi, farsi accogliere dai fantasmi virtuali, da tracce che sembrano raffigurare un presente continuo eludendo in qualche modo il percorso temporale. Sono stralci che riportano storia ed attualità e che si perdono fra le note come news impalpabili, subliminali. Intorno ad esse, come magia, il costrutto di Malasomma, più che musica un’insieme percussivo che evolve e si complica come una ricetta artigianale e segreta, comportandosi come per magia e lasciandoci storditi all’interno del rito e lucidi al suo termine, consapevoli che difficilmente si tornerà indietro da un maledetto presente.

