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Noise Female

Breve escursione nell’affascinante stato dell’arte del suono femminile del 2018.

Il breve percorso che stiamo per fare non vuole aggiungere nulla a questioni di genere, né tantomeno identificare qualche declinazione sonora propria di un fare femminile. Innegabile come questa componente sia sempre stata minoritaria in campo produttivo musicale e anche se le cose si stanno velocemente riequilibrando, tanto che sempre più spesso artiste di vario tipo si impongono con autorevolezza all’attenzione di molti, credo sia il caso di parlarne per almeno due motivi. Il primo è che non è mai abbastanza ed è anzi opportuno cogliere l’occasione per mettere in luce differenti sensibilità che danno un contributo importante al contesto culturale; e principalmente perché nell’ultimo anno sono usciti diversi lavori piuttosto interessanti e che sanno parlare con linguaggio personale e innovativo, tutti composti da donne, con i quali è ineludibile confrontarsi per l’indiscutibile qualità della proposta. Olivia Block e Okkyung Lee sono solo alcuni dei nomi oramai imprescindibili di un eterogeneo panorama avant contemporaneo e per questo è il caso di fare un veloce punto della situazione, considerando nuove e meno note autrici al fianco di quelle più riconosciute che continuano a produrre ottimi album. Per l’impossibilità di trattare esaustivamente una scena così ampia e viva mi sono limitato a quei suoni che mi hanno colpito di più e che mostrano personalità da tenere assolutamente in considerazione. In tutto questo ascoltare è fortemente percepibile un fluire incessante a cui è impossibile non guardare con profondo interesse.

noise-female-olivia-blockIl primo nome con cui confrontarsi è quello di Olivia Block che ritorna con un disco solista per l’etichetta di Laurence English, personaggio che continua a mantenere alta l’attenzione sulla nuova sperimentazione musicale con un livello sempre molto alto di proposte. La compositrice americana ha alle spalle una serie di opere di notevole bellezza che mostrano una visione drone personale e un approccio all’elettroacustica innovativo, dove l’attenzione per il piano percettivo e il livello compositivo rivela una sensibilità fuori dal comune. Continua questa tradizione anche il nuovo 132 Ranks su Room40. Se concettualmente il richiamo è alle sue uscite più colte come Karren (Sedimental, 2013 ), dove la nostra si avvaleva della Chicago Composers Orchestra coordinando il tutto con il suo riconoscibile tocco elettronico, in quest’ultimo album sono forti anche le influenze più corposamente drone dell’ottimo Dissolution (Glistening Examples, 2016). Commissionato da LAMPO and The Renaissance Society e composto tra il 2016 e il 2017, 132 Ranks è un lavoro per organo a canne concepito espressamente per l’utilizzo dello Skinner Organ della Rockefeller Memorial Chapel di Chicago. Una scrittura ibrida tra live perfomance e istallazione sonora che rifugge da qualsiasi cliché modern classical, dove le frequenze dello strumento si sommano intrecciandosi alle emissioni di sei speaker piazzati nella sala che in contemporanea all’esecuzione emettono rumore bianco, sine waves e preregistrazioni dell’organo stesso. Delimitato da sottili denotazioni ambientali che immergono immediatamente nella dimensione spaziale, il lavoro estrinseca un raffinato gusto nel trovare le tonalità più adeguate ed efficaci alla stratificazione sonora. Meditativo ma senza compiacersi in facilonerie eteree, il suono cattura e ipnotizza dando forma a diverse dimensioni e variazioni, e sapendo affondare al momento giusto esplosioni armoniche che danno la giusta completezza alla composizione. Un’opera appassionante che implementa un lato espressivo della Block che già si era cimentata sul tema con un interessante disco per piano e organo uscito lo scorso anno su Another Timbre.


Altro nome di spicco è quello della violoncellista Okkyung Lee, compositrice e improvvisatrice, che vanta collaborazioni con musicisti del calibro di Phil Minton, Chris Corsano e Bill Orcutt. Tra le sue recenti uscite è da ricordare quella con il maestro del turntabling Christian Marclay che ha fruttato l’ottimo Amalgam su Northern Spy nel 2016, senza dimenticare l’eccellente e visionario disco solista Ghil (Edition Mego, 2013); uscite che hanno meritatamente incrementato ancora di più l’attenzione sul suo lavoro.
noise-female-okkyung-leeIl nuovo Cheol-Kkot-Sae (Steel.Flower.Bird) su Tzadik è un’opera avant jazz composta da lei stessa ed eseguita assieme a un ensamble di fuoriclasse: John Edwards (Basso), Ches Smith (batteria, vibrafono e percussioni), Lasse Marhaug (elettronica e produzione), Jae-Hyo Chang (percussioni tradizionali coreane), John Butcher (sassofono), Song-Hee Kwon (voce) e la Lee al violoncello. Con un cast del genere inimmaginabile ipotizzare un’esecuzione che non sia meno che ottima, e così è in effetti. Ma il merito è ovviamente anche della qualità della scrittura che genera una delle composizioni contemporanee più interessanti che si possano sentire oggigiorno. Per la prima volta Okkyung Lee si cimenta nel recupero delle proprie origine coreane, ma lo fa nel modo meno scontato che si potesse immaginare, costruendo una perfetta commistione tra composizione sperimentale occidentale, tradizionalità etnica, improvvisazione e azzeccate tematizzazioni modern jazz. Commissionata originariamente per la SWR2 ed eseguita e registrata Donaueschingen Festival nel 2016, la lunga sessione di tre quarti d’ora mostra tutta la complessità di una costruzione mirabile, stratificando le diverse voci culturali in un contesto inatteso e attualissimo. Partiture per voce e violoncello declinano un folklore sciamanico in chiave squisitamente moderna, aprendo una concatenazione che lascia spazio a improvvisazioni percussive, dove occidente ed oriente collimano con naturalezza, live eletronics che puntellano con grazia ottime partiture di jazz moderno, per poi tuffarsi in slanci per canto pansori e noise crudo, fino ad arrivare a decise divagazioni free dove tutte le compenti interagiscono perfettamente; il tutto legato da centrati raccordi solisti che innalzano il livello di tensione aggiungendo ulteriore profondità. Qualcosa che solo in parte può essere accostato ai pioneristici e stupendi esperimenti del quintetto capitanato da Otomo Yoshihide, perché qui si va ancora oltre a livello di coscienza sincretica, tanto da farne un perfetto linguaggio del presente che guarda dritto al futuro.
Un’altro disco di quest’anno che la vede protagonista è Dahl-Tah-Ghi, uscito per la Pica Disk di Lasse Marhaug, che documenta la sua performance solista del giugno 2013, per un pubblico limitato a sole trenta persone, all’Emanuel Vigelang Mausoleum di Oslo. Il monumento, completamente affrescato da scene drammatiche e spesso esplicitamente erotiche raffiguranti la vita umana dal concepimento alla morte, ha una particolarità acustica unica, ovvero un riverbero di 18 secondi, un peculiare effetto additivo naturale che permette di utilizzare la spazialità come un’eccezionale estensione del suono generato.  Un disco che in qualche modo fa da contraltare al già citato Ghil e mostra tutta la capacità della violoncellista sud coreana di gestire con grande abilità e senso dello spazio l’interazione con l’ambiente. E’ la giusta occasione per godersi in acustico una varietà creativa che unisce sensibilità poetica a una percezione interiore dello strumento che assale la temporalità con accattivante sincronizzazione: in un contesto così intimo l’alternarsi di passaggi ruvidi e riverberi improvvisi che scemano lentamente nel vuoto, di dilatazioni spettrali e momenti di densa fisicità, cattura totalmente l’attenzione. Prendetevi del tempo per entrate nelle pieghe del suono, ne vale davvero la pena.


Continuiamo con Lea Bertucci, soundartist newyorkese, fautrice di un personale approccio minimalista che utilizza tecniche estese sul sassofono concentrandosi sulla componente psicoacustica e non linguistica dello strumento. Si poteva già apprezzare noise-female-lea-bertuccila sua particolare attenzione alla ricerca in uscite degne di nota come All That Is Solid Melts Into Air (NNA Tapes, 2017), con due composizioni dove la nostra manipola nastri accompagnata dal violoncello di Leila Bordreuil e dalla viola di Jeannann Dara, mentre nella seconda scrive per l’esecuzione di James Ilgenfritz e Sean Ali ai contrabbassi; oppure la cassetta Axis/Atlas (Clandestine Composition, 2016), nella quale l’elettroacustica si tingeva di aggressività, facendo emergere una vena profondamente equilibrata tra improvvisazione, musica concreta e ambient. Da menzionare anche il piccolo gioiellino di 7” Light Silence/Dark Speech (I Dischi Del Barone, 2015), con i pattern di sassofono che tratteggiano le affascinanti intuizioni che verranno ancora meglio perfezionate in futuro.
Il nuovo album Metal Aether segna il suo ritorno per NNA Tapes ed è il perfetto compendio dello studio portato avanti in anni di intensa sperimentazione. Un disco per sax e nastri di assoluto fascino che mostra una sensibilità matura e un punto di arrivo importante nella carriera musicale della Bertucci, mettendone in luce il pregevole stile compositivo. Si passa dall’accumulazione di fraseggi circolari che con perfetta temporalità occupano gradatamente lo spazio fino a raggiungere uno spessore travolgente, per arrivare a bordoni di toccante profondità. Una modalità performativa che lavora abilmente sulla crescente inquietudine ipnotica, utilizzando anche inserti rumoristi per sorreggere e intensificare il solido incedere del suono, riuscendo a coinvolgere dall’inizio alla fine del disco. Non si può far altro che perdercisi dentro.


La compositrice e performer Audrey Chen ha sviluppato negli anni un approccio personale che mescola improvvisazione vocale, violoncello ed elettronica analogica, vantando una corposa discografia e collaborazioni di livello, come quelle con uno dei maestri dell’improvvisazione vocale come Phil Minton o con il sassofonista Gianni Gebbia. Altri progetti interessanti nei quali è attiva sono il duo Hiss & Viscera con Richard Scott ai synth modulari, i Beam Splitter con il trombonista norvegese Henrik Munkeby Norstebo; e tra le altre cose c’è da appuntarsi il disco NCAT (Monotype, 2013), in quartetto con Nate Wooley, C. Specer Yeh e Tom Carter.
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Il suo nuovo album Runt Vigor, rilasciato da Karlrecords, convince pienamente per il suo modo peculiare di far interagire i singoli elementi: una ricerca di un linguaggio che vada oltre il linguaggio stesso, una narrativa non lineare di notevole bellezza e contemporaneità. L’inizio con Heavy mostra subito una personalità sostanziale, una traccia dove la Chen spinge oltre le lezioni di artisti come Minton verso un azionismo d’impatto prossimo ad alcune declinazioni di Dave Phillips, ma con una istintività del tutto originale. L’utilizzo dei dispositivi analogici poi fanno esplodere con tempismo la tensione che striscia costantemente sottopelle (In The), mentre si raggiunge una spessa profondità poetica nella commistione di bordoni di corde e contrappunti vocali (Mouth). La finale Heavy In The Had poi raccorda perfettamente i vari concetti convogliandoli in 20 minuti di visionarietà meta-linguistica, e andando decisamente a segno.


Due nomi da segnarsi sul proprio taccuino sono quelli di Hilde Marie Holsen e Thembi Soddel, artiste delle quali ho già avuto modo di parlare più estesamente su queste pagine e per approfondimenti vi rimando alle recensioni dei loro ultimi album. Basta dire che hanno prodotto due lavori di ottima fattura, posizionandosi sui poli opposti di un’avvincente intensità creativa: la prima con Lazuli ha messo a punto un linguaggio poetico fatto di tromba ed elettronica per descrivere con eleganza sentimenti malinconici, come anche la consistenza del turbamento; la seconda con Love Song, invece, con frontalità e un efficace impiego del rumore, a tratti feroce, ha saputo raccontare perfettamente l’abuso psicologico che può gradatamente pervadere in modo distruttivo una relazione sentimentale. Due dischi da recuperare assolutamente.

noise-female-vanessa-rossettoUn’altra artista che merita attenzione è la compositrice, improvvisatrice e pittrice newyorkese Vanessa Rossetto. Torna su Erstwhile in collaborazione con lo scrittore e sound artist australiano Matthew Revert. Everyone Needs A Plan è un lungo flusso comunicativo che sorprende per la capacità di sviluppare un discorso senza cali e dalla tensione costante per tutta la durata degli oltre settanta minuti della traccia: un monumentale percorso a base di musica concreta, distorsioni, crepitii, spoken word, ritardamenti e distensioni, che parla comunicazione umana in modo incisivo. I diversi registri vocali coprono un ampio spettro di possibilità evocative riuscendo ad attrarre intimamente e la giustapposizioni con crude registrazioni ambientali provoca un forte impatto emozionale.
Se non bastasse possiamo saggiare la bravura della nostra nella sua ultima uscita solista in cassetta, Fashion Tape (No Rent, 2018), chiaro richiamo alla fascinazione degli eighties, dove costruisce un melange sonoro per dissacrare le manie consumistiche dai colori eccessivi di quegli anni. Ma la sua visione qui non è assolutamente sterile interpretazione, quanto in realtà un pretesto per andare oltre i soliti noiosi e inconsistenti revivalismi analogici. Field recordings, registrazioni di spezzoni vocali, elettronica colta e concretismi ambientali, tutto calibrato perfettamente per rifinire un concetto di composizione abrasiva per nulla scontata e di grande presa, che coinvolge per il suo sincretismo temporale con sguardo fisso sul presente. Che sia questo un modo per fare i conti definitivamente con un decennio così controverso?


Sul versante della classica moderna troviamo il nuovo disco di Kali Malone, compositrice americana di stanza a Stoccolma. Cast Of Mind, pubblicato da Hallow Ground, contiene quattro tracce per ensamble nelle quali lo studio della Malone si concentra sull’interazione del suono di synth Bucla 2000, da lei stessa suonato, con strumenti orchestrali come fagotto, clarinetto basso, trombone e sassofono alto, noise-female-kali-malonefacendosi accompagnare da esecutori di tutto rispetto. Il risultato è notevole e sommerge con la sua profondità dronica costruita dall’interazione tra le varie voci. Dense tonalità scure che si distendono nel vuoto in modo magnetico e reiterazioni sintetiche che sporcano di ritmicità la dilatazione continua; uno scandagliare la profondità del suono in tutta la sua longitudine. Un approccio che non può certo lasciare indifferenti per l’ampiezza di vedute e l’ostinata volontà di percorrere una strada così abissale fino al suo limite estremo. La Malone infatti sa tratteggiare perfettamente scenari cupi ed evocativi con sottile splendore. Un disco che farà felici i fan dei suoni alla Mohammad.
Consiglio di recuperare anche il precedente e ottimo Velocity Of Sleep (XKatedral / Bleak Environment, 2017), titolo quanto mai evocativo, sempre molto interessante per la capacità di mescolare frequenze sintetiche con quelle di ricercati strumenti tradizionali come il theorbo.


Nell’ambito della composizione jazzistica moderna troviamo la contrabbassista e compositrice romana Caterina Palazzi che da alcuni anni porta avanti un personale progetto per quartetto dal nome Sudoku Killer, oltre a muoversi con efficacia nel contesto della performance solista contestualizzata attraverso tematiche narrative vampiresche. Una costante dell’approccio della Palazzi è infatti il richiamo a immaginari noise-female-caterina-palazziorrorifici o comunque oscuri, come succede anche nel nuovo Asperger, disco con il quale approda sulla rinomata Clean Feed, mostrando una notevole capacità di scrittura nel contesto modern jazz. Cinque tracce dedicate ai cattivi di alcuni famosi cartoni animati della Disney per raccontare come la visione favolistica dell’eterna vittoria del bene sul male, tratteggiata con irrimediabile candore nei film per bambini, diventi in età adulta qualcosa di più complesso e molto più ambiguo. Questo interessante racconto di formazione è disegnato partendo dalle derive jazz core post-Zu (a cui è dedicato l’ultimo dei cinque brani del disco), passando per pattern angolari, centrate intuizioni noise, umori noir e suggestioni post rock. Ne fuoriesce un suono che colpisce per personalità e bellezza della scrittura, trascinante e assolutamente all’altezza del jazz moderno europeo a fianco di alcuni dei più interessanti ensamble degli ultimi anni, come i Velkro o i più recenti Slow Is Possibile. Provate a sentire l’eleganza compositiva di un brano come Jasper & Horace per farvi un’idea.

Chiudiamo con l’esordio solista della batterista Katharina Ernst. Dopo aver condiviso performance e lavori con Ken Vandermark, Peter Kutin, dieb13, Christina Kubisch e Martin Siewert, la sound artist austriaca esordisce su Ventil con il suo Extrametric, titolo che sottintende un massiccio uso della poliritmia. Il disco è il compendio di sette anni di duro lavoro sullo strumento: batteria arricchita con vari synth collegati, gongs, tam-tam, un grande campionario di piccole percussioni e una carimba amplificata e trattata con pedali per chitarra. Un set costruito con l’intenzione non solo di produrre il suono, ma anche di riprodurlo fedelmente dal vivo, e la cosa fa supporre che anche in questa dimensione sia molto godibile. Il suo modo intelligente di lavorare sul beat si noise-female-katharina-ernstbasa su complicate sovrapposizioni ritmiche e sviluppi che richiedono uno studio coordinativo molto intenso e accurato, ma il tempo che è servito a mettere a punto il progetto frutta un primo passo discografico di sicuro interesse, dove i concetti che sorreggono il lavoro vengono sviluppati in tutta la loro estensione: ritmo che ovviamente domina su tutto, da tecno a tematiche hip hop, fino a sovrapposizioni di fraseggi house e divagazioni dub; senza farsi mancare momenti più prettamente elettroacustici di frenetico lavorio sui piatti (x_05) e aggressioni impro dal retrogusto core sviluppati con grande senso performativo (x_02). Un biglietto da visita che si fa molto apprezzare, lasciando immaginare anche la difficoltà esecutiva dell’intersecare con tanta precisione i vari livelli che si compenetrano progressivamente. Uno stile che con motivata fiducia lascia presagire ulteriori sviluppi e si sostanzia come un’originale riflessione sulla società contemporanea. Come afferma la stessa Hernst, “la poliritmia è un interessante argomento politico. Differenti schemi e attività si svolgono contemporaneamente e / o senza interferire; senza che nessuno di loro sia superiore.” Un interessante bagliore di nuovo utopismo funzionale.

 

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