Ci sono più motivi che mi hanno portato a parlare di questo lavoro sonoro di Nicolas Remondino. Il primo è averlo visto dal vivo con Manuel Volpe e Massimo Silverio, rimanendo profondamente colpito non solo, ovviamente, dal trio, ma anche dalla sua potente unicità; il secondo è la curiosità di ascoltare il lavoro solista di un musicista incontrato e apprezzato spesso, negli anni, in lavori altrui, capace di attraversare territori che vanno dal pop al noise con una coerenza interna quasi difficile da trovare al giorno d’oggi: il primo nome che mi viene in mente, in questo senso, è quello di Zorn.
Il terzo motivo è stata una pericolosa e spericolata arrampicata fatta in questi giorni nel bosco montano della mia infanzia, dove ho ritrovato tutto più selvaggio e instabile di quanto ricordassi e immaginassi e, mentre cercavo un mazzo d’erba secca meno secco di quelli attorno che mi salvasse dall’imperterrito franare della terra sotto i miei piedi, il pensiero è tornato naturalmente a questo disco, che da almeno un mese continua ad accompagnarmi. Ed è esattamente quell’immagine, quell’esperienza, che mi è sembrata, nella sua essenza, essere come questa magica musica che Nicolas Remondino ha deciso di regalarci.
Qui tutto freme, vibra, crolla e si ricostruisce senza soluzione di continuità. Immergersi in questo lavoro è emozionante, ma in un modo particolare: fin da subito pulsazioni, crepitii, colpi e silenzi lavorano sul nostro sentire, ci spostano e inevitabilmente alterano la percezione. Tutto è in bilico, sembra lì lì per evaporare come una nuvola, ma rimane sospeso, come soggiogato da un incantesimo. Esattamente come mi sono sentito io nell’aggrapparmi a sassi ed erbacce, convinto della possibilità di farcela, anche questa musica vive di un profondo sentimento di speranza, di desiderio di condivisione e di crescita. Non sono mai stato un appassionato delle percussioni e, in particolare, dei dischi solisti a esse dedicati, ma qui siamo quanto di più lontano da tutto questo: la percussione trascende se stessa e si trasforma in una potentissima macchina sonora viva. È viva, pulsante, esattamente come potrebbe esserlo un animale feroce o un colibrì, ed è quello che ho pensato del suonare di Remondino vedendolo e ascoltandolo dal vivo.
Ma tornando al compositore e alla sua musica, una delle cose che ho percepito subito è stata il suo visionario e sensibile mettersi al servizio del suono. Consiglio di ascoltare gli innumerevoli dischi degli ultimi anni in cui suona; spesso il suo lavoro è discreto e al servizio della composizione altrui, ma riesce comunque a essere unico e ad esaltare il pensare e il muoversi degli altri musicisti. Nel caso di Hìeratico, poi, quello di Remondino, nel mio modo di percepire, è un consapevole abbandono delle sovrastrutture e un seguire, ed eseguire, l’essenza del suono, elaborando composizioni uniche che crescono e cambiano dopo ogni ascolto. Gli va riconosciuta grande intelligenza e umiltà nel collaborare con molte musiciste e musicisti, ognuno con una propria unicità che non viene mai meno; anzi, le composizioni divengono massima esaltazione dell’arte di Remondino e, al tempo stesso, dei numerosi musicisti presenti nel disco. Veniamo ai brani, che ognuno a modo suo sembra essere un diverso mondo del sovrasensibile, uno stato di estasi diverso, una pulsazione unica; e al tempo stesso tutto il disco emana un suo senso di unicità, di coerenza e di appartenenza a una cifra artistica e, di conseguenza, umana che appartiene al solo Remondino.
Undici composizioni che vibrano e fanno vibrare chi sa mettersi in ascolto, dodici modi di esprimere un profondo sentire, dodici tesori da scoprire scavando a mani nude in un terreno arido, secco e polveroso. Scusate le contorsioni, ma prima di affondare le mani in questa materia viva ci terrei anche a segnalare un lavoro importante e, per ciò che riguarda pieni, vuoti, silenzi e il diffondersi del suono, profondamente collegato a questo: Orassion, uscito nel 2025 per Torto Editions, dove Remondino assieme a Natalia Rogantin ha dato vita a un mondo sonoro pieno di silenzi e riverberi, intimamente legato a questo Hieratico, che mi sembra proseguire quella ricerca di un’essenza sonora personale e di una sua sacralità.
La prima traccia, che dà il titolo a tutto il disco, svela da subito un’urgenza sonora in espansione. Dopo pelli e metalli sfregati entra una costante pulsazione che potrebbe essere una gran cassa, ma a tal proposito va detto che forse ha poco senso interrogarsi sull’oggetto che genera il suono qui, mentre il suono, nella sua immanente esistenza, è quello che conta, ciò che ha un’importanza capitale e che ci colpisce. Dunque questa prima composizione, se vogliamo, si sviluppa tra questi due mondi che dialogano tra loro e cercano una quasi impossibile unità. Il battere cupo e primordiale della cassa non dà quasi mai tregua, mentre attorno a lui tutto vibra, si frammenta e si ricompone: un primo brano che fa capire da subito la maestria e la profonda ispirazione di Remondino.
Il viaggio prosegue con litho non-danse: anche questo brano ha una sua ossessione pulsante, ma è sviluppato su suoni più acuti, anch’essi materici, di altra materia, come se fosse ceramica o vetro, mentre i diversi tamburi, con suoni uno diverso dall’altro, si muovono in modo randomico dialogando con i suoni acuti che progressivamente diventano granulari, nebbiosi.Un brano che è anche avvenimento atmosferico, un po’ come quando in alta montagna arrivano i temporali estivi e tutto di colpo diviene veloce, oscuro e intenso.
Terzo episodio del percorso, blue hymne si apre alla partecipazione straordinaria di Limpe Fuchs: presenza fondativa della sperimentazione europea, la cui pratica, dagli ultimi bagliori dei Sessanta fino al presente, continua a scavare un linguaggio irriducibile, organico, arcaico, profondamente materico. La composizione parte da subito con pulsazioni ossessive su percussioni che mi hanno ricordato la musica gamelan, su cui vanno a stratificarsi loop melodici e percussivi e, una volta costruita un’alta piramide sonora, la voce della Fuchs volteggia e declama su questi apparentemente infiniti strati e substrati ritmico-melodici. La composizione sembra un tornado che si dimena alla ricerca del punto di esplosione all’interno di un piccolo appartamento; anche questa terza composizione, come le precedenti, vive di una sua profonda ragione d’essere sonora e noi rimaniamo incantati ad ascoltarla e osservarla.
Cuerda de piedra è un quarto quadro simile ai precedenti e al tempo stesso completamente diverso: un loop che sembra essere fatto quasi unicamente di rumore bianco è lo scheletro danzante su cui si modula e sviluppa tutta la composizione, dove il percuotere, lo sfiorare e il picchiare di Remondino si muovono allo stato brado come un grosso animale rimasto in cattività per troppi anni e a cui, di colpo, viene ridata la libertà. Con foga riprende possesso del suo antico territorio nel tentativo folle ed estatico di ingurgitarlo tutto, di farlo suo e di farsi esso stesso il mondo che gli sta attorno. Anche questo brano, come i precedenti, non si smetterebbe mai di ascoltarlo, ed è il caso di metterlo in repeat fino a dimenticarsi quasi di ascoltare un brano, con il possibile virtuoso esito che il brano esca definitivamente dalle cuffie e dalle casse per tornare al mondo da dove Remondino l’ha colto.
In aranha l’elemento sonoro centrale è ciò che sembra un grande pezzo di metallo percosso e fatto vibrare, mentre schegge impazzite di suono gli ruotano attorno.Un minuto e sedici secondi di pura libertà: suono che riesce a essere nient’altro che se stesso, mostrandosi senza volersi spiegare e divenendo elemento evocativo per eccellenza. Dopo questa breve opera sonora ne arriva una sesta, lunga e di un’intensità a tratti quasi insostenibile: un quartetto dà vita a tombal. Oltre a Remondino suonano Massimo Silverio, compositore e cantante unico che da diversi anni porta avanti il suo discorso, giunto l’anno scorso a Surtùm, opera tra le più originali di quell’anno e non solo, di cui ho già lungamente parlato su queste pagine; Marco Baldini, compositore e musicista toscano anch’egli autore di una ricerca personale e di lavori di una bellezza mesmerica (da scoprire tutta la sua discografia, magari partendo dall’ultimo Fuochi); e infine Pierre Bastien, compositore e sperimentatore francese attivo sin dalla fine degli anni Settanta, anche lui da riscoprire a partire dall’ultimo lavoro uscito, Nuits Sans Nuit, in collaborazione con Michel Banabila. Veniamo ora all’ascolto del brano: Tombal ha un incedere lento e riflessivo, il suono è estremamente stratificato ma mai sovrapposto; come in un antico tappeto persiano tutto è presente e pienamente vivibile, parte vitale di un corpo unico, ma con un proprio svolgersi ed esistere. La voce dolce e potente di Silverio danza come un derviscio sopra un monumento sonoro che raggiunge vette inesplorate, per poi chiudere il rito con l’harmonium di Baldini, perfettamente fuori dal tempo eppure intensamente presente. Un episodio che già da solo basterebbe a rendere immortale questo lavoro.
La settima composizione si intitola boku ga e ci regala l’ennesima, a questo punto, collaborazione memorabile: Adele Altro canta in giapponese e suona un loop di pianoforte dolce e meccanico allo stesso tempo, e su voce e pianoforte Remondino stende il suo mondo, crea un paesaggio in movimento come visto dal finestrino di un treno che ci porta lontani da qualcosa o qualcuno.Metalli, corde e voce ultrasensibile rendono questo pezzo indimenticabile.
In meridiana, ottavo brano, abbiamo la presenza di Giuseppe Ielasi, che è ad oggi uno dei più ispirati e avanzati compositori e musicisti che abbiamo in Italia; ma non solo: è anche il deus ex machina dietro al mixing e mastering di innumerevoli fondamentali dischi usciti da molti anni a questa parte, e sua è anche la registrazione, il mix e il master di questo disco, che anche nella sapiente gestione spaziale ed espressiva di ogni singolo suono sa farsi opera sonora eccelsa. Tre minuti di spazi apparentemente infiniti dove si diffondono il percuotere e lo sfiorare di Remondino e la chitarra acustica accarezzata da Ielasi; i vuoti e i pieni di questa composizione raggiungono un equilibrio apparentemente perfetto. Il brano, nel suo procedere circolare, se chiudete gli occhi e avvicinate l’orecchio alla fonte sonora, sembra quasi uscire dall’arcaica e concava superficie di una conchiglia. In diversi passaggi di questo disco, e anche qui, sento forte l’assonanza con due compositori che amo molto per la loro unicità e purezza: Luciano Cilio e Lino Capra Vaccina. La loro musica, come questa, con le ovvie differenze, è musica che ci visita da un altrove per aiutarci, se ne abbiamo voglia, a crescere, a migliorarci.
lode, nono brano, si apre con la luminosa voce di Natalia Rogantini e il prezioso contributo di Jonas Torstensen, composizione dall’ampio respiro in cui entra un tremolante paesaggio sonoro assieme al pulsare lento e misuratissimo degli strumenti di Remondino. La Rogantini sussurra nell’incipit: “ascoltavo un immenso spazio magnifico come un legno che cade svelando il suo tono” e nel finale “ascoltare la meraviglia nella sorpresa come profumo bruciato di terra e corteccia”. E quale definizione migliore per tutto questo lavoro di questi versi, che sono anche sensibile e personale descrizione dell’esistere. Un brano che va ascoltato con attenzione per coglierne la reale potenza evocativa, dove parole, voce e musica divengono una cosa sola: un potente raggio di luce che invade la stanza saturandola di calore e di luce.
sospire è la penultima tappa di questo lungo viaggio e ci fa l’ennesimo entusiasmante grande regalo, che è la presenza del compositore milanese Roberto Musci, anch’esso ricercatore sonoro unico e prezioso attivo sin dagli anni Settanta: la sua è una discografia che regala stupore e commozione a ogni ascolto. In questo brano della durata di circa tre minuti abbiamo tutto un mondo, o forse sarebbe meglio dire tutti i mondi; solo un’illuminata e consapevole improvvisazione-composizione dal vivo può generare un brano del genere. Sospire è indescrivibile, ma forse può avvicinarsi a un sogno lucido dove incappiamo in un rito fisico e sonoro arcaico di cui sino a questo momento ci era oscura l’esistenza: ci affascina e spaventa allo stesso tempo. Chissà, forse l’Aleph descritto da Jorge Luis Borges poteva suonare esattamente così.
muracetra è la lunga composizione finale e vede la collaborazione di Vipera e Dròlo Ensemble. Parte subito impetuosa: corde, pelli, metalli, voci, tutti assieme, con una magica coralità che contraddistingue tutto il disco, si muovono lungo percorsi sconosciuti e carichi di arcaico magnetismo. Attorno al quarto minuto poi tutto si ferma e in lontananza suona una lenta melodia senza tempo che sembra uscire direttamente dall’harmonium di Georgij Ivanovič Gurdjieff; su questa magica eco si muove il declamare di Vipera, tutto si fa arcaico e sacro, musica che si fa inno, preghiera, intima e cosmica meditazione. Qui tutto è luce, non ci sono più misure di paragone perché tutto è fuori misura e forse l’unica misura è la follia consapevole dell’estasi.

