Nicola Di Croce – Fieldnotes (Oak, 2014)

“Geografia” è il termine intorno a cui ruota il progetto Walkingsoundtracks di Nicola Di Croce,  che di recente abbiamo visto all’opera con l’AIPS Collective. Tuttavia il concetto va inteso in maniera poco convenzionale, venendo riletto attraverso il suono, all’incrocio delle coordinate di spazio e tempo.  Detto questo, bisogna rilevare che Fieldnotes si distanzia anche dai lavori di molti compagni di strada, abbandonando il taglio antropologico a favore di una visione maggiormente poetica.
Il punto di partenza è un viaggio e dei field recordings raccolti a mo’ di appunti, il registratore come un taccuino zeppo di impressioni e schizzi. Poi viene il momento del ricordo e della rielaborazione attraverso parti strumentali improvvisate o composte che integrano i dati, trasformandoli in racconto, dove musica e suoni dialogano con misura, senza che l’uno prevarichi mai l’altro. Stavolta non abbiamo dati né coordinate geografiche a indirizzarci, al limite possiamo indovinare qualche luogo decifrando le lingue e gli accenti, ma non è questo il punto: Fieldnotes è un ode al senso profondo del viaggio e alla poesia (sonora) come strumento di conoscenza, ma anche una metafora del raccontare, dove il fatto e la sua successiva interpretazione/rielaborazione si fanno tutt’uno. Per quanto il discorso che sta alla base possa sembrare complesso, questo è in realtà un disco semplice, ricco di melodia e di toni caldi, che chiede solo di essere ascoltato, calandosi completamente in esso. Potrebbe ricordare certe uscite di Fennesz, ma con un maggior equilibrio fra parti suonate e field recordings, che si dividono equamente la scena: a un ascolto superficiale le prime parrebbero prevalenti, ma i secondi segnano le composizioni in profondità, fornendo i punti fermi che poi la musica unisce. Abbiamo così le atmosfere jazz e concitate di Palomar, eleganti ma non prive di spigoli, una Inner Tales nervosa dove il piano duetta col suono  dell’acqua, le pulsazioni di Nida e i ritmi coinvolgenti di Tracciati. Un’orchestra di chitarre, corsi d’acqua, cigolii, pianoforti, campanacci, sax, treni, voci il loop, chitarre che non si limita a riprodurre un paesaggio sonoro semplicemente realistico ma ne crea uno  assolutamente reale, dove le barriere fra dato ed emozione cadono e il ricordo si fa racconto.

 

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