Nicola Boari – Come Pick Me, (I Promise) I’ll Lay Low – Inner/Outer Field (SLP, 2025)

Parte in quarta il 2025 di Nicola Boari, con ben due uscite fra gennaio e febbraio: sarebbe eccessivo dire che, Come Pick Me, (I Promise) I’ll Lay Low e Inner/Outer Field rappresentano due facce della stessa medaglia – sono troppi i punti di contatto, dalla comune attitudine di ricerca alla forma libera delle composizioni – ma certamente si tratta di due luoghi piuttosto lontani nell’universo artistico del nostro.
 Come Pick Me, (I Promise) I’ll Lay Low è, dei due, il più canonico (prendete la definizio con tutto il beneficio d’inventario del quale siete capaci): sax, frequenze radio, voci e soprattutto chitarra che, su sfondi di tenui rumori e field recordings, disegna scarne atmosfere jazz/impro, ora sognanti, spesso malinconiche, a tratti spigolose. Un lavoro minimale, dal quale farsi trasportare ad occhi semichiusi, finché la voce che ripete ossessivamente il titolo dell’unica, lunga traccia, non ci riporta alla realtà.
Con Inner/Outer Field entriamo invece nel campo della ricerca più pura. Siamo sempre in presenza di un lungo brano (quasi mezz’ora) che viene costruito, con sapienza da artigiano, assemblando voci, field recordings e un pugno di strumenti usati in modo nient’affatto convenzionale. Di particolare interesse è l’utilizzo di suoni generati con l’intelligenza artificiale, alla quale viene chiesto non un banale ruolo imitativo, bensì un contributo creativo, finanche di immaginare scenari che vengono poi inseriti nel tessuto sonoro. Per fare un esempio, a un certo punto le si domanda di produrre il suono di “una tremolante insegna al neon situata in un vicolo abbandonato in una notte estiva di una città giapponese morente”: probabilmente la cosa la manda un po’ in confusione, dato che il risultato è piuttosto fragoroso, ma altrove, alla richiesta di creare un sax riverberato, o di riprodurre canti di cinesi prigionieri, il risultato è più credibile. Va da sé, il senso non è quello di valutare quanto bene lavori l’IA, bensì quello di misurarla all’interno di un contesto creativo, saggiandone le potenzialità, le possibilità espressive, i limiti. Perché Inner/Outer Field non è mero esercizio di stile ma lo sviluppo di un’idea chiara: sulla base di field recordings descrittivi, che definiscono di volta in volta lo spazio, si susseguono scene dove monologhi cupi e riflessivi, suoni dal potente contenuto emotivo e improvvise impennate di rumore trasmettono sensazioni tanto uditive quanto visive, una sorta di corrispettivo musicale di certi lungometraggi lynchiani dove l’evocatività delle atmosfere sovrasta il senso della narrazione. Là le immagini, qui il suono, forniscono al fruitore la base per una serie di riflessioni libere ma non troppo, dove il ruolo dell’artista è quello di stimolare, incuriosire e – perché no? – disturbare, aprendo nuove vie in territori ancora da esplorare.