Neptune – Play Some Music (Sleeping Giant Glossolalia, 2026)

I Neptune da Boston, Massachusetts sono una piccola grande istituzione del noise. Di quello più malaticcio e meno spocchioso, più dedito al “nerdismo”, piuttosto che alla performance art da galleria radical chic. In un certo senso, stanno al noise come gli Oneida stanno all’indie rock (quello degli anni 80-90, ovviamente).
Play Some Music è il loro nuovo disco, fuori per Sleeping Giant Glossolalia. Pur essendo una band prolifica, le uscite non sono poi così tante e questo disco arriva a cinque anni dal precedente, Mother of Millions. Personalmente li avevo incontrati sulla strada dell’ottimo Gong Lake (2008) per poi perderne un po’ le tracce.

Questo nuovo lavoro riprende gli stilemi tipici della musica del quartetto: rumori più che suoni minimalisti e ossessivi, ma mai “troppo” distorti tanto da entrare nella cacofonia. Si potrebbe dire che, in un certo senso, i Neptune attingano più alla corrente serialista dell’avanguardia americana, piuttosto che alla musica industrial, anche se è più facile associarli a quest’ultima per i suoni. Categorizzazioni a parte, le nove tracce qui raccontate sono divisibili in due gruppi più o meno omogenei. La prima parte del disco è, infatti, più pacata e “musicale” della seconda che spinge maggiormente sul noise puro e duro con suoni più metallici e destrutturati.

La prima parte del disco è ponderata e i suoni non raggiungono mai livelli estremi di ferocia, così come le strutture dei pezzi sono tutto sommato abbastanza prevedibili, salvo qualche “jump scare” con esplosioni improvvise. Non si può dire che dalla traccia numero 1 alla traccia numero 5 ci si trovi di fronte a chissà quale capolavoro, poiché l’atonalità tipica del noise/industrial viene declinata in maniera asettica e, quasi, chirurgica a discapito di una maggiore freschezza e, soprattutto, energia, che arriverà nella seconda parte dell’album.
Il turning point del disco è Yesterday’s Face, che parte con un beat metallici post tribali per poi sfociare, quasi, nell’harsh noise. Anche la successiva rpii fa di distorsioni acide e ritmi serrati un leitmotiv di un’efficacia sorprendente. Dopo la riflessiva, si fa per dire, The Oarsmen, il finale è affidato al white noise di #42, che chiude degnamente un disco maturo, anche se non totalmente ispirato.

Play Some Music è, dunque, una prova onesta e fedele allo stile inconfondibile della band americana, ma non raggiunge livelli di assoluta pazzia e avanguardia compositiva come gli album precedenti, dando agli ascoltatori qualcosa di, comunque, prevedibile nonostante si stia parlando di una band che suona lamiere piegate a mo’ di chitarre.