Nelle profondità di Julinko

Quando ho ascoltato Cloudmachine , il primo estratto di quello che poi sarebbe stato Næbula, mi sono sentito letteralmente stordito. Quasi come se Julinko fosse arrivata per rapirci, portandoci in un mondo oscuro e fatato, dove già sapevo che sarebbe stato impossibile decifrarne la poetica ma la via sarebbe stata quella del viaggio fantastico ed onirico, cercando di seguire il suo passo. Ma, per cercare comunque di dare una via ed una chiave a Næbula ho approfittato della gentilezza di Giulia Paris Zecchin ponendole qualche domanda sul suo ultimo lavoro.

Næbula inizia e sembra essere sorretto da un organo, come se fosse portante nella sua architettura. Poi arriva la voce. Quali delle due componenti si crea per prima in testa? Come si legano questi dueingredienti (musica e voce) e come si creano le tue composizioni?

Inizialmente in testa non si crea nulla. La “mia” musica ha sempre avuto origine dall’incontro con un particolare strumento dal quale sono stata attratta, con il quale il mio corpo ha interagito intrecciando forme, dialoghi, movimenti – sono una strumentista autodidatta, non ho studiato teoria musicale e il mio approccio è molto basico, istintivo, pratico.
Quando arriva una scintilla di suono, un susseguirsi, una tensione che mi emoziona, è come se scovassi nel terreno una piccolo frammento che era stato nascosto. So che col giusto lavoro potrà portarmi sul sentiero che è utile percorrere per arrivare alla forma, all’espressione. Parto quasi sempre dallo strumento, poi arriva il canto. Nel mio caso, la voce è il mezzo che sa scolpire con più definizione e le cui possibilità mi piace esplorare maggiormente: è uno strumento diretto, non mediato, è il viaggio del nostro respiro, dentro e fuori noi stessi.

Tramite l’album crei un’immersione completa nel tuo mondo, quasi ad estraniarci. Quando hai capito che il suono e la musica sarebbero state le tue armi espressive? Come hai iniziato a concretizzare questi scenari?

Mia mamma da piccola mi portava in chiesa con lei per la messa. I miei primi ricordi musicali sono bordoni di organo e voci che volavano in alto, io che alzavo la testa e guardavo angioletti affrescati e delle preghiere ascoltavo quasi nulla.
Ho iniziato a cantare da bambina in cori sacri e non sacri, a circa sei, sette anni, semplicemente perché mi piaceva tantissimo. Ho incontrato qualche figura in diverse fasi della mia giovinezza che mi ha fatto notare, con mia sorpresa e a dispetto della mia noncuranza, che avevo una voce che non lasciava indifferenti. Ho cantato su musiche altrui fino ai ventitré anni, senza grandissimo trasporto. Poi mi sono trasferita a Praga per completare i miei studi universitari. Il mio amico Andrea Rottin mi ha regalato una chitarra acustica che nessuno usava. Da lì ho iniziato a comporre con chitarra e voce, praticamente dal nulla. Passavo ore a scrivere poesie e suonare e sentivo di doverlo fare, e sentivo anche che mi sarebbe piaciuto tanto viaggiare con la musica, come diversi miei amici già facevano. Nel giro di pochi mesi avevo già diversi brani pronti. Carlo Veneziano (One Dimensional Man, Robox,Orfaust …) che mi supporta dagli inizi nel mio percorso, una notte mi disse :-”I tuoi brani sono belli e sono particolari. Ti aiuto a registrarli, ti aiuto a suonarli e se vuoi poi li pubblichi …”.
E così nel 2015 ho pubblicato su Bandcamp il primo lavoro di Julinko. E poi ho continuato, cercando sempre di evolvermi almeno un po’.

Oltre che come Julinko sei anche parte di Bosco Sacro, realtà nella quale ti muovi in un gruppo con Paolo, Francesco e Luca. In che maniera, se lo fanno, questi mondi si alimentano reciprocamente?

Un* musicista porta con sé il suo orecchio: ovvero la lingua che parla, la natura che ha intorno, l’ambiente sonoro in cui vive ed è immerso, ovviamente i suoi ascolti musicali et cetera. Per me collaborare con queste persone, con questi amici, che spesso non vedo per parecchi mesi di fila data la distanza geografica che ci separa, è incontrare mondi diversi e poi allacciarmici, armonizzarmici.
Chiaramente le esperienze del singolo influenzano quella che è la dimensione del gruppo in vari modi. Per inverso anche l’esperienza collettiva poi influenza quella di ciascun membro – ciascuno di noi Bosco Sacro ha anche altri progetti musicali attivi.
L’esperienza con la band mi ha portata a fare un lavoro più specifico sulla voce, a concentrarmici di più, essendo in quell’ambito, l’unico strumento a cui ho deciso di dedicarmi. Credo questo abbia comportato un’estensione dell’uso del mio spettro vocale in generale, arrivando a giocare con delle timbriche e degli umori, a cui prima, per qualche motivo, non avevo accesso. Poi, anche alla consapevolezza dell’importanza del corpo, del suo movimento, del suo ’abbandonarsi al suono, come fondamentale veicolo espressivo.

Quanto ti ha preso la realizzazione di Næbula? Come ti sei sentita una volta terminata l’opera?

Non so quantificare quanto tempo effettivamente mi ha abbia richiesto Naebula. In parte è fondamentalmente frutto di un percorso e di una pratica live di semi-improvvisazione che ho iniziato molti anni fa con i primissimi concerti da solista nel 2018, e poi a seguire nel 2022 in tour con Gasparotti e nel 2023 in tour coi Messa. Inoltre in questi anni mi sono dedicata anche a Bosco Sacro ad altri lavori diversi dal fare musica.
L’album comunque ha avuto un tempo di maturazione molto lungo rispetto ai miei standard precedenti. Ho sentito la necessità di mettere da parte una forma di “urgenza espressiva” che mi abitava dagli inizi. Questo fondamentalmente, al fine di liberarmi di alcuni schemi, alcuni modelli, alcuni approcci che avevo assorbito da fonti esterne e non di meno, da restrizioni che io stessa infliggevo alla libertà del mio gesto.
Mi sono letteralmente armata di pazienza -che a mio avviso, è un’arte maestra- e ora sento di aver modulato un mio linguaggio più autentico, anche grazie ad esperienze e prove che la vita-al-di- fuori-della-musica mi ha offerto.
Spero di poter scoprire ancora in molto in futuro, ma per ora a prescindere da come gli altri possano giudicare questo disco, io sono soddisfatta: rispecchia l’essenzialità e la spazialità -lo spazio in senso lato- a cui volevo arrivare. Ora che il lavoro è uscito, che lo sto portando dal vivo e che la materia si sta già rimodulando- ritrasformando, mi sembra di aver aperto un vaso di Pandora, ma con tantissimo potenziale positivo al suo interno. A questo punto so che c’è ancora molto da ricercare.

Negli ultimi anni ci sono state sempre più eccellenze nell’ambito di un suono oscuro e cantautoriale da parte di artiste donne. È un fattore che incide credi su una certa realtà musicale e sulla sua visibilità?

Per motivi di necessario bilanciamento energetico, il femminile negli ultimi anni emerge in modo potente ed emblematico, influenzando anche significativamente poetiche originate da uomini, o da persone che non si definiscono né donne né uomini. Per il resto, è naturale che ci sia una certa oscurità e una certa visceralità legate all’espressione del femminile: per secoli ne è stata tramandata, in superficie, una versione mitigata, edulcorata, amputata dalla dominazione di una cultura prepotentemente patriarcale. Tuttavia, la connessione della donna con il grembo-terra, con una fonte creativa interna e viscerale che attinge da un invisibile anatomico è un dato di fatto.
Mi pare altrettanto naturale che ci sia attrazione verso forme di espressione ombrose e misteriose, dove non tutto è esplicito, cristallino. Si crea più spazio per magia, introspezione, per una possibilità d’interpretazione più libera e coinvolta.

La tua musica mi è sempre sembrata una sfiato di elementi, una sorta di creazione energetica che fonde umano, natura e spirito. Per chi crei? Per chi scrivi e suoni?

Grazie, riconosco il mio incedere nella descrizione che proponi. La mia espressione musicale e poetica è una necessità esistenziale, niente di più, niente di meno.
Credo che ognuno abbia una vocazione, la mia è sempre stata questa, anche se a periodi è stata (o è ancora) sepolta sotto coltri di condizionamenti, pesi e paure.
Quando creo, creo innanzitutto per me. Apparentemente è il mio modo per poter stare in vita e non deprimermi, per elaborare le esperienze contrastanti che la vita mi propone e non di meno, per celebrare e rinnovare la creazione in cui mi muovo e in ci muoviamo tutt*.
Alcuni dei miei canti, come per esempio Samadhi, o anche, in un certo senso Kiss The Lion’s Tongue, sono delle preghiere di buon augurio o di presa di consapevolezza dell’impermanenza che caratterizza il nostro stare al mondo, dell’ irreprensibile forma della nostra presenza.
La qualità invisibile eppure fisica del suono, rende la musica l’arte per me più completa e coerente con cui confrontarmi, evolvermi, la formula attraverso la quale mi è concesso di esplorare tutto il sensibile.

I brani di Næbula trasmettono sensazioni ed emozioni anche molto contrastanti, come paura e pura bellezza. Ti interessa l’effetto che la tua opera ha su chi la ascolta?

La poetica del contrasto continua ad essere per me necessaria. Emozioni opposte a volte si equivalgono per la forza della loro intensità e collimano, si abbracciano nel tentativo di vivere in modo fluido il tempo che abbiamo, accettandone le varie sfaccettature senza rendersi ciechi o sterili, ambendo sempre ad una nuova e più profonda forma di conoscenza di se stess* e del nostro infinito potenziale.
Certamente non resto indifferente all’effetto che una mia creazione ha su qualcun altro! MI viene permesso di allacciare un contatto, una risonanza profonda seppur volatile con persone che non conosco o che sono distanti, oppure posso essere nutrita a mia volta da visioni ed ispirazioni nuove. La settimana scorsa per esempio, dopo un live, una ragazza, che avevo visto ballare e muoversi ad occhi chiusi per gran parte del concerto, mi ha detto che era stata trasportata in Lapponia! Mi sono appuntata di fare una ricerca sui canti sami ed ho scoperto il joik…

Di chi sono le orecchie fidate delle quali ti fidi lavorando o appena terminato il lavoro?

Le orecchie di Carlo Veneziano. Oltre ad essere stato fonte di grande ispirazione come chitarrista e polistrumentista in generale, Carlo ha collaborato attivamente a diversi capitoli di questo progetto come arrangiatore, come produttore, come concertista. Ci conosciamo da molti anni e mi ha sempre aiutata anche da un punto di vista pratico, tecnico oltre che nell’affinamento delle mie scelte di suono. Quando ho qualsiasi dubbio a riguardo di come possa suonare qualcosa, so che mi posso fidare del suo gusto, della sua obiettività, della giusta distanza del suo punto di vista: quello di una persona che mi conosce da tanti anni, con la quale condivido una particolare sensibilità in ambito musicale e non solo, e che non mente mai, muovendosi con focus e leggerezza tra tutto ciò che che è possibile fare e sistemare al fine di migliorare.
Altri ascolti primari sono quelli dei membri di Bosco Sacro, il quartetto di cui sono voce. Ognuno di loro ha un modo diverso di sentire e sono tutte prospettive per me molto preziose.

Quali sono i tuoi colori preferiti? Di che colore è Næbula?

Il mio colore preferito è storicamente il viola. Ma amo tantissimi colori e venature, sono incantata dal colore delle neve che muta dal bianco al blu all’argento, dal blu-verde insondabile delle acque, dall’oro-rosso sanguigno urlante delle foglie autunnali … sono nata sotto il segno dei gemelli e per me la via è sempre multipla, ahah!
Naebula è argento, grigio, bianco, viola, nero, magenta, come l’artwork creato insieme all’artista e fotografa Maja Ceschin.
Ma più precisamente, Naebula è il nero profondo del vuoto di spazio, di un cielo a temporale che improvvisamente sfuma e si trasforma in danza di raggi-meandri di luce, di cromatismi metallici cangianti ed indefiniti.

Se dovessi scegliere suoneresti nell’oscurità più completa o nella luce?
Perché?

Sceglierei certamente l’oscurità, dove è il suono a creare immagini senza vincoli.

Grazie mille, Næbula è bellissima.