Non appena Stephanie Marlow di Another Side ci diede notizia del ritorno di Kathryn Mohr il mio intento divenne quello di scavare un pochino sotto la superficie per capire come fosse nata la cantautrice che con Waiting Room aveva stregato letteralmente tutti. In più sembrava esserci un ribaltamento della situazione, passando da una fabbrica di pesce islandese al deserto del Mojave e la curiosità era moltissima. Il disco è uscito già da qualche settimana e gira ipnotico come il debutto, ma scambiare i nostri pensieri con Kathryn è stato un vero piacere.
Salve Kathryn, come stai? Ti fa piacere parlare del tuo lavoro oppure credi che un’opera musicale non abbia bisogno di ulteriori chiarimenti?
Amo raccontare storie, molti dei testi e delle canzoni se ne portano dietro senza esserne direttamente collegate per il singolo individuo, ma che possono essere interessanti da condividere.
Hai avuto qualche tipo di pressione (o di bisogno) per tornare con Carve molto presto dopo il riscontro di Waiting Room? I brani dei due album si sono in qualche modo sviluppati in concomitanza oppure sono comunque legati a fasi distinte?
In realtà Waiting Room è stato scritto e completato alla fine del 2023. L’uscita è stata rimandata per diversi motivi, principalmente a causa della catena di produzione e dei tempi di tecnici dell’etichetta. Quindi, mentalmente, ero pronto a creare qualcosa di nuovo, dato che erano passati due anni dall’ultima volta che avevo portato a termine un brano musicale. E con Carve, la distribuzione e l’uscita sono state estremamente rapide, ecco perché le uscite sono relativamente ravvicinate. Direi che si tratta di due album distinti, realizzati in due modi molto diversi e con due stati d’animo differenti.
Spesso nel disco ho trovato musica e voce unirsi in maniera spigolosa, dissonante e con molta frizione. Come unisci e rinforzi l’una e l’altra parte della tua opera? Hai un modus operandi?
Volevo creare qualcosa di molto dissonante, quasi sgradevole, di più grezzo e per certi versi più violento e aggressivo di Waiting Room. Era questo che desideravo quando ho iniziato con Carve. Sono rimasto piuttosto scioccato dalla reazione dei media e della critica a Waiting Room, perché scrivo la mia musica senza curarmi di questo. Questo album, nelle sue differenze, è semplicemente la continuazione della direzione che sentivo di voler intraprendere, in maniera forse più grezza e disordinata. Non avrei mai voluto fare due album uguali.
La sensazione, arrivando al termine del disco, su Crow Eyes, è quella di aver sorpassato una soglia e di essere al di là, nel tuo mondo. Hai la sensazione che la tua musica sia una barriera od una strada per gli ascoltatori?
Questo dipende dall’ascoltatore. Spero sia una strada. L’arte è fatta per trasportare le persone da un punto a ad un punto b, se non ci riesce è il fallimento dell’arte.
L’Islanda prima, il deserto del Mojave ora: non sembri essere una persona che ami le mezze misure. Scegli coscientemente dove dirigerti o sei in qualche modo guidata?
Vengo guidata. Da cosa, non lo so. Si riduce al caso, a decisioni spontanee, al seguire un filo conduttore. L’Islanda è nata dal consiglio di un amico che aveva partecipato esattamente a quel programma: non ho mai scelto tra programmi o destinazioni, ho semplicemente seguito quel suggerimento. Il Mojave è nato perché questa volta volevo allontanarmi dalla vita di città a Oakland, ma in un modo più economico, accessibile a tutti. Su Airbnb ho trovato l’alloggio più economico a notte in tutta la California che avesse ancora l’elettricità, di cui ho bisogno, ed era proprio lì, nel deserto del Mojave, verso cui sono partita. Se quel posto fosse stato sulle montagne della Sierra Nevada o nella Central Valley, probabilmente ci sarei andata.
Sulla copertina del disco sei una sorta di apparizioni incompleta: che effetto ha su di te la musica di Carve? Come sei arrivata a questa rappresentazione?
La copertina dell’album ha sorpreso per prima me. Ho iniziato con una polaroid che la mia migliore amica mi aveva scattato mentre eravamo con altre persone in riva a un fiume in una zona remota delle colline della Sierra. Stavamo semplicemente nuotando e godendoci il sole sulla pelle in quel luogo segreto. Non avevo mai vissuto niente di simile e mi sono sentita spinta ad immortalarlo, e a concentrarmi su me stessa per una volta. Conoscevo i colori di queste canzoni, i colori del deserto, e la stanza è una piccola camera da letto vuota nel posto in cui alloggiavo nel deserto: l’ho arredata con una vecchia trapunta fatta a mano che avevo e con alcuni oggetti che ho trovato nel deserto, aprendo la finestra sulla notte buia come la pece. Poi ho passato ore a combinare digitalmente queste due polaroid, il mio nuovo io così vulnerabile e questa stanza, così sconosciuta ma allo stesso tempo un luogo onirico in cui si può tornare sempre. È un paesaggio onirico, davvero, l’opera d’arte. Non so perché sia venuta fuori così, o cosa significhi, mi sembrava semplicemente giusta.
Hai affidato il mix di Carve a Richard Chowenhill che ne è uscito con un suono fantastico, che tipo di indicazioni gli hai dato? Prima del suo intervento che iter hai passato con la lavorazione dei pezzi? Hai avuto qualcuno al fianco o è stato un travaglio solitario?
Richard Chowenhill è uno di quei musicisti e tecnici del suono incredibili, che riescono a prendere commenti astratti e malinconici su ciò che “vorrei” nel suono trasformandoli concretamente in un cambiamento straordinario. Ero entusiasta di ciò che ha apportato ai brani di questo album. Per il brano di chiusura gli ho detto di scatenarsi, di essere il più duro e creativo possibile, e credo che il risultato sia stato perfetto. Prima di lavorare con lui, ero isolata, sola. Completamente sola, registrando tutti i suoni con i miei microfoni e la mia interfaccia audio, il mio registratore portatile ed arrangiandomi da me.
Spesso Carve mi è sembrato uno scontro di elementi, quasi primordiale, non filtrato. Mi sembra tu riesca ad esprimere perfettamente il punto della frizione, prima che tutto crolli o si trasformi, elaborandolo in suono. È uno stato che cerchi lucidamente?
Credo di sì e di no. Sì, nel senso che era quello che provavo in quel momento, mi sentivo passionale, aggressivo e viscerale, e volevo catturare quella sensazione. Ma non ho mai scelto di sentirmi così, era semplicemente la mia situazione in quel momento.
Ascoltando il disco capita spesso che le parole lascino spazio a suoni vocali o si rendano difficilmente riconoscibili. Avranno spazio nel formato fisico dell’album? È una parte che ritieni importante condividere?
Sì, tutti i testi saranno pubblicati in formato fisico e credo anche online. Mi piace quando le persone ascoltano e capiscono quello che sentono, poi vanno a vedere i testi e vedono cosa il loro subconscio ha suggerito loro di sentire. Onestamente, alcuni dei testi che ho scritto sono solo delle supposizioni. Tendo a cantare in modo incomprensibile quando scrivo le parti vocali e spesso qualcosa di quel “non so” rimane, quindi la mia trascrizione dei testi è solo un’ipotesi.
Sono stato fra gli sfortunati che ti ha perso nel tuo tour dello scorso anno. Com’è suonare dal vivo la tua musica? Tornerai in Europa? Che tipo di esperienza ti sei portata a casa l’ultima volta?
Mi piacerebbe molto tornare in Europa e ci sono dei progetti in cantiere, ma sono ancora in fase di definizione. Esibirsi dal vivo è catartico ed incredibile. Ogni volta devo combattere contro l’ansia e i dubbi, ma alla fine ne vale la pena. Il mio primo tour europeo mi ha lasciato la voglia di rallentare i ritmi. Vorrei tornare in certi posti.
Se dovessi provare a pensare al tuo primo ricordo musicale ed al momento dove hai capito che la musica sarebbe stata la tua forma espressiva dove ci porteresti?
Probabilmente quando ebbi il mio iPod da bambino e misi le cuffie per la prima volta, forse a 8 o 9 anni. Ricordo di aver ascoltato una canzone con le cuffie e di esserne completamente sconvolta.
Grazie mille di tutto, un saluto.

