Nel bosco interiore di Charlie Risso

Rituals è stato, ancora, una bellissima scoperta. Charlie Risso è tornata con un lavoro che dai boschi liguri finisce in una California senza tempo, un suono di frontiera fra mare e natura. Abbiamo approfittato della sua gentilezza per porle qualche domanda sulla musica, sui rituali e sulle nostre impressioni, relativa alle sue visioni.

Salve Charlie, come stai? Che sensazione vivi una volta pronta ad abbandonare un tuo disco al pubblico?

Sto bene, ed è un momento bellissimo. C’è una felicità reale nel lasciare andare qualcosa che hai custodito così a lungo, e allo stesso tempo una curiosità inevitabile per il suo incontro con il mondo. È lì che il disco smette di essere solo mio e inizia davvero a vivere.

Di recente ti ho trovata con molto piacere sul disco di Rice on the Record, che tipo di circolo e di scena si muove in Liguria? Che connessioni ci sono tra di voi?

C’è una scena piccola ma molto viva, fatta più di relazioni che di strutture. Con Paolo Bollero c’è un rapporto di amicizia e stima reciproca, e questo è il punto: le collaborazioni nascono in modo naturale, senza forzature.

Visti ospiti e brani ripresi direi che San Diego e la California siano paesaggi importanti per la tua poetica. Cosa ti lega a quell’immaginario?

È un paesaggio mentale prima ancora che geografico. Una luce che non è mai completamente rassicurante. Mi interessa quel contrasto tra apertura e inquietudine.

La musica è un rituale? Con che spirito la vivi?

Sì, nel senso della ripetizione e della trasformazione. È un gesto che ritorna e ogni volta cambia qualcosa, anche se impercettibilmente.

Vedendo la copertina… l’eco della “strega” è parte del viaggio o il tuo piano è più terreno?

Non mi interessa la figura in senso estetico, ma come simbolo di autonomia e di marginalità. È qualcosa che appartiene più a uno stato interiore che a una narrazione.

Qual è la tua stagione preferita? Rituals esce in primavera ma trasmette altro…

La mia stagione è l’autunno. Mi appartiene di più: è un tempo di passaggio, di luce che si abbassa, di cose che cambiano senza fare rumore. Anche se il disco esce in primavera, porta dentro quell’atmosfera più mistica e malinconica.

Rituals è autoproduzione o ha una struttura alle spalle? È importante saperlo?

È indipendente ma non solitaria. Ci sono persone, collaborazioni, un lavoro condiviso. Per chi ascolta, però, credo conti soprattutto ciò che resta nella musica.

Con che voci sei cresciuta? Quando hai capito che cantare poteva essere la tua via?

Con voci molto diverse, ma sempre riconoscibili, imperfette: dai Mazzy Star ad Enya, dai Radiohead ai Cranberries, fino ai Beatles… cose anche molto lontane tra loro, ma tutte con una forte identità.
Canto da quando ero piccolissima: è sempre stata una forma di sostegno, di liberazione, quasi un atto magico che nutre. Ho capito che avrei fatto questo quando è diventata una necessità, fondamentalmente. Non c’è stato un momento preciso, è stato più un processo. La mia forma personale, un’identità più definita, è arrivata con la sperimentazione e con il tempo.

Come lavori sulle composizioni?

C’è una fase molto solitaria e poi una più aperta. Arrivo in studio con un’idea chiara, ma lascio sempre spazio a quello che può succedere lì.

Com’è stato lavorare con Mattia Cominotto? E gli ospiti?

Con Mattia c’è un’intesa profonda, lavoriamo per sottrazione. Gli ospiti entrano quando c’è uno spazio reale per loro, mai come decorazione.

Che periodo raccontano queste canzoni?

Un passaggio. Non necessariamente racconto i personaggi, ma amo creare una tensione in cui chi ascolta possa entrarci.

Che cosa comporterà portarle dal vivo?

Ogni volta cambiano. Dal vivo diventano più fisiche, più dirette. La distanza si accorcia.

La tua musica è molto cinematografica…

Il cinema e le immagini hanno un peso forte. Mi interessa costruire atmosfere più che racconti lineari.

Sei sola in un bosco in copertina… dove stai andando?

Non c’è una direzione precisa. È uno stato di attraversamento.
E allo stesso tempo è il mio posto.

Presenterai il disco dal vivo? Con che formazione?

Sì, con una formazione essenziale ma molto coesa. Mi interessa mantenere quella dimensione sospesa anche dal vivo.
Siamo in trio: batteria, chitarre elettriche e acustiche, con l’uso di sequenze. A Genova ci saranno anche ospiti d’eccezione come Raffaele Rebaudengo e Milo Scaglioni.

Grazie mille Charlie, speriamo di riuscire a vederti presto…


Charlie Risso – Rituals